Il cantautore Nicola Lollino presenta “Kalakà”: trent’anni di musica in un album

Nicola Lollino è sicuramente una delle voci più riconoscibili e di maggior personalità del mondo cantautoriale pinerolese. Nato stilisticamente con l’approccio del cantastorie – uno chansonnier ironico e raffinato che non disdegnava di strizzare l’occhio alla musica d’autore italiana contaminata con il jazz (non dimentichiamo che i Kalamandra, una delle sue prime band, si definivano “etno-jazz”) – negli ultimi anni ha dedicato la sua arte soprattutto alla sensibilizzazione in merito a tematiche di stampo sociale, affrontando con grande dedizione le questioni del cambiamento climatico (si veda l’album Pianeta B o l’inno ufficiale dei campionati mondiali di plogging) e delle violazioni dei diritti civili nelle loro varie forme (tra le altre, si vedano le canzoni dedicate alle vicende di Giulio Regeni e Patrick Zaki).

Il 26 giugno scorso, il cantautore pinerolese ha festeggiato il trentesimo anniversario dalla sua prima salita su un palco e l’ha fatto pubblicando una raccolta che contiene alcune delle canzoni più significative del suo repertorio, in un’inedita interpretazione piano e voce. “Kalakà” – questo è il titolo – si compone di dodici tracce che coprono quasi tre decenni di indomita attività compositiva, fatta anche di alcune importanti gratificazioni ben distanti da quegli “insuccessi” che Lollino millanta nel sottotitolo della raccolta.

kalakà nicola lollino

Ci siamo fatti fare da lui, in un dinamico botta e risposta, un bilancio di questi tre decenni di fervida attività cantautoriale.


Ciao Nicola, grazie per il tempo che ci dedichi. Partiamo dalla fine, o meglio, da questo traguardo. Quando metti insieme trent’anni di canzoni in un unico disco, viene naturale guardarsi indietro. Nel sottotitolo parli di ‘trent’anni di insuccessi’: l’ironia è chiarissima, anche perché sappiamo bene che non è così. Ma se ribaltiamo questa provocazione e dovessi scegliere tre momenti che consideri le tue più grandi vittorie artistiche, quali sceglieresti?

Sicuramente, su tutte, la vittoria del prestigioso premio Folkest Alberto Cesa nel 2018 con La Quadrilla. Ma come dimenticarmi della partecipazione ai due Premi Bindi nel 2008 e 2010 come cantautore solista? In ogni caso, anche se non è definibile come una vittoria artistica in senso stretto, ricordo sempre quando autografai un mio disco a… Carmen Consoli (simpaticissima!).

Entriamo nel vivo del disco. Hai messo insieme una tracklist che va dai tempi dei Kalamandra, a inizio millennio, fino alle cose più recenti con La Quadrilla. Però, salvo errori miei, hai tralasciato i tuoi primissimi esordi. Mi piacerebbe cogliere l’occasione per sondare i tuoi inizi: come hai cominciato con la musica e con chi?

Il mio primo concerto fu con gli Eclisse, con Gigi Genovese, Matteo Attisani, Gianluca Pulina e Andrea Fedele. Facevamo pop sperimentale ed eravamo una simpatica band liceale. Poi venne lo sperimentalismo con gli Agamà dove conobbi Alessandro Raise e Dario Balmas. 

Immagino che selezionare solo una dozzina di canzoni da un repertorio così lungo e ricco non sia stato affatto semplice. Qual è stato il criterio con cui hai deciso cosa includere nella tracklist e cosa, inevitabilmente, lasciare fuori?

Ho scelto brani che potessero reggersi con un accompagnamento di pianoforte a coda e che riguardassero le due fasi (non per forza temporalmente disgiunte) della mia produzione: il cantautorato sognante e la musica di protesta/impegno. 

La vera sorpresa del disco è l’arrangiamento: non troviamo le versioni che già conoscevamo, ma una reinterpretazione piano e voce molto intima e scarna. È un bel contrasto rispetto alla ricchezza degli arrangiamenti a cui ci hai abituato con le tue band. È un modo per riscoprire l’essenza pura di queste canzoni o, in qualche modo, sentivi il bisogno di riappropriartene in una veste più personale, magari prendendo le distanze dal tuo passato?

Io ho sempre adorato suonare nelle band perché la musica per me è condivisione. Tuttavia riscoprirmi da solo è stato piacevole, in realtà non da solo perchè io e il pianoforte a 3/4 di coda di Alberto Macerata avevamo tanto da dirci. 

Questa dimensione così essenziale influenzerà anche la dimensione live? Ti vedremo anche sul palco in questa veste piano e voce, o è un progetto nato e pensato esclusivamente per la dimensione intima del disco?

Si, l’idea è trovare posti intimi dove invitare un pubblico selezionato che venga apposta per ascoltare, non che si trovi lì per caso o per farsi una birra. E trovarsi tra amici che hanno condiviso con me pezzi di musica/vita. Non sarà facile ma cercherò di creare delle serate a tema. Purtroppo i luoghi dove poter fare musica sono sempre di meno.

