Lo scorso 4 ottobre, la giuria di Arezzo Wave, il più prestigioso contest italiano per gruppi emergenti, ha incoronato i Kanerva come vincitori assoluti dell’edizione 2025. Nonostante i cinque ragazzi della band – Tommaso Mulatero, Pietro Carità, Francesco Abrate, Luca Giro e Luigi Bianco – vivano ormai tutti a Torino, i loro legami con Pinerolo e il suo territorio restano importantissimi. Quattro membri su cinque sono infatti cresciuti nel Pinerolese e, come ci spiegano, “questo rapporto stretto dura tutt’oggi. I nostri ritiri artistici annuali, cioè quelle settimane dove conviviamo in un unico posto tutti insieme per scrivere e comporre nuova musica, vengono organizzati sempre lì“. L’affermazione in Toscana è stata dunque l’occasione perfetta per ospitarli sulle nostre pagine e farci raccontare un po’ della loro storia, le sensazioni legate a questa vittoria prestigiosa e i progetti presenti e futuri che li stanno impegnando in questi mesi frenetici.
Ciao ragazzi. Innanzitutto, tanti complimenti per aver vinto una manifestazione così importante come Arezzo Wave e grazie mille per la disponibilità a dedicarci un po’ del vostro tempo. Partiamo ovviamente dal vostro successo in Toscana. Cosa vi portate a casa, oltre ai premi, da questa esperienza?
Arezzo Wave è un nome che significa molto per noi. È un festival che ha ospitato dei grandi nomi della musica che sono stati un riferimento dal lato artistico e musicale per tutta la scena italiana. Solo poter accedere a una kermesse del genere ci ha dato l’opportunità di lasciarci contaminare da altri progetti musicali. Distanti da noi, certo, ma molto validi e ambiziosi. Esperienze del genere devono essere centrali per ciascun musicista: l’apertura, il non fossilizzarsi nella propria bolla di ascoltatori-consumatori, la ricerca costante di nuovi modi di scrivere canzoni senza per forza gettarsi nelle playlist più astruse di musicisti dell’altra parte del mondo: ma anche, solamente, restando nel proprio paese.
È per questo motivo che, per noi, non esiste competizione tra artisti. Possono esserci degli esaminatori, dei giudici che esprimono delle valutazioni sulle tue composizioni, sul tuo modo di stare sul palco, su come trasmetti la tua arte in pubblico. Però non crediamo, a livello generale, nelle classifiche. Siamo felicissimi di questo, che la nostra musica sia stata compresa e premiata. Quello sì.
Dal mio punto di vista di ascoltatore, nel vostro ultimo lavoro discografico “Lluvia” ho trovato una marcata svolta sonora, che vi ha portato ad abbandonare o a rendere più marginali le venature pop e melodiche dei primi lavori, per abbracciare stilemi più vicini al rock d’autore e all’indie. Vi riconoscete in questa analisi? Quali sono gli elementi che vi hanno condotto a questo cambio di rotta?
Gli arrivi di Luca al basso e di Luigi alla batteria hanno spostato il nostro orizzonte artistico un po’ più in là. Abbiamo sperimentato di più sia nella struttura che nei suoni. Siamo maturati anche nelle influenze musicali, pescando dai gruppi rock del passato fino alla scena underground più recente. Tutti e cinque gli elementi del gruppo, infatti, provengono da esperienze completamente diverse (chi dal conservatorio jazz, chi dal metal, chi da una cover band di pezzi indie italiani) che sono emerse, come contributo compositivo, in studio di registrazione. Ad ogni modo non ci piacciono le etichette di genere: siamo indie nel senso che siamo indipendenti e non sotto una major. Possiamo definirci rock ma siamo troppo contaminati da altri progetti musicali per poterci accontentare di un solo nome.
La pioggia è l’elemento distintivo che mette insieme tutti gli aspetti del vostro ultimo EP, dal titolo alla copertina, passando per le atmosfere malinconiche dei testi. Al di là dell’aspetto puramente meteorologico o romantico, cosa simboleggia per voi la pioggia a un livello più profondo o esistenziale?
La “Lluvia”, la pioggia, è l’acqua che diviene, che non può bagnarti due volte allo stesso modo. È la trasformazione, la metamorfosi, la rinascita in un nuovo sé. Altri significati, comunque, sono a libera interpretazione di chi ascolta, non vogliamo forzare la nostra idea: possiamo solo fornire una nostra chiave di lettura.
La vostra musica mostra chiaramente un importante lavoro strumentale di gruppo e architetture sonore di una certa complessità. Questo è un percorso coraggioso in un momento in cui le nuove tendenze musicali puntano spesso su produzioni individualiste e basate sull’elettronica, sul digitale, quando non addirittura sull’intelligenza artificiale. Tendenze che scivolano verso generi come il rap e la trap in cui le componenti compositiva ed esecutiva hanno un peso molto diverso rispetto al lavoro di un band. Voi, invece, siete un forte esempio di musica autentica. Dal vostro punto di vista, quale valore ha oggi mantenere l’identità di un gruppo che suona in studio e sul palco, e come vedete la convivenza tra la vostra proposta e le tendenze contemporanee?
Per noi, inteso come noi singoli, l’esperienza di suonare in gruppo e decidere all’unanimità le cose, litigare su altre, contraddirci e discutere dalla a alla zeta su ogni aspetto del nostro progetto, è l’unico modo autentico di vivere l’arte. È autentica solo se condivisa. Non per forza la nostra proposta deve coesistere pacificamente con altre scene musicali. È dallo scontro che nasce la creatività, il nuovo che sostituisce, o meglio, che prende in prestito una parte del vecchio. Siamo quanto più distante possibile dalle playlist di artisti anonimi generati dall’intelligenza artificiale che fanno milioni di ascolti su Spotify per poi non esistere. Non siamo musica di sottofondo, quella che puoi ascoltare con disattenzione mentre fai altro, come una serie tv Netflix di cui non ti importa nulla, basta che tenga compagnia mentre sbrighi le faccende domestiche. Noi scriviamo e suoniamo di nostro pugno, spendiamo tempo e energie nello studio e nella scrittura, nelle prove e nella composizione. Non suoniamo per essere sottofondo, per lasciarci consumare in una piattaforma di streaming. Saliamo sui palchi perché ci sentiamo vivi, perché i nostri concerti siano un rito dionisiaco, qualcosa di liberatorio. Crediamo in questo, nell’autenticità.
Quali sono i prossimi impegni concreti e i progetti a cui state lavorando? Quanto pensate potrà incidere la vittoria di Arezzo Wave nel proseguimento del vostro percorso artistico?
Al momento siamo chiusi nella sala prove a scrivere nuove canzoni che saranno parte del nostro primo album, il primo long playing. Speriamo potrete ascoltarle presto. Per i concerti dobbiamo darci appuntamento alla primavera del 2026. L’Arezzo Wave ci ha motivati ancora di più, ha coronato un 2025 molto impegnativo e denso di concerti per promuovere l’EP “Lluvia”.
Ringraziamo ancora i Kanerva per aver accettato il nostro invito e per la disponibilità. Per chi volesse approfondire il loro percorso musicale, di seguito è disponibile il link al nostro articolo dedicato al loro recente lavoro discografico. Potete inoltre seguire tutte le loro attività direttamente sulla pagina Instagram: https://www.instagram.com/kanerva.wav/.
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