Ho conosciuto Ciro Cirri di persona solamente un anno fa, incrociando la sua strada per motivi essenzialmente didattici. Ovviamente, però, il suo nome, non mi era ignoto. Ciro, ça va sans dire, è un personaggio fondamentale nell’ambito della musica pinerolese. Come insegnante, come concertista, ma anche e soprattutto come membro di alcuni ensemble di rilievo, tra cui spiccano certamente i primi Africa Unite. In più, fino a pochi anni or sono, passavo spesso davanti alla sua abitazione, una costruzione che, più che di una casa privata, aveva le sembianze inequivocabili di un edificio scolastico. Ogni giorno rimanevo colpito dalla scritta dipinta sulla cancellata esterna, visibile solo se osservata di taglio. “Ciro Cirri Loco”, recita ancora oggi l’insegna pitturata sulle barre metalliche della ringhiera; dicitura che ha sempre destato la mia curiosità. E anche oggi, che so riferirsi al “luogo” che Ciro ha allestito per sé e per l’esplorazione della sua creatività, niente mi toglie dalla testa che quel “loco” possa inconsciamente riferirsi anche a una sorta di follia d’artista che sembra appartenergli in modo inscindibile. Ciro mette costantemente in atto un approccio alla vita e all’arte decisamente anticonvenzionale, un modus operandi che gli consente di mantenersi in perfetto equilibrio tra una lucida capacità di analisi concettuale, un’originalità espressiva multiforme e senza confini, e una simpatia contagiosa e debordante. Caratteristiche che l’hanno, infine, condotto a scelte artistiche e personali sicuramente sui generis, ma proprio per questo pregne di significati universali.

L’occasione per la chiacchierata che segue è dettata anche dal ritrovamento di un vecchio articolo dell’Eco Mese, datato marzo 1990 (che riproduciamo in calce), nel quale alcuni giovani musicisti pinerolesi di allora svisceravano i loro pensieri e le loro aspettative nei confronti della professione musicale. Tra questi, anche alcune riflessioni, per altro brevi e sintetiche, dello stesso Ciro Cirri, allora ancora parte degli Africa Unite in pianta stabile. L’intervista che segue, come vedrete, ci tratteggerà il profilo di un artista a tutto tondo, che vive l’arte con una purezza quasi primordiale. Elemento, questo, che andrebbe in effetti recuperato, per tornare a fare dell’espressione creativa un veicolo di comunicazione personale e di riflessione profonda sui temi della nostra esistenza. Lontani – per dirla proprio con le parole di Ciro, usate nell’intervista citata – dal “falso mito della celebrità e del denaro”, che oggi sembrano invece permeare in modo pervasivo tutto l’universo mediatico in cui siamo immersi. In tal senso, la storia che stiamo per raccontare possiede i tratti prototipici di uno sguardo incontaminato, per il quale le varie forme dell’arte rappresentano lo strumento principe in grado di attivare contemporaneamente i vari meccanismi del pensiero.
Grazie Ciro, per aver deciso di raccontarci la tua storia. Allora… partiamo dal principio. Come hai scoperto la musica?
Avevo circa 12 anni, ero poco più di un bambino, quando trovai una vecchia chitarra nella legnaia di mio nonno. Appena la vidi, mi incuriosii subito e iniziai a strimpellare. Inizialmente, lo feci in totale autonomia, sperimentando liberamente. Mi accorsi, infatti, che avevo un po’ di orecchio e riuscivo a tirar giù le parti senza bisogno di spartiti o insegnanti. All’epoca non esistevano i tutorial di oggi; l’unica risorsa erano i dischi e le musicassette.
Fu mio padre, con la sua lungimiranza, a suggerirmi di prendere qualche lezione. Vedeva che mi piaceva molto e mi incoraggiò. Accettai e presi circa 5 o 6 lezioni da un maestro molto stimato all’epoca: Mario Scrivano, un personaggio eccezionale, garbatissimo e un vero filosofo, che aveva il suo studio in Via del Pino. Per la nostra generazione, Mario è stato un vero punto di riferimento. Ma d’altronde, all’epoca si suonava molto. C’erano molti insegnanti e negozi di musica, come Portigliatti, Rinaldo o Rogirò, dove si respirava una vera passione per la musica.
