Il percorso di Giuseppe D’Angelo come compositore non è più una sorpresa. Da diversi anni, la sua produzione rivela un talento capace di attraversare le principali espressioni musicali degli ultimi due secoli. Tra partiture originali e riletture di classici, D’Angelo infonde in ogni lavoro una spiccata propensione per la ricerca armonica contemporanea, mantenendo un taglio sperimentale privo di compromessi. La sua ultima fatica è dedicata al musicista americano Wayne Shorter, che il grande pubblico identifica come lo straordinario sassofonista, traghettatore del jazz verso la modernità della fusion, ma che D’Angelo sceglie di ritrarre guardando alla sua complessità multiforme, con particolare attenzione alla sua anima più profonda: quella del compositore. È su questa specifica sfumatura che si concentra il suo rigoroso lavoro di analisi e reinterpretazione, un percorso che l’ha condotto alla realizzazione di un lavoro compiuto ed affascinante.
“Mysterious Traveller – The Music of Wayne Shorter” prende vita attraverso l’incontro di due mondi strumentali distinti ma dialoganti. D’Angelo ha infatti scelto di affidare le partiture a una formazione ibrida composta dal Quartetto Eridano, formazione di estrazione classica costituita da Sofia Gimelli e Rebecca Scuderi ai violini, Carlo Bonicelli alla viola e Chiara Piazza al violoncello, e dal trio jazz del contrabbassista Stefano Risso, completato da Mattia Barbieri alla batteria e Nicola Meloni al pianoforte. La sinergia tra questi due universi stilistici permette al disco di immergersi in atmosfere multiprospettiche, dove le tessiture ritmiche e timbriche del jazz e la peculiare libertà espressiva del genere sostengono le architetture rigorose e complesse della musica contemporanea, fondendosi o alternandosi con esse.
Il disco si snoda, dunque, lungo una duplice stratificazione: una superficie in cui emerge l’opera di integrazione di due mondi storicamente non sempre in sintonia tra loro, ma che qui convergono perfettamente, in una sintesi che ne eleva la portata a un livello ulteriore; e una dimensione immanente, risultante di una profonda analisi del lavoro di Shorter, rimesso a nuovo dal lucido e visionario estro espressivo dell’istanza compositiva.
È in questa seconda dimensione, quella che soggiace più in profondità, che si gioca la sfida intellettuale di D’Angelo; una sfida che ci siamo fatti raccontare direttamente dall’autore in questa intervista.
Ciao Giuseppe. Nei tuoi lavori precedenti hai spesso indirizzato la tua ricerca verso armonie e timbri vicine alla musica classica contemporanea. In questo nuovo lavoro, invece, rielabori alcune composizioni di un grande jazzista come Wayne Shorter. Quali peculiarità dell’approccio compositivo di Shorter hai voluto enfatizzare? Cosa rende la sua musica ancora così attuale?
Wayne Shorter è stato una figura essenziale per lo sviluppo della musica afroamericana dalla fine degli anni Cinquanta ad oggi: prima con il suo lavoro nei Jazz Messengers di Art Blakey; poi con il quintetto di Miles Davis degli anni Sessanta; in misura minore, ma sempre importante, nei Weather Report con Joe Zawinul e nei suoi lavori solistici per la Blue Note; in quelli elettronici degli anni Ottanta e Novanta e in quartetto con Danilo Perez, John Patitucci e Brian Blade negli anni 2000. Shorter è stato un notevole improvvisatore, ma secondo me è stato cruciale il suo lavoro di compositore, con il quale ha contribuito a sviluppare l’armonia jazzistica in modo originale e personale e che lo rende ancora oggi un punto di riferimento per chi vuole creare musica mantenendo un approccio sperimentale ma allo stesso tempo comunicativo. Partendo dalla lezione di Bill Evans, George Russell e John Contrane, ha contribuito a sviluppare l’armonia modale, muovendosi da una concezione statica degli accordi costruiti su poche scale, in cui gli improvvisatori potevano evolvere il loro approccio stilistico, fino ad arrivare a un discorso più ricco da un punto di vista armonico, usando tecniche che permettevano di passare da un accordo a un altro eludendo la concezione di tipo tonale: tecniche come spostamenti di accordi collegati tra loro da una nota in comune, scivolamenti cromatici da un accordo a un altro o, più semplicemente, un accostamento coloristico di più armonie differenti, influenzato in questo da compositori come Debussy e Stravinsky. Nel mio lavoro ho voluto enfatizzare questo aspetto, non intervenendo a livello armonico, ma modificando i suoi brani nella struttura e nel colore timbrico e inserendo dei momenti in cui affiora il mio stile compositivo.
