Cinque straordinari musicisti al servizio di un cantautore ispirato. Dietro il nome Monkiss si nasconde una figura storica dell’indie pinerolese: Fabrizio Turina, protagonista della nostra scena fin dagli anni Ottanta, quando fece parte, in qualità di bassista, di sodalizi seminali come i demenziali Plastica e, qualche anno più tardi, dei Weather. Da tempo Turina ha intrapreso un percorso più intimista, lontano dai riflettori, alla ricerca di una sua espressività personale, che l’ha portato a un rapporto diverso con la scrittura non necessariamente confinato all’ambito cantautoriale. In questi anni, infatti, Fabrizio ha scritto anche romanzi e racconti, uno dei quali, “Pomeriggio d’estate”, è stato premiato al Salone del Libro di Torino nel 2017. Ma la musica, seppure non in modo esclusivo, è rimasta comunque un settore fondamentale del suo percorso artistico.
Monkiss è il nome che Fabrizio ha dato al suo progetto solista, avviato nel lontano 1997, quando con questo marchio pubblica il suo primo album “My Life…“. C’è un’ellissi temporale di ventotto anni tra quell’esordio e il secondo episodio del progetto: bisogna, infatti, attendere il 2025 per ascoltare nuova musica dell’artista pinerolese, ma l’attesa è ripagata da una produzione ambiziosa, che raccoglie attorno a sé una serie di personalità scintillanti. Dietro il suono di “Drama… (Used to Be)“, infatti, si celano il bassista Aldo Mella – qui autore di linee dal groove e dall’originalità impareggiabili, che ne confermano il gusto e la caratura tecnica di livello internazionale – il chitarrista Massimo Di Pierro, Gigi Biolcati alla batteria, Maurizio Piancastelli al flicorno e Massimo Baldioli al sax, musicisti che vantano nei loro curricula percorsi di ricerca originali e collaborazioni prestigiose con personaggi tra i più importanti del panorama musicale italiano. La presenza di un tale parterre de roi non poteva che elevare ai massimi livelli la qualità esecutiva di un album dalle atmosfere a-temporali, che si muove tra l’impronta melodica e timbrica degli eighties e spruzzate di rock americano dal taglio prevalentemente acustico, condite dai toni cupi della psichedelia dark.

La voce sottile di Fabrizio Turina è sostenuta dalla complessa tessitura degli arrangiamenti, che accompagnano canzoni dal sostrato autobiografico, ispirate al vissuto più profondo dell’autore. Si parla di sentimenti, di passione erotica, di sogni e di quotidianità. C’è la dedica alla madre di “A Star Away”, nata guardando le stelle nella speranza di un giorno migliore; c’è la sessualità immaginata e non consumata di “Somedays”, in cui il desiderio rimane inadempiuto a beneficio di un’attrazione puramente intellettuale; l’amarezza delle dinamiche sociali e relazionali di “Today”, che sfocia poi nella rabbia liberatoria di “Fire”; il senso di oppressione esistenziale, evidenziato dai titoli “Sultry” e “Suffocation”, ma anche dalla visionaria “Final Destination”, scritta “una notte in cui nevicava – racconta Fabrizio – quando, mentre tornavo a casa a piedi, durante il tragitto mi sono reso conto che non ce la facevo. Sono rimasto un bel po’ a carponi sul ciglio della strada e ha iniziato a suonarmi nella testa tutta la canzone con il testo“. L’unica traccia in italiano è “Sogni non ne ho avuti mai”, ancora incentrata sulle asperità dei legami affettivi, forse una relazione conclusa, eseguita con un’interpretazione à la Vasco e col tipico tono trascinato e confidenziale delle ballad del rocker di Zocca.
“Drama” rappresenta un maturo e pacato approdo per gli eterogenei decenni musicali di Turina, che lo hanno visto affrontare varie fasi artistiche, talvolta anche fuori dagli schemi. I suoi primi passi nel mondo delle sette note li muove da piccolissimo, prima con qualche lezione di chitarra, poi sperimentando su un pianoforte regalatogli dai genitori, strumenti attraverso cui scopre in contemporanea il rock e la musica classica, che poi mescolerà nelle sue prime sperimentazioni. Il suo esordio vero e proprio avverrà in terza media all’Auditorium di Corso Piave come voce solista di un coro gestito dall’insegnante di musica Mossotti, ma sarà con la dirompente carica provocatoria dei Plastica e dei loro testi disfemici e disturbanti che Turina farà il suo ingresso – questa volta come bassista – nelle vicende del rock locale.
Nel 1992 entra nei Weather e di lì in avanti metterà le sue qualità di polistrumentista al servizio di numerose altre band pinerolesi. Tra le collaborazioni da ricordare, quella per l’album “Abracad Arab A” degli Ailatiditalia, progetto di Marco Canavese, Paolo Ferrando, Sergio Toja e Luca Morino, per il quale scrive la canzone “Secolo”; e quella del 2005 con Igor Spadoni, fondatore della band black metal Grimwald, per il suo EP “Dealin’ With J.C.”. Sono questi gli anni in cui la sua creatività allarga gli orizzonti verso una marcata poliedricità, in cui la componente visiva assume un ruolo non di secondo piano. Mentre parallelamente continua a portare avanti il progetto Monkiss insieme a vari musicisti, tra cui il bassista Luciano Conti, Paolo Malanot alla batteria e Mapi Gillio alla voce, sono infatti la grafica e l’arte figurativa ad assorbire parte delle sue energie, canalizzate nell’attività del suo studio grafico Light of Stars. L’attività professionale diventa un’estensione del suo mondo interiore: qui i suoi pensieri diventano immagini concrete, traducendosi in progetti grafici per CD (dai booklet alle serigrafie) e locandine. È il luogo dove la musica prende forma visuale, attraverso la cura dell’estetica di eventi e manifestazioni con un approccio quasi artigianale.
Al secondo episodio dell’epopea Monkiss Turina giunge nel 2025, dopo quello che lui stesso definisce un “periodo di oscurantismo”, frutto di riflessioni che lo portano ad abbandonare le logiche del successo artistico convenzionale. Si rifugia in una sorta di “solitudine dell’anima”, lavorando in autonomia a progetti sia elettronici che acustici, ma spostandosi nel tempo verso forme d’arte diverse da quella musicale. Non solo la scrittura, che lo porterà alle affermazioni letterarie già citate, ma anche e soprattutto la pittura, “per esplorare nuovi orizzonti – ci spiega l’artista – per cercare di miscelare colori, mescole e forme da un acrilico ad un olio, su legno, su tela, su vetro o su muro, per cercare di trovare nuovamente una dimensione“.
Eppure, la musica non lo abbandonerà mai del tutto, anzi il suo percorso variegato sarà la base per la definizione di un “nuovo senso musicale”, che lo condurrà direttamente alla realizzazione di “Drama (…Used to Be)”. Un lavoro discografico concepito tra il giugno e il luglio 2025, “nato dall’empatia, e dalla successiva collaborazione, con Aldo Mella. I brani di questo album sono frutto di situazioni reali – precisa l’autore – talvolta di strane realtà che risiedono dentro ognuno di noi in una parte nascosta dall’anima del mondo“. Dieci tracce in cui l’eleganza dell’arrangiamento e la pacatezza dell’interpretazione vocale mitigano i furori esistenziali degli esordi verso un equilibrio che sembra attestarsi come la vera cifra stilistica dell’intera produzione.
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