Raccontare una produzione discografica è, spesso, un esercizio di pancia. Le canzoni ci colpiscono per immediatezza: un riff, un ritornello, una sensazione epidermica che ci attraversa prima ancora che la mente riesca a decodificare il testo. Poi, naturalmente, si aggiunge l’approfondimento dei contenuti, la cui analisi richiede qualche passaggio in più, anche sulla base del livello di lirismo ed ermetismo insiti nello stile dell’autore, ma si tratta, comunque, di un compito piuttosto lineare.
Quando ci si confronta con un’opera di Spoken Word, invece, questo processo si scontra con un vero e proprio paradosso metodologico. Il processo di scrittura di un brano Spoken è sicuramente più vicino a quello della poesia, che sfugge deliberatamente alle logiche metriche e ritmiche della canzone e si discosta anche dallo stile descrittivo e denotativo della narrativa. La stratificazione semantica e la tendenza evocativa delle sue formule retoriche richiedono un approccio analitico. Non a caso, la poesia predilige lo strumento della lettura, che consente la sosta sul verso, la possibilità di ritornare più volte sul medesimo passaggio, il silenzio della riflessione tra una riga e l’altra. Il mezzo di diffusione e fruizione della Spoken Word, però, ha a molto più a che fare con l’ascolto. La sua forma specifica, infatti, impone un accostamento fugace, effimero come il suono di cui è fatta, che in questo contesto rischia di distrarci dalla rigorosa misura formale e suggestiva della parola, e di impedirci quel soffermarsi necessario per apprezzarne appieno lo spessore letterario.
L’analisi di un lavoro di Spoken Word, dunque, in quel suo essere veicolato da strumenti più tradizionalmente riservati alla musica, corre il rischio di arenarsi nella superficialità di un ascolto sommario. E sarebbe un peccato, perché ci sono esempi davvero eccellenti che elevano la fruizione al livello di un’esperienza sublime. È il caso di “Là dove vanno a morire i cani”, nuovo lavoro di Federico Raviolo, che bissa il precedente “La pozzanghera che si credeva il cielo“, confermando le sorprendenti attitudini del suo autore: la capacità di cogliere come pochi altri l’essenza dell’esistenza e di saperlo fare con un equilibrio formale fuori scala, con un talento interpretativo in grado di creare un coinvolgimento emotivo senza pari, andando al di là di un mero, sebbene encomiabile, esercizio di stile.
Ritagliatevi del tempo e andate ad ascoltarvi “Ciò che resta di noi“, come esempio massimo della sintesi creativa di Raviolo. Ritornateci su più volte, trascrivetevi il testo se lo ritenete e sprofondate nel suo lirismo debordante, nel suo climax dirompente che spiana ogni possibile descrizione didascalica, in cui Federico desacralizza il mito delle vite perfette, relegandone il senso nelle sue marginalità, nelle sue imperfezioni, nei traguardi non raggiunti e nei progetti lasciati a metà. Una vita dal destino ineluttabile, legato a “stelle in caduta libera”, insignificante narrazione di un disegno metafisico enormemente più vasto, in cui rari spiragli di luce vengono a squarciare le nubi, sottolineando l’impossibilità di sfuggire alla nostra realtà, a quello che siamo, alle nostre pulsioni che attendono di esplodere nel grigiore delle nostre esistenze.
Per raccontare più compiutamente “Là dove vanno a morire i cani”, però, abbiamo ritenuto di intavolare una bella chiacchierata con il suo autore, grazie alla quale possiamo addentrarci più in profondità nei meandri dell’ispirazione che soggiace a questo piccolo gioiello letterario.
Ciao Federico, grazie per aver accettato di essere nostro ospite. Partirei dal titolo dell’album. “Là dove vanno a morire i cani” si rifà alla storia che racconti in “La felpa della nostra anima”, ispirata a una vicenda personale. Nel parallelismo tra il cane che si allontana per morire e rimanere “scolpito e indelebile, vivo e vitale negli annali dei nostri ricordi” e la forza oscura che ci chiama per allontanarci dal “precipizio dell’inedia e del nulla”, si legge l’ispirazione e l’aspirazione a lasciare un segno del nostro passaggio terreno, un segnale che ci consenta di rimanere scolpiti anche noi negli annali della memoria di qualcun altro. Quanto è importante per te dare forma a questa forza misteriosa che si annida tra le crepe delle nostre case?