Nella scelta di quali brani riarrangiare, all’interno del vasto repertorio del saxofonista, quali sono stati i criteri che ti hanno guidato?
Eccetto due brani, mi sono concentrato sui lavori che ha fatto negli anni Sessanta per la Blue Note, questo perché la loro struttura è fondamentalmente una forma a chorus tipica degli standard classici ma, come detto precedente, con una ricchezza armonica inedita fino a quel momento. Questa “schematicità” mi ha permesso di intervenire più facilmente a livello strutturale cambiando e, in alcuni casi, stravolgendo la forma originaria. Non a caso nei due pezzi più strutturati, “The Three Marias” e la prima parte di “Mysterious Traveller”, ho fatto più un lavoro di orchestrazione che di arrangiamento.
Nelle tue elaborazioni, quanto e cosa hai mantenuto delle partiture originali e quanto hai messo del tuo per personalizzare il più possibile il risultato finale?In che modo hai ottenuto l’equilibrio formale tra le due variabili del quartetto d’archi di impostazione classica, da una parte, e del trio jazz dall’altra che, per inclinazione, tende ovviamente a un approccio robusto verso l’improvvisazione?
Per ogni brano ho usato un approccio differente. In “Mysterious Traveller”, ad esempio, la prima parte è un rifacimento quasi letterale della versione originale tratta dall’album omonimo dei Weather Report del 1974. Dopo un glissando degli archi, si entra nella seconda parte composta da me usando dei frammenti del brano originale suonati in contrappunto da contrabbasso, viola e violoncello. Al di sopra si poggia una melodia tratta dalla seconda parte su pedale del brano dei Weather, suonata dai due violini, mentre il pianoforte improvvisa su un accordo fisso.
“Adam’s Apple” ricalca quasi fedelmente la versione tratta dal suo album omonimo del 1966. Il pianoforte suona il tema accompagnato dalla sezione ritmica e dagli archi, il cui andamento ritmico ricorda quello esposto da McCoy Tyner nella versione originale. Dopo un breve interludio, il pianoforte improvvisa su due chorus, con gli archi che intervengono uno dopo l’altro per accumulazione, fornendo un originale tappeto armonico. Dopo un improvvisazione del contrabbasso per altri due chorus, accompagnato dalla sola sezione ritmica, il tema viene riproposto dai soli archi concludendo su una ripetizione ossessiva di un frammento finale del tema.
“Pinocchio”, invece, è uno dei pezzi più destrutturati del lavoro. Il pianoforte improvvisa su un “walking” in contrappunto esposto dal quartetto, in cui affiorano dei brandelli del tema originale, arrivando a un’esposizione del tema in ottave prima da parte di tutti gli strumenti, poi armonizzato dagli archi. “Infant Eyes” comincia non con il tema ma con l’assolo di Shorter – tratto dall’album “Speak No Evil” del 1964 – armonizzato dagli archi per tutto il primo chorus. Il secondo si apre con un’improvvisazione del contrabbasso per le prime due A, mentre il tema della B è suonato dal pianoforte accompagnato dal quartetto e nell’ultima A suonata dal solo pianoforte.
Il medley composto da “Schizofrenia” e “Go” ripropone i due brani identici nella struttura a quelli originali, ma dopo l’esposizione del primo brano, invece del consueto giro di assoli, c’è una sezione di “caos organizzato”, scritto per gli archi e improvvisato dalla sezione ritmica, che porta ad un assolo della sola batteria.