Nel corso del tuo percorso trentennale, c’è stata una virata evidente nella tua scrittura: sei passato da un approccio più tradizionale, dall’anima tipica del cantastorie, a un cantautorato fortemente impegnato, sensibile ad argomenti come i diritti umani e le tematiche ambientali. Qual è stato il momento in cui hai scoperto questa vocazione e qual è l’elemento che più di altri ha modificato il tuo modo di scrivere in questa direzione?

Essenzialmente mi sono trovato in un periodo in cui, dopo l’impegno degli anni Novanta, la musica con temi impegnati era scomparsa. Ho pensato che fosse un elemento caratterizzante da utilizzare per veicolare messaggi per i quali nel frattempo mi ero appassionato. L’ecologia, l’amore per l’ambiente, per la Terra sono bandiere che dovrebbero essere di tutto il genere umano, non solo di sinistra o di destra.

Questo percorso, oltre ai temi, denota inevitabilmente anche stili e approcci musicali diversi nel corso del tempo. Quali sono stati e quali sono tuttora i modelli a cui ti ispiri? Insomma, che musica ascolta Nicola Lollino?

Beh, chi mi conosce sa che non perdo un concerto né di Capossela, né dei Litfiba e sono un fan dei Modena City Ramblers della prima ora. Ma ovviamente nel posto del re ci sono i Pink Floyd. 

In questo lavoro retrospettivo c’è un unico brano inedito, ‘”Kalakà”, che dà anche il titolo al disco. Hai dichiarato che è dedicato a tua figlia e alla Dea dell’Ispirazione, ma è evidente che il titolo richiama anche ‘Kalacafè‘, l’album più importante della tua vecchia band, i Kalamandra. C’è un filo rosso che lega tutti questi elementi?

Esatto, mi piaceva il rimando a Kalacafè. In realtà la parola “KalaKà” l’ha coniata mia figlia Adelaide di 2 anni per indicare “questo qua” oppure “quello là” . Trovo che sia musicalissima e un po’ come i figli, frutto dell’Ispirazione (divina?).

Il riferimento a Kalacafè e ai Kalamandra ci impone di riavvolgere per un attimo il nastro della tua storia. Registraste quell’album con una produzione di rilievo ma, paradossalmente, fu praticamente il vostro canto del cigno. Cosa successe davvero? Perché quella storia si interruppe proprio mentre stavate crescendo e cominciavate a farvi notare anche fuori dai confini locali?

Successe che le nostre direzioni si erano fatte difficili da conciliare. Un sassofonista che fuggiva in Germania per poter continuare a lavorare con l’atomo (Mattia Siccinio, n.d.r.), Balmas e Raise che davano vita ai Jambalaya e Marco Gentile “Benz” che iniziava la sua grandissima carriera di musicista professionista. Insomma ci siamo sciolti senza neanche rendercene conto e senza minimamente litigare. Però abbiamo ricordi bellissimi insieme, dal festival di Fucecchio a Spazio Giovani a Foggia in cui suonammo accanto ad un giovanissimo Giovanni Truppi. 

In trent’anni di musica hai visto cambiare tutto. Oggi non solo l’industria è ossessionata dai numeri e dalla visibilità digitale, ma si sono anche ridotte drasticamente, per gli artisti indipendenti, le opportunità di esibirsi. Come hai vissuto questo cambiamento e cosa ti ha permesso di continuare la tua attività cantautoriale con questa dedizione? E, alla luce di questo scenario, cos’è oggi per te il vero ‘successo’?

Il vero “successo” per me oggi è riuscire a fare qualcosa di artistico, consci dei propri limiti ma sapendo che magari qualcosa di carino ti può anche riuscire. E avere i miei figli, quelli grandi di 7 e 10 anni, che cantano le mie canzoni. Per il resto…. c’è Mastercard

Ultima domanda. Adesso che hai celebrato i tuoi primi trent’anni di musica, che programmi hai per i prossimi trenta? Dobbiamo aspettarci altri ‘insuccessi’ o c’è già qualcosa di nuovo che bolle in pentola?

Lo spoilero in anteprima. Mi piacerebbe fare un nuovo disco de La Quadrilla. So che sarà probabilmente un miraggio perché anche questa band ha vissuto le sue dinamiche e attualmente è funzionale quasi solo più al bellissimo progetto teatrale con Roberto Cavallo “Non c’è un Pianeta B” con cui faremo quest’anno altre cinque date. Però ci sono ancora tante battaglie musicali/sociali/ecologiche da affrontare e so che la dimensione della band prima o poi tornerà a mancarmi, quindi…. state sintonizzati! 


In attesa che “Kalakà” venga distribuito anche sulle piattaforme di streaming, vi segnaliamo che per ora il disco sarà disponibile solo su chiavetta USB a forma di vinile che potrete trovare durante i concerti di Lollino. Il primo appuntamento è previsto per il prossimo 31 luglio presso il circolo Arci Rebel di Perosa Argentina. Noi ringraziamo Nicola per la sua disponibilità a raccontarci la sua storia e promettiamo di seguire costantemente la sua attività, tenendovi aggiornati sui prossimi appuntamenti dal vivo.

Ones

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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