C’è, esiste, respira, osserva, ascolta, suggerisce, sussurra, un mondo che non è solo il mondo tangibile in cui i nostri sensi sbattono ogni giorno. C’è un mondo altro, un qualcosa d’altro che ci chiama, tutti, ed è un qualcosa di indicibile, nel senso di non descrivibile con il linguaggio, di difficilmente traducibile in immagini. Qualcosa che non si vede, ma si avverte. Per chi lo vuole sentire. In merito alla tua domanda, sono due le cose che per me hanno una certa importanza: la prima è cercare di non soccombere totalmente sotto la spinta dell’inedia che ci vuole aridi e dissipati, e dunque di cercare di essere, per quanto si può, sempre un pochino “connessi” alla vibrazione dell’invisibile (forse, dunque, alla propria “anima”?). La seconda è l’intrinseco desiderio, neanche troppo conscio, di lasciare qualcosa di sé ai posteri. Credo che chiunque faccia arte, pur non vivendo di essa, cerchi inconsciamente di fare del proprio lavoro un qualcosa che possa restare. Anche solo mettendo tutta la propria energia in un atto creativo, dichiari al mondo: “Esisto”. Può essere una semplice richiesta d’amore, un “Amatemi, vi prego, perché io vi amo. Ditemi, per favore, che non sono totalmente inutile, ditemi che non sono totalmente un imbecille, ditemi che non sono solo carne e ossa. Amatemi come io ho amato voi.”
A proposito di “La felpa della nostra anima”, il testo esamina la dialettica tra la futilità dell’attaccamento agli aspetti più materiali dell’esistenza e la consapevolezza che, di fatto, il succo della vita risiede, invece, proprio in questi elementi più materiali e concreti. In questa oscillazione di posizioni ideologiche, tu dove collochi il tuo approccio alla vita?
Il mio approccio alla vita è legato alla razionalità delle cose comuni, di tutti i giorni. Alla fatica di alzarsi al mattino alle cinque, cercare comunque di fare qualcosa di buono al lavoro, al rapporto con i figli, la scuola, gli impegni sportivi, la famiglia, il rapporto di coppia. E poi magari aprire una poesia a caso di Carver e sentire che la giornata è andata, ed è stata una gran giornata. O magari, se non Carver, commuoversi improvvisamente sulle parole di “Ovunque sarai” di Irama. Dove si colloca il mio approccio alla vita? Nella vita stessa, nella vita comune di tutti i giorni. Non potrebbe essere diversamente. Chi ha inventato questa cosa del vivere, devo dire, si è veramente superato: è stato grandioso, insuperabile. Bisognerà poi vedere com’è sta cosa del morire: sarà da capire, ma scommetto che sarà un bel vivere anche lì.
Fin dal primo brano, “Alle 2:30”, emerge un tema ricorrente: la notte. Spesso i tuoi racconti si dipanano nelle atmosfere silenziose e solitarie di questo particolare momento della giornata. Cosa lega il tuo modo di fare poesia alla notte?
In realtà il 95% delle volte alle 21 sono già nel letto e alle 21:15 dormo. Però la notte ha un certo fascino. Anche solo ad immaginarla, la notte, ti suggestiona. Poi, pensaci: un po’ di pioggia, solo nella tua macchina che va, il riscaldamento acceso, la strada che ti viene incontro, il paesaggio che si intravede ai lati e i pensieri che vanno, ecco perché è importante la notte, perché è un’occasione imperdibile per stare con te stesso, ché a volte passano settimane che non ti incontri.
In “Cappelli”, affronti in modo originale la questione dell’identità. Io ci ho visto l’ossessione per la costruzione artificiale della nostra immagine, che spesso non coincide con ciò che siamo davvero, in una tensione tra la necessità di apparire e il bisogno di autenticità. Come la interpreti tu e che rapporto hai con la compulsione contemporanea per la cura dell’immagine pubblica?
Credo che ognuno di noi abbia di sé un’immagine, e che probabilmente, per il 90%, non corrisponda a quella che gli altri hanno di noi. Mi è capitato di giocare e di pensarmi come un James Dean con la cicca di sbieco e gli occhi semichiusi dal fumo, per poi scoprirmi un Woody Allen andato a male. C’è bisogno di sentirsi fascinosi per avere l’illusione di valere qualcosa. Oggi, poi, è molto più importante l’immagine che il contenuto: cerco di rispettare questa regola, ma a volte non ci riesco. A parte gli scherzi, anch’io, come tutti, tengo ad avere un’immagine che possa piacere. Ammetto di avere una dose di vanità. Ma – che diamine! – tutti hanno il diritto di sentirsi Jim Morrison!
