Pino Sardella è indiscutibilmente uno dei più popolari esponenti del panorama musicale pinerolese. Alla sua contagiosa simpatia fa da contraltare una serissima impostazione chitarristica che lo rende uno dei solisti più apprezzati all’interno della nostra scena. L’ho conosciuto più di quarant’anni fa e ne conservo un’ immagine assolutamente genuina e pionieristica legata al mitologico gruppo dei Kroon, una delle prime band locali ad avere un seguito piccolo ma consolidato. Il suo percorso sonoro rispecchia appieno la sua personalità poliedrica. Di lui ricordo tantissimi aneddoti giovanili ma su tutti sono legato da un affetto particolare a un remoto pomeriggio del 1982 in cui piombò a casa mia per prestarmi il mitologico “album del gufo” ossia “Fly by Night” dei Rush, un disco che continuo ad ascoltare con immutato piacere ancora oggi.
Dei Kroon si parla ancora oggi proprio perché erano composti da personaggi estremamente peculiari e perché venivano percepiti come dei coraggiosi apripista. La Pinerolo del 1980 era un soporifero paesone in cui lo sport nazionale era osservare le attività altrui e magari criticarle… Il mio ricordo personale dei Kroon è legato a parecchi concerti caratterizzati da quel meraviglioso ed irripetibile senso di gioiosa onnipotenza tipica degli adolescenti che vivono una passione nel loro modo totalizzante. Tra questi mi sento di citare, in particolare, quelli svoltisi alla birreria River Side, alla Tabona, all’improbabile cinema Roma di via del Pino ed altri ancora.
Ricordo il loro repertorio, composto da pezzi di Deep Purple, Uriah Heep, Nazareth, Saracen e da brani di altri gruppi che già ai quei tempi non erano popolarissimi. Negli anni, Pino, si è poi proposto in ambiti anche assi differenti da quello delle radici, come si conviene ad un suonatore vitale e curioso. Dall’hard rock sanguigno dei primi eighties si è poi spostato verso lidi più “normali” quali il cantautorato del Roby Salvai Ensemble e la formula tribute che tanto successo riscuote in questo bizzarro ed incomprensibile terzo millennio. Ad oggi, Infatti, Pino milita nelle Sensazioni, il tributo ai Nomadi più affermato del Pinerolese e nei Jamin-a, recente formazione dedita alla reinterpretazione dei celebrati brani di Fabrizio De André.
Ma ecco che, come in ogni articolo monografico che si rispetti, inizia il fuoco di fila delle domande.
Carissimo Pino, a costo di essere terribilmente scontato, vorrei chiederti cosa ti ha spinto ad imbracciare una chitarra anziché limitarti a prendere a calci un pallone, come invece facevamo tutti in quegli anni ? Quali sono stati i tuoi primi ascolti, i tuoi riferimenti?
Innanzi tutto vorrei esordire dicendo che per me è un grande onore avere questa opportunità dal momento che non sono nessuno…(per gli amanti del rock locale, Pino è assolutamente “qualcuno”, n.d.r.).
Per rispondere esaustivamente alla tua domanda devo ripescare tra i miei più reconditi ricordi d’infanzia. Ero davvero molto piccolo quando ho iniziato, per gioco, a “fare il chitarrista”, vedendo il festival di Sanremo alla TV. La visione del chitarrista dell’orchestra su quel palco così luminoso mi emozionava davvero tanto. Mi venne naturale prendere il battipanni di mia madre, dotarlo di una “tracolla” costituita da un pezzo di corda che ne univa le estremità e dare libero sfogo alla mia fantasia infantile di essere io su quel palco. Nel frattempo i miei amici di allora correvano dietro ad un pallone, come era molto frequente vedere in quegli anni nei quali i cortili erano ancora luoghi di aggregazione estremamente importanti per iniziare a crearsi una socialità.
