“Interkosmos” di Marco Varvello, l’artista che fa suonare le stelle

Tra le moltiplici strade che conducono alla compiuta realizzazione di una precisa identità artistica, soprattutto se considerate specificatamente in relazione all’area territoriale pinerolese e ai suoi esponenti musicali, emerge sicuramente la particolare ricerca del compositore Marco Varvello. Figura eclettica, spontaneamente incline a una curiosità multiforme, dal physique du rôle poliedrico, nel corso della sua storia Varvello ha affrontato universi stilistici talvolta anche agli antipodi – rock, folk, jazz, musica per film, elettronica – e si è misurato, sempre con risultati di eccellenza, con tecniche e strumenti molto differenti tra loro. Eppure, ciò che lo contraddistingue davvero è soprattutto la sua progressiva e continua evoluzione, perseguita anche con una certa discrezione, lungo una formazione didattica dalle ampie vedute, che l’hanno condotto a diventare un compositore e sperimentatore di grande spessore, originale e coerente rispetto a una ben delineata idea da sviluppare.

Mi sono imbattuto, qualche tempo fa, nelle riprese di una serie di esecuzioni relative a partiture composte proprio da Varvello, ispirate alla traduzione musicale di elementi astronomici come costellazioni e galassie, considerati nel loro equilibrio dimensionale: un ascolto estremamente affascinante, a cavallo tra la complessità armonica della classica contemporanea e il fascino del jazz orchestrale d’annata. Era nello stesso periodo in cui l’artista, recentemente stabilitosi sulle alture della Val Chisone, iniziava a tenere workshop relativi alla sonorizzazione delle stelle presso location evocative, al riparo dall’inquinamento luminoso della città. Anche se la stessa ambientazione metropolitana non è mai rimasta del tutto estranea alle considerazioni creative di Varvello: pur oscurando la visione del cielo notturno, infatti, le luci della città offrono punti di contatto talvolta inediti tra frequenze luminose e sonore. Ne è stata esempio un’altra iniziativa in capo al musicista pinerolese: “Ascoltando la luce”, laboratorio di “sonificazione” delle torinesi Luci d’Artista, curato da Varvello a inizio 2026 e rivolto agli studenti del Conservatorio del capoluogo sabaudo.

Insomma, si tratta di una serie di esperienze che si inseriscono in un più ampio filone di ricerca che le racchiude, e che delineano un profilo artistico complesso e intrigante, capace di suscitare un necessario desiderio di approfondimento. Per questo, abbiamo chiesto a Marco di raccontarci la genesi di “Interkosmos”, le sue linee guida e gli attuali sviluppi di un itinerario creativo che rappresenta sicuramente un ambito di studi inusuale ed estremamente originale.

L’idea – ci racconta Marco – è nata durante il biennio di composizione jazz al conservatorio di Torino, che ho fatto tra il 2021 e il 2024. Riflettendo su cosa proporre per il diploma, e grazie al sostegno del Maestro Stefano Maccagno, insegnante di composizione molto aperto di mente, ho optato per tentare di connettere musica e astronomia. Il percorso, però, ha radici profonde. Già da bambino mi appassionava l’astronomia, ma non sono mai andato oltre la disciplina base affrontata durante la laurea in Scienze Geografiche. Tornando ad abitare in valle, e recuperando la vista della volta stellata, che a Torino era stata cancellata dalle luci metropolitane, l’ispirazione mi ha indirizzato verso il cieloProseguendo con il progetto, poi, mi sono reso conto di quanto servisse anche a integrare diversi aspetti della mia personalità e della mia formazione: come non vedere in una tesi intitolata “Constellations Musical Maps” l’unione di musica e geografia/astronomia?

Ma in cosa consiste, nel concreto, questo lavoro? “Non conoscevo, e non ho ricercato, se non minimamente, i lavori di altri compositori e musicisti che si sono dedicati alle connessioni tra cosmo e musica – ci spiega Varvello – non sapevo neanche esistesse un termine per chiamare queste pratiche: “sonificazione” di dati scientifici. Già, perché l’obiettivo che mi sono dato da subito non era di creare delle opere ispirate ai fenomeni celesti, bensì di concepire un sistema in grado di trasformare le stelle delle costellazioni in informazioni musicali, banalmente in note, con le loro altezze e durate e, soprattutto, rapporti. Le stelle, se immaginate unite da linee, formano delle figure; e queste linee hanno una direzione e una lunghezza, che intuitivamente possono essere trasformate in intervalli e durate di note“.

Il metodo da applicare per operare queste trasformazioni diventa il principale oggetto delle riflessioni del musicista pinerolese, che giunge progressivamente a conclusioni sempre più definite e articolate: “Ho provato diverse modalità finché non ho deciso di applicare dei valori di pitch a diverse direzioni tra stella e stella, ottenendo quindi l’altezza della nota successiva in un percorso stella-stella che delineasse una costellazione. E ho deciso di rapportare la durata di ogni nota-stella alla distanza necessaria per andare da una nota alla successiva. Ho visto che funzionava e che, tarandone in diversi modi la trasformazione, riuscivo a restituire grezzamente la forma della costellazione in un disegno di note. Ho poi aggiunto la luminosità apparente delle stelle in rapporto alla dinamica delle note, e ho sperimentato altre possibilità di trasformazione. Stabilito il sistema, ho quindi generato delle tabelle di conversione e ho iniziato a comporre“.