In “Gli amici della domenica mattina” compi un nuovo elogio delle esistenze comuni, quelle che non stanno sotto i riflettori, che si costruiscono attraverso abnegazione, lavoro e sacrifici, ma che sono fatte di quella invidiabile capacità di ritrovare nelle cose semplici il vero senso della vita. Qual è per te il vero significato dell’esistenza umana?
Io non so quale sia il vero significato dell’esistenza umana, ma so che sento il bisogno di ringraziare ogni giorno. C’è da imparare dai volti segnati, dai sorrisi un po’ rotti, da questa luce umana che ha solo bisogno di essere vista. Una luce in cui tutti noi siamo avvolti, in cui ognuno di noi respira, gioisce e piange. In fondo non siamo soli: siamo qua, e lo siamo tutti insieme. Forse è questo — solo questo — ciò che conta.
Dopo la disamina dei contenuti, vale la pena soffermarsi sulla componente strettamente produttiva, nella quale ha un ruolo determinante il lavoro di Gabriele Scarpelli, una collaborazione che va avanti ormai da anni e che qui ha assunto sfumature inedite, come le atmosfere blues che qua e là fanno capolino a sottolineare una certa connotazione umbratile delle ambientazioni. Come si è sviluppata la fase compositiva di questo lavoro? Ci racconti le dinamiche del vostro dialogo artistico?
Mi è venuto totalmente naturale confermare la collaborazione con Gabriele Scarpelli, perché tra noi c’è una fortissima stima reciproca e una profonda amicizia. Ritengo Scarpelli un fuoriclasse assoluto, un artista a 360 gradi, dotato di una sensibilità unica. Tutto ciò che fa lo trasforma in oro. È un Re Mida devastante. Lavorando con lui mi sento al sicuro, protetto, so che la sua produzione, le sue note, le sue idee, vanno dritte al punto chiave dell’opera e sospingono, accompagnano, potenziano ogni mia parola. Io non so che cosa sia la “magia”, ma so che due elementi incorporei uniti insieme, usando le particolari antenne ricettive che possiede Scarpelli, creano in maniera improvvisa un potentissimo incantesimo suggestivo capace di farti balzare in un altro luogo. Questi elementi messi insieme sono la parola e la musica, sapientemente mischiati dallo stregone Scarpelli.
Questo disco a differenza di “La pozzanghera che si credeva il cielo” è stato molto più suonato. Gabriele ha fatto alcune parti di chitarra acustica, di tastiere, di armonica a bocca; per i primi due brani, ho avuto il piacere di avere ospite al basso Damiano Osella, poeta e funambolico polistrumentista, molto attivo con il progetto Oggimai con il poeta saviglianese Sergio Gallo. E poi mi sono cimentato anch’io in alcuni sassolini, non dico assolini, ma, sassolini, di chitarra elettrica, mio grande amore mancato, ma che negli ultimi tempi mi sta dando molto divertimento, con i progetti del collettivo Hash21 e con i The Schwabs, un power trio punk metal (ex Spleen) che spero presto verrà alla luce.
Detto questo, i vari brani sembrano pescati a caso nei meandri dei miei cassetti, ma una volta fuori, ho visto che, invece, formano un tutt’uno piuttosto omogeneo, un po’ come mi era successo con la “Pozzanghera”. Solo dopo la sua pubblicazione mi ero reso conto che si trattava di un lavoro per mio padre. In questo caso se fossi un intellettuale (ma non lo sono) ti direi che l’intero disco verte su tematiche esistenzialiste. Il disco è un disco sul mistero ineluttabile dell’esistenza, sulla sua indecifrabile luminosa bellezza. Amo un sacco questa vita e ringrazio davvero di questa grande cosa che mi è capitata, cioè di vivere.
La musica è stata concepita in simbiosi con le parole ma, a differenza della “Pozzanghera”, abbiamo aggiunto per alcuni brani dei piccoli ritornelli vocali. È un lavoro ibrido tra reading puro e canzone, cosa che, in generale, mi pare piuttosto unica. Per alcuni brani abbiamo voluto dare un effetto “lande americane”, che poi abbiamo perfettamente unito all’immagine di copertina, scattata da mia moglie, Ambra Breuza, appassionatissima di fotografia, e aggiungerei, grande fotografa.