Nonostante le lezioni con Mario fossero state preziose, però, la mia presunzione giovanile, unita a una certa incapacità e alla scarsa voglia di studiare seriamente, mi portarono a smettere. Continuai, infatti, a suonare totalmente a orecchio.
Ricordi le tue prime esperienze a livello di band e come sei passato al basso?
In quegli anni frequentavo le scuole medie e, quasi per una strana coincidenza, avevo dei compagni di classe che condividevano la mia stessa passione per la musica. Così, decidemmo di fondare la nostra prima band dove io suonavo la chitarra. C’erano i gemelli Bai, uno alla chitarra e l’altro alla tastiera, e poi c’era Giustino Lavecchia che suonava la batteria (tre ragazzi che poi diventeranno i Draft & Bill, n.d.r.). Insieme, iniziammo a provare in una chiesetta prefabbricata che c’era nel quartiere Tabona (oggi sostituita da una chiesa molto più grande), grazie a Don Buffa, magnifico prete operaio che ci diede questa possibilità. Nella chiesetta, c’era una tastiera e noi potevamo andarci a suonare. Io partivo da casa mia con il famoso Corland da 12 watt che mi aveva venduto Rinaldo, pagato 120 mila lire. Mi ricorderò sempre che Rinaldo mi disse “Senti questo, come spara!”. Allora, in effetti, l’idea era quella di attaccare un jack e avere volume.
In quella prima band, però, mancava un bassista. Così, da chitarrista – seppur, direi, poco più che mediocre – mi ritrovai a fare il cambio. La nostra band, lo dico con tutto l’affetto del mondo, era un po’ “scalcagnata”, a partire da me. Eravamo tutti abbastanza improvvisati, ma incredibilmente appassionati. Così appassionati che riuscimmo a mettere su un bel repertorio, suonato a volte in modo claudicante, altre volte anche bene, che attingeva dalle discografie di gruppi come Genesis, Jethro Tull e Supertramp.
Che ricordi hai della scena musicale pinerolese dell’epoca?
Eravamo nella seconda metà degli anni Settanta. Un periodo in cui era possibile ascoltare una miriade di gruppi e di musicisti. Ogni volta che qualcuno suonava, accorrevamo a sentirlo. Non solo per giudicare, ma soprattutto per imparare. All’epoca, la nostra unica “scuola” era osservare gli altri. Il grande Andrea Allione, lo straordinario bassista e contrabbassista Aldo Mella, Francesco Caudullo e altri: era un richiamo irresistibile. Stavamo lì, quasi inginocchiati, a guardare queste persone che sapevano suonare davvero bene e da cui cercavi di attingere il più possibile.
Accanto a noi c’erano poi gruppi bravissimi come, ad esempio, gli Age, gli Esdra o i Vieta, di Micky Rissolo, Carlo Buratti, Claudio Zoppi e Silvio Cortassa. Questi gruppi, a loro insaputa, sono stati per me dei veri e propri maestri. I Vieta, all’epoca, erano anni luce avanti a noi. Noi eravamo un po’ “sgarruppati”, mentre i Vieta avevano Micky Rissolo, che cantava in modo divino: Police, Eagles, Earth Wind & Fire. Eravamo letteralmente “in brodo di giuggiole”, meravigliati, a guardare e ascoltare questi ragazzi.
Ricordi qualche aneddoto curioso dei tuoi inizi?
Ricordo, in particolare, un concerto. Eravamo già un po’ più grandi: io avevo diciannove anni e la patente. Dovevamo suonare all’auditorium del Liceo Scientifico. Fu una di quelle cose folli che ti rimangono impresse. All’epoca, io e Giustino eravamo già clienti di Merula e avevamo comprato un Cabotron, un vero e proprio impianto voce. L’idea di possedere un impianto tutto nostro, per noi, era un sogno: poter “sparare”, avere volume! Questo Cabotron aveva i bassi grandi come due frigoriferi di oggi, e poi i medi e gli acuti.