E qui entra in gioco la componente informatica della questione. Ci racconta ancora Varvello: “Desideroso di creare un sistema più veloce e pratico, e di dare la possibilità ad altri di usarlo, ho chiesto la collaborazione di Oliver D’Adda come programmatore per un iniziale calcolatore di angoli stellari, gettando le prime basi del software “Interkosmos“, che è stato poi sviluppato, sempre come materiale di tesi, da due programmatori di musica elettronica del Conservatorio: Giovanni Corgiat e Piero Poli“.

Il diploma andrà bene, anche perché le composizioni risulteranno particolarmente interessanti: “Dall’ouverture “A Universe”, per tredici musicisti, che è pura ispirazione riguardo al modello ciclico di espansione/contrazione dell’universo, a “Lyra”, una suite jazz/funk per nove musicisti che utilizza alcuni temi e alcune armonie tratte dalla costellazione omonima; da “Orion”, stessa formazione, dove tutti e tre i temi della jazz ballad sono ricavati esattamente dalla costellazione, a “Star’s Lament”, che riprende un tema dell’ouverture per quintetto d’archi e synth“.  

Il progetto però non si ferma al lavoro per il conseguimento del diploma. “Data la mole del lavoro svolto – ci dice Marco – e il fatto di avere affrontato soltanto 4 costellazioni su 88, e considerato il potenziale di sviluppo del progetto, ho scritto una proposta di ricerca che è stata accolta favorevolmente dal Conservatorio di Dublino, dove sto iniziando un PhD (Dottorato di Ricerca, n.d.r.) basato sul progetto. Se si riusciranno a mettere in campo le diverse professionalità necessarie alla ricerca proposta, l’obiettivo è di espandere parecchio il campo: dalle costellazioni, che sono frutto di fantasia degli umani, ai dati duri della missione GAIA/ESA – sto finalizzando la collaborazione con Mariateresa Crosta, senior researcher all’INAF e tra gli scienziati italiani responsabili del progetto GAIA, qui direttrice scientifica del mio progetto – cercando diverse tecniche compositive per “sonificarne” la mole enorme di dati, componendo per diversi ensemble e utilizzando diversi linguaggi musicali“. 

Come abbiamo accennato nel cappello introduttivo, “Interkosmos”, oltre a quella dell’indagine artistico-scientifica, possiede anche due altre dimensioni: quella dell’esecuzione live e quella didattica. “È mio desiderio – conclude Varvello – portare questo progetto anche dal vivo, e sto proponendo una performance con organico minimale: pianoforte ed elettronica, più video, adatto a rifugi, planetari e luoghi evocativi. Per quanto riguarda il lato didattico, invece, sto terminando il terzo workshop di composizione, utilizzando dati delle costellazioni e software, questa volta in collaborazione con il MAO a Torino. Devo ammettere orgogliosamente che l’esperienza si è rivelata ogni volta, oltre che piacevole, anche decisamente funzionante e stimolante: i partecipanti, animati dall’evocazione delle costellazioni, dalle simbologie e dai tratti culturali che le accompagnano, e trovandosi in una condizione con chiari limiti (temporali e tecnici, legati al dover utilizzare elementi dati dalle sequenze di note generate dalla costellazione scelta), hanno risposto magnificamente, creando ognuno un’opera personale e compiuta, che spaziava dagli strumenti acustici e dal folk, fino all’elettronica e al jazz“. 

 Il nome “Interkosmos” si lega dunque una sorta di cantiere multidisciplinare, in cui si intersecano i misteri dell’universo, il fascino delle stelle – che da sempre suggestionano gli esseri umani – e il potere ammaliante della musica. Gli studi di Marco Varvello in questo specifico settore, come si legge sulla pagina dedicata del sito ufficiale del musicista, “affondano le radici nell’antica idea che il cosmo ‘canti’, gettando un ponte tra scienza, arte e immaginario collettivo”. Una convergenza di prospettive che immaginiamo possa trovare il suo culmine nella dimensione performativa, specie se collocata in quegli anfratti del pianeta che ci pongono a più stretto contatto con gli astri da cui la musica trae ispirazione. E se il suo manifesto più burocraticamente programmatico tratteggia lo spettacolo come particolarmente adatto a spazi visionari come musei, teatri, planetari, festival o eventi culturali legati alla scienza e all’arte, è nella componente metafisica di cui ama ammantarsi che si racchiude la vera essenza di “Interkosmos”: quella di un’esperienza al confine con il sovrannaturale, resa possibile dalle componenti più trascendenti della natura, in “un ecosistema vivente di suono, spazio e partecipazione, che invita ad ascoltare l’universo non solo con strumenti e algoritmi, ma con la sensibilità, la creatività e la meraviglia umane“.

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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