Nel tuo approccio alla Spoken Word, non c’è solo una profondità di scrittura dai fenomenali caratteri evocativi, ma ciò che eleva il tuo lavoro è soprattutto l’intensità interpretativa, sempre molto a fuoco e coinvolgente. So che hai un background legato al teatro e alle arti della scena. Mi racconti un po’ del tuo legame con questo ambito performativo?
Ho avuto il mio primo contatto con il teatro in seconda o terza media, grazie al mio professore di italiano, il poeta e drammaturgo Mauro Comba, tra gli ideatori di Jazz Visions. Ecco, lui ci aveva fatto interpretare, facendoci ridere un sacco, “La locandiera” di Goldoni. Da lì decisi di affrontare un corso di teatro con Franco Urban e poi successivamente con il Teatro del Marchesato di Saluzzo, dove conobbi Nuccio Cantamutto, uno dei più grandi maestri possibili, molto conosciuto in città. Oggi pur non praticando i palchi perché gli impegni sono troppi – sono chiamato “L’elemento fantasma” – faccio parte della Compagnia Primo Atto di Saluzzo, con Anna Chiara Busso, Corrado Vallerotti, Luca Bertero e molti altri amici e fantastici attori.
Un’ultima domanda che mi piace sempre fare a chi, come te, oscilla tra la canzone e la poesia e frequenta con ottimi risultati anche gli ibridi come la Spoken Word. Quali differenze percepisci tra scrittura e interpretazione di un brano musicale rispetto a un lavoro di Spoken Word?
l reading musicali e la canzone, fondamentalmente, lavorano con gli stessi identici elementi di cui parlavo prima: la parola e la musica, a cui aggiungerei la voce. Questi elementi uniti insieme danno luogo ad un incantesimo. Di questo sono profondamente convinto. A me hanno fatto sempre un effetto pazzesco, io sono capace di piangere come un bambino ascoltando una melodia accompagnata dalle parole giuste. In verità, sono capace di piangere anche se non capisco le parole, ma se la melodia è potente mi avvolge totalmente, vengo preso come da una sorta di trance ipnotica, un effetto Stendhal per la musica. Un artista che mi fa questo effetto è Nick Cave, soprattutto nel suo album “The Boatman’s Call”. Una cosa che cerco sempre di riprodurre con tutte le mie forze.
Detto questo ci sono alcune differenze tra canzone e Spoken. La canzone implica, a mio modo di vedere, una metrica, una rima, un’assonanza, e sopratutto una melodia, dunque ha delle regole. E se vuoi fare una canzone, che ti piaccia o no, devi seguirle, altrimenti viene fuori altro. Qui entra in gioco la Spoken. Ci sono meno regole, c’è un contenuto di parole, una voce che deve essere credibile e una musica che fa navigare le parole fino alla riva. Ma ti puoi permettere anche di andare fuori tempo, sarà la musica a seguirti. La Spoken però implica da parte dell’ascoltatore, forse, un maggiore impegno rispetto alla canzone, ti costringe a rimanere li, se vuoi arrivare in fondo. La canzone in questo è più semplice. La Spoken ha meno regole ma è più “difficile”, la canzone ha più regole ma è più facile. A pensarci bene, per me la Spoken è una cosa abbastanza naturale. Già all’epoca dei dinosauri Spleen intramezzavo poesie di Rimbaud con “Paranoid” e “Smoke on the Water”. Tuttavia, solo dopo aver incontrato Scarpelli, quindi moltissimi anni dopo, ho potuto finalmente portare questa cosa sul piano materiale.
In chiusura di intervista, Federico Raviolo ci tiene a sottolineare come la sua scrittura derivi da una forte passione per la letteratura americana della seconda metà del Novecento, in particolare per autori come Steinbeck, Kerouac, Bukowski, Fante e Carver. E, sebbene più volte ribadisca di non essere un intellettuale in senso stretto, è innegabile che, quando la sua ispirazione incontra le potenzialità del linguaggio poetico, sappia tirare fuori vette stilistiche di assoluto pregio e una sensibilità riflessiva fuori dal comune. Se volete una conferma delle mie personali impressioni, di seguito trovate il collegamento al lavoro di cui abbiamo parlato finora. Mettetevi alla prova nell’immergervi nelle sue affascinanti atmosfere. Magari in silenzio. Possibilmente, di notte!
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