Per trasportarli, facemmo ben sei viaggi con la mia Cinquecento. I bassi, invece, li portammo a piedi io e Giustino dalla Tabona al Liceo Scientifico, facendoli rotolare per le strade di Pinerolo. Per fortuna avevano le ruote! Nonostante questa enorme fatica, la sera del concerto eravamo carichi di energia e voglia. Il nostro primissimo concerto, però, lo facemmo forse al Teatro Primavera, una settimana dopo i Nomadi. Ricordo che scrivemmo loro un bigliettino, anche un po’ ingenuo, per chiedere che, durante il loro concerto, annunciassero la nostra esibizione. Non lo fecero, ma non pensavamo davvero che l’avrebbero fatto. Questo, però, ti dà l’idea del livello di voglia e ambizione che avevamo allora, un entusiasmo che, anche dopo che non ci fu più concesso di suonare nella chiesetta prefabbricata, ci portò a cercare altri posti dove poter provare. Iniziammo a pulire cantine, da cui puntualmente venivamo cacciati dopo poche prove a causa del nostro rumore. Non sai quante cantine ho pulito!
Dici che i tuoi inizi sono stati da autodidatta. Ci racconti qual è stato il tuo percorso formativo successivo?
La mia prima vera “lezione” significativa mi fu impartita da Paolo Taverna, un mio compagno di classe decisamente più intelligente e maturo di me. Un giorno, Paolo mi invitò a suonare nell’ennesimo gruppo, di cui francamente non ricordo il nome, dove c’erano anche Andrea Serafino e Tommy Guiot. All’epoca, Taverna suonava la batteria. E, a essere onesto, lo faceva in maniera piuttosto incresciosa. Poi quella fase si concluse e i nostri contatti si interruppero. Dopo un paio d’anni, lo ritrovai a suonare jazz con musicisti del calibro di Aldo Mella, Andrea Allione ed Emanuele Cisi. Rimasi incredibilmente ammirato. Senza saperlo, la prima lezione fu proprio questa: lo ricordavo come un ragazzo incapace quanto me, eppure era diventato un musicista con un gusto straordinario, che si esibiva con dei veri e propri mostri sacri. Aveva compreso molto rapidamente che per imparare è fondamentale applicarsi con dedizione. Quello fu un seme che si radicò immediatamente in me, facendomi capire che impegnandosi a fondo, i risultati arrivano sempre.
Per quanto riguarda le lezioni con insegnanti, in quei primi anni ne presi poche. A parte le prime quattro lezioni di chitarra con Mario Scrivano, subito dopo aver terminato il servizio militare, frequentai otto lezioni di basso con Umberto Mari, il bassista degli Arti e Mestieri. Il suo approccio non era tradizionale; era molto bravo a suonare e a “slappare”, ma io avrei avuto bisogno di un tipo di insegnamento differente. Anche il metodo che mi aveva consigliato, il Daritz-Kurin, era estremamente complesso per me allora. A quell’epoca sembrava più importante ostentare la propria bravura, piuttosto che concentrarsi su altri aspetti fondamentali. Questo, però, tende a dissociare l’essere un musicista dal semplice saper suonare uno strumento. Insomma, alla fine abbandonai le lezioni quasi subito e, almeno all’inizio, continuai a suonare a orecchio.
La tua prima avventura davvero importante è stata certamente quella con gli Africa Unite. Ci racconti come sei entrato a far parte della band?
Gli Africa Unite avevano iniziato la loro avventura musicale con Mario Manduca al basso. Prima che la formazione si stabilizzasse, la band includeva Daniele Bianciotto, Bunna, Caudullo e altri musicisti dell’area pinerolese. Parliamo della prima metà degli anni Ottanta: io avevo venti, ventuno anni. Loro avevano già cominciato a suonare cover di Bob Marley e a costruire la propria identità. Mario incise il primo disco, “Mjekrari”, ma in seguito lasciò la band per motivi personali; a quel punto gli Africa mi chiamarono a suonare con loro. Non capivo molto di ciò che il reggae richiedeva veramente, ma l’idea mi entusiasmava. Rispetto a tutti gli altri, ero l’unico ad aver avuto la fortuna di vedere Bob Marley dal vivo. Marley è stato un musicista capace di parlare a chiunque, indