Tra funk e club culture: il linguaggio ritmico di Alessandro Raise

Alessandro Raise è senza dubbio uno dei migliori batteristi del Pinerolese, non solo per la tecnica e il gusto raffinato che da sempre lo caratterizzano, ma anche per quel marcato eclettismo stilistico che lo rende estremamente originale. Alessandro si affaccia alla ribalta della scena locale a inizio millennio con l’etno-swing dei Kalamandra di Nicola Lollino: una formazione che proponeva una moderna interpretazione della canzone d’autore, caratterizzata da sfumature jazz e folk ma aperta ad accogliere tratti sperimentali, come il particolare utilizzo del violino elettrico, che contribuiva a tratteggiare una filigrana timbrica molto contemporanea.

Da allora, Raise ha legato il suo nome soprattutto ai Jambalaya 37, un elegante ensemble che si muove tra funk, acid jazz e R’n’B, in cui l’innata attitudine jazz dei suoi componenti accoglie con una certa naturalezza l’uso dell’elettronica, presente in particolare nelle tessiture ritmiche. Tra le specificità del batterista, infatti, c’è una spiccata inclinazione per le potenzialità della tecnologia applicata alla musica, riscontrabile non soltanto nel percorso degli stessi Jambalaya e nelle sequenze che ne arricchiscono il sound, ma soprattutto in tutte le altre produzioni del musicista, pubblicate a nome dei suoi tanti side-projectWTN4, Jazzatron, Waiting for Zyo e altri – le cui varie denominazioni sono servite nel tempo a distinguerne i diversi registri espressivi.

Tra le attività che hanno maggiormente impegnato Alessandro negli ultimi due anni, degna di attenzione è la collaborazione con il producer Ramon Oscar Damiano. Insieme hanno realizzato una serie di singoli di marca techno, finiti ai vertici delle hit parade mondiali del genere. Per il batterista, dunque, si tratta quasi di un’esperienza che segna un punto d’incontro inedito tra la sua sensibilità formativa e i codici della club culture contemporanea. Se la prospettiva di Ramon Oscar Damiano l’abbiamo raccontata in un articolo specifico (lo trovate qui: https://www.groovin.eu/2026/04/06/pipistrelli-elettronici-la-techno-dautore-di-ramon-oscar-damiano-e-thiepolo/), l’occasione è altresì ghiotta per incontrare direttamente Alessandro Raise, farci descrivere la sua visione di questo sodalizio – nel quale compare con lo pseudonimo di Thiepolo – e ripercorrere più in generale i tratti salienti della sua storia musicale e delle peculiarità del suo indirizzo creativo. Ecco cosa ha risposto alle domande della nostra intervista.


Ciao Alessandro, grazie per aver accettato il nostro invito. Partendo proprio dalla musica nata dalla collaborazione tra te e Ramon, mi piacerebbe osservare questo sodalizio anche dalla tua prospettiva. Oltre a ciò che scaturisce dal vostro dialogo artistico, qual è il valore aggiunto che porti personalmente all’interno di questa collaborazione?

Negli anni mi ero già approcciato alla produzione di musica techno, ma sempre un po’ da “esterno”. Lavorare con un Dj con anni di esperienza è stato molto utile per individuare e comprendere meglio il genere e poterlo interpretare in maniera efficace. Le nostre sessioni spesso partono dall’ascolto delle tracce che Ramon propone e da cui prendiamo spunto per realizzare musica originale”.

Ti occupi da un sacco di tempo di musica elettronica. In questo progetto ti firmi come Thiepolo, ma la tua produzione spazia tra mondi diversi come Jazzatron e RNCBL. Potresti aiutarmi a fare chiarezza sulle diverse sfaccettature di questi alias?

Sono sempre stato molto curioso riguardo la musica elettronica e negli anni la mia produzione è stata, sebbene dominata dalla Drum and Bass, molto eterogenea. I vari pseudonimi servono a differenziare questa produzione permettendomi di collocare i vari brani nei contesti adeguati, senza fare troppe sovrapposizioni. Attualmente i progetti legati alla DnB sono in stand by ma mi sto concentrando di più su un altro progetto – Waiting For Zyo (un canale YouTube da più di 3200 follower che trovate qui https://www.youtube.com/@WaitingForZyo, n.d.r.) – che vede la sua espressione principale nella creazione di audio / video destinata a YouTube (video di produzione musicale live con groovebox e sintetizzatori) e nella realizzazione di sample pack. Questo tipo di progetto funziona un po’ da collettore in cui posso pubblicare le mie produzioni “dawless” con meno preoccupazioni riguardo la coerenza stilistica e mi permette di continuare ad esplorare generi diversi”.

Ormai da tempo, l’elettronica è diventata parte della tua musica, anche quando ti metti al servizio di formazioni apparentemente più tradizionali, come ad esempio i Jambalaya 37. In che modo i due mondi, quello della musica suonata e quello delle sequenze, si sono influenzati tra loro nel tuo modo di suonare e comporre? Senti ancora un legame con le forme musicali tradizionali o la macchina ti ha permesso di superarne i limiti?

L’elettronica applicata a una band può essere molto vantaggiosa per molti aspetti, non soltanto quello del sound design: permette di aggiungere sequenze con altri strumenti che, essendo solo in cinque, non potremmo suonare. Questo permette di espandere la palette sonora nei live o anche in studio. Con Jambalaya 37 usiamo prevalentemente sequenze di drum machine di supporto, sezioni di fiati e parti addizionali di tastiera. Qualche anno fa invece con Jazzatron portavamo un live con i brani interamente su sequenza ma con la batteria suonata dal vivo. Trovo che le forme musicali tradizionali siano universalmente applicabili sia agli strumenti acustici/elettrici che a sintetizzatori e campionatori, ma che il processo creativo cambi il risultato finale in funzione del sound scelto”.

Approfitterei per farti una domanda più generale. Tu nasci come batterista dall’impronta jazz e funk e sei finito in un mondo ricco di contaminazioni. Guardando indietro al tuo percorso, dai primi studi fino a oggi, quali sono stati i momenti di svolta che ti hanno formato come musicista? C’è un’eredità o un insegnamento particolare della tua storia che porti con te in ogni nuova produzione, indipendentemente dal genere o dal nome d’arte che utilizzi?

Negli anni ’90 ci sono stati moltissimi esempi di commistioni tra generi, a partire dall’Acid Jazz dei primi anni fino alla jungle/drum and bass, che spesso è stata contaminata da sonorità jazzy. Gli stessi beat tipici del genere derivano spesso da campionamenti di dischi funk degli anni ’70, così come si possono trovare elementi jazz o RnB nella house, etc. Anche nell’hip hop possiamo trovare gli stessi campionamenti (sempre quello degli anni ’90), quindi credo che, più che degli eventi, sia stato vivere gli anni della formazione in quel tipo di costante contaminazione musicale a rappresentare uno dei miei massimi riferimenti”.

Ringraziamo Alessandro per l’approfondimento relativo al suo personale approccio alla musica. Per una visione completa del sodalizio tra Raise e Damiano, invece, vi invitiamo a leggere l’articolo dedicato:

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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