“Wild Flower” è un altro dei brani in cui sono intervenuto in modo più personale. Comincia con un’esposizione destrutturata del tema da parte del quartetto, mentre l’improvvisazione del trio jazz non si svolge sul giro armonico del pezzo ma è libera, anche se non completamente, in quanto gli interventi degli archi caratterizzano l’atmosfera e cambiano il centro tonale su cui si svolge l’improvvisazione.Anche l’esposizione di “The Soothsayer” ricalca quella dell’originale, che gli archi eseguono in contrappunto. Durante l’improvvisazione del pianoforte, l’armonia si sposta su quella del celeberrimo brano “Footprints”, scritto da Shorter per il quintetto di Davis. Il tema del pezzo affiora in modo intermittente, fornendo un tappeto all’improvvisazione del piano.
Come ho anticipato nella risposta precedente, “The Three Marias” è uno dei brani più strutturati presenti in questo lavoro. Qui ho cercato di scrivere un’orchestrazione che mettesse in risalto alcune delle sue caratteristiche di compositore.
Come hai scelto gli interpreti per questo disco? Per un progetto trasversale tra jazz e classica, avevi bisogno di interpreti capaci di ‘abitare’ entrambi i mondi o hai preferito che ognuno mantenesse la propria natura specifica per generare contrasti più netti?
Per il trio ho pensato di coinvolgere Stefano Risso e Mattia Barbieri, che conosco bene sia musicalmente che umanamente e che mi sembravano più adatti per un lavoro di questo genere. Stefano si muove da tempo al confine tra jazz, musica elettronica e musica sperimentale e Mattia con il tempo ha acquisito un’esperienza che lo ha portato a collaborare con musicisti di diversa estrazione musicale. Nicola Meloni, chiamato su suggerimento di Stefano, è sia un notevole pianista jazz, sia un tastierista e arrangiatore che lavora da anni in diversi ambiti musicali. Ho contattato il quartetto Eridano tramite il Contrametric Ensemble, un’orchestra da camera con cui collaboro da qualche anno. Avevo bisogno di un quartetto stabile che avesse un certo affiatamento e che fosse in grado di eseguire, oltre le partiture del repertorio classico-romantico, composizioni del primo Novecento di compositori come Bartok e Shostakovich armonicamente e ritmicamente avanzate.
Scegliere di non usare il sax per brani che Wayne non solo ha scritto, ma ha reso iconici col suo suono, sposta per forza l’attenzione sulla struttura della musica. Però quel suo modo di suonare era un elemento fortemente caratterizzante: come hai gestito la sua assenza? Hai ‘spalmato’ la sua voce tra gli archi e il trio o l’hai vista più come un’occasione per far emergere lo Shorter compositore?
Ho da subito pensato che cercare di ricreare il suo suono fosse impossibile e mi sono concentrato sul suo lavoro di compositore, cercando di evidenziare le peculiarità del suo linguaggio armonico. Tuttavia, in qualche brano affiorano elementi che hanno caratterizzato il suo fraseggio così originale e il suo personalissimo approccio strumentale.
Prodotto da Dodicilune, distribuito in Italia e all’estero da IRD e nei principali store online da BELIEVE DIGITAL, “Misterious Traveller. The music of Wayne Shorter“, il nuovo CD del compositore, pianista e arrangiatore torinese Giuseppe D’Angelo, è uscito lo scorso mese di ottobre. In questo lavoro D’Angelo compare in veste di direttore, arrangiatore ed elemento di congiunzione tra due diverse formazioni musicali: il trio “jazz” del contrabbassista Stefano Risso e il classico Quartetto Eridano. Il disco, come recita il titolo, è un omaggio alla mitica figura dell’artista newyorkese Wayne Shorter (1933 – 2023), considerato tra i più importanti sassofonisti e compositori nella storia del jazz. La sua carriera (oltre sei decenni e 12 Grammy Awards) lo ha visto protagonista in tutte le principali trasformazioni del jazz moderno, dal bop al jazz elettrico, fino a una fase tarda di grande profondità orchestrale e spirituale, accanto ai nomi assoluti della musica di tutti i tempi (es. Jazz Messengers, Miles Davis, Weather Report, etc.).
Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.