I miei riferimenti musicali sono stati molteplici e credo che il mio modo di suonare lo evidenzi. Dovendo fare per forza dei nomi non posso che citare, su tutti, i nomi di quelle band o solisti a cui ancora oggi mi sento maggiormente legato: Rush, Led Zeppelin, Beatles, Nazareth, Pink Floyd, Deep Purple. Non a caso, se mi chiedi di indcare dei nomi di lead guitarist, i primi che mi vengono in mente sono Eric Clapton medesimo, David Gilmour, Ritchie Blackmore… Sicuramente, oggi, ci sono tantissimi chitarristi famosi che da un punto di vista tecnico sono assai superiori a quelli che ti ho citato ma io ho sempre prediletto il calore, la musicalità, l’approccio comunicativo che sento appartenere ai nomi ai quali ho fatto riferimento poc’anzi. Ho sempre amato in maniera particolare il lato emozionale rispetto al tecnicismo che rispetto ma che non rappresenta il mio canale espressivo favorito. Le “good vibrations” mi trasmettono ancora oggi sensazioni sublimi.
Del tuo presente musicale conosciamo quasi tutto poiché nell’era dei social ogni concerto diventa un evento con tanto di inviti. La curiosità più grande nei tuoi confronti è certamente legata ai leggendari Kroon. Come è nato un gruppo così indirizzato verso l’hard rock, nei primi anni ’80, in una Pinerolo molto più addormentata di quella odierna?
Nel corso degli anni mi sono reso conto che, a livello locale, la storia dei Kroon risulta essere interessante per molti, forse proprio perché se ne sa poco. Fondamentalmente eravamo cinque amici che crescevano insieme. Ad un certo punto, eravamo ancora veramente giovanissimi, ci venne il desiderio di sperimentare, in garage, dei “suoni stonati”. Avevamo una voglia matta di divertirci e suonare. Eravamo il sottoscritto alla chitarra, Paolo ed Andrea Rabito, rispettivamente alla batteria e alle tastiere, Luca Cozza alla voce e Sandro Calloni al basso. Quando Paolo acquistò la sua prima batteria dal mitologico Merula, eravamo tutti sul balcone di casa sua ad attendere che il camioncino delle consegne facesse capolino. Per tutti noi fu un grande giorno ed ancora oggi è un tenerissimo ricordo impresso nella mia mente. Era talmente forte la voglia di suonare che, rapiti dal nostro incontenibile entusiasmo giovanile, iniziammo a organizzare i nostri primi concertini fatti con mezzi di fortuna ma sorretti da una sconfinata passione. Ricordo distintamente la nostra prima esibizione; si svolse al Centro Sociale di Pinerolo, sito nella zona di via Podgora, ed il nostro mezzo di trasporto per portare a destinazione gli strumenti fu il carretto che ci prestò il parroco di Madonna di Fatima.
Vorrei porti una domanda estremamente personale. Anni fa hai affrontato una prova durissima, la battaglia contro la malattia più tristemente distintiva del nostro tempo: il cancro. Questa esperienza, così traumatica da superare per qualsiasi essere umano, ti ha cambiato interiormente? Quali riflessi ha avuto sul tuo modo di esprimerti in musica?
La tua è una domanda davvero intima alla quale non è facile rispondere. Posso dirti che molte persone, comprensibilmente, quando vivono questa malattia tendono a richiudersi su se stesse e in un certo senso a nascondere la loro situazione. Trovo questo loro comportamento assolutamente umano e giustificabile. Io, quando scoprii di avere un tumore, non ne feci mistero con i miei amici e con le persone a me più care. Sicuramente la malattia mi ha cambiato, ha modificato radicalmente la mia concezione della vita. Oggi cerco di vivere ed apprezzare l’esistenza giorno per giorno, tentando di viverla al meglio possibile, in tutte le sue sfaccettature. Credo che sia utile mettere in campo una certa dose d’ironia, la capacità di dare alle cose il giusto peso e investire molto in passioni autentiche e sanguigne quali, nel mio caso, la musica. Quest’ ultima mi è sempre stata vicina perché quando suono riesco ad isolarmi totalmente dal mondo esterno, dalle sue brutture, dalle sue tensioni. Poi magari mi trovo a suonare fraseggi pieni di errori ma questo è un altro discorso (non è assolutamente vero. Pino è un grande e si schermisce, ma il suo fraseggio è quanto di più fluido e comunicativo si possa sentire a livello locale, n.d.r.)
Sei più che meritatamente un personaggio di primissima fascia nel panorama “coveristico” locale e sei in grado di passare da un repertorio estremamente popolare come quello dei Nomadi a quello più “alto” di un artista assolutamente unico come De André. Inoltre sai rivestire con la tua chitarra la musica composta da autori della nostra zona, come hai dimostrato collaborando con Roberto Salvai. Non ti viene mai voglia di cambiare totalmente le carte in tavola e dedicarti a delle composizioni tue?
Anni fa ci ho provato ed ho anche scritto qualcosa. Mi riferisco in particolare ad una canzone intitolata “Lei” che raccontava una storia intensa legata al consumo di droga ma, anche grazie a quella esperienza, mi sono reso conto che quella non è la mia strada. Mi vedo principalmente come uno strumentista al servizio di canzoni scritte da altri autori e la mia strada musicale in questo senso parla chiaro. Preferisco dare il mio contributo all’interno del telaio sonoro collettivo di una band.
Alla luce di tutte queste domande che attraversano più di quarant’anni di cammino musicale, quali sono letue prospettive artistiche future?
Dall’ alto dei miei cinquantotto anni di età posso affermare di non sentirmi più vincolato a particolari ambizioni ma vivo gioiosamente la prospettiva di continuare a divertirmi suonando con band nelle quali io possa trasmettere al pubblico il bagaglio emozionale più vasto possibile.
Sei riuscito, come pochi altri, a trasmettere il sacro fuoco della passione musicale anche a tuo figlio. Personalmente trovo che sia una cosa meravigliosa. Questa continuità anche sul piano artistico ha migliorato anche il rapporto affettivo e la comunicazione tra di voi?
La vita mi ha donato la fortuna incommensurabile di avere un figlio e già questo è un punto di partenza da vero privilegiato. La cosa che mi ha sconvolto, da un punto di vista musicale è che lui mi ha sempre seguito autonomamente, senza il bisogno di essere particolarmente incentivato. A tavola, già all’età di cinque anni, non stava mai fermo con le posate perché gli veniva spontaneo di percuotere piatti e bicchieri come se si trattasse di una baby batteria. Non a caso il mio primo acquisto è stato proprio una batteria per bambini sulla quale potesse dare libero sfogo a questo innato senso del ritmo. Vedendo la sua predisposizione ho iniziato a portarlo con me in sala prove e a fargli ascoltare, senza forzature, la “mia” musica sullo stereo di casa. Il passo successivo è stato, in maniera giocosa, iniziare a suonare delle cose insieme, io alla chitarra e lui alla batteria. A questo step ha fatto seguito la scelta di portarlo sul palco e di farlo esibire in un brano della scaletta.
La dimensione del divertimento puro è sempre stata quella prevalente. Pensa che abbiamo anche partecipato insieme ad un talent amatoriale. Mio figlio oggi suona anche la chitarra e lo fa meglio di me !!! Lo dico con lo spirito amorevole e non competitivo da padre orgoglioso della sua “creatura”. La nostra è una giocosa rivalità mutuata dall’affetto nella quale la norma è che ci scambiamo consigli ed opinioni su come suonare un passaggio, come interpretare un brano, come trasmettere un’ emozione. Io ho certamente più esperienza di lui ma lui ha più tecnica ed è , da buon millennial, molto più ferrato dal punto di vista informatico.
Mi congedo da Pino con un abbraccio ed un grande ringraziamento per la sua disponibilità e per il tempo che mi ha dedicato.
Ritornare a scrivere per “l’assalto del tempo” era un’ esigenza che avvertivo da molto tempo ; averlo fatto raccontando di un grande amico mi ha reso questo ritorno ancora più gradito. Un saluto a tutti voi lettori di Groovin’, il portale della musica pinerolese ed un grande arrivederci al prossimo articolo.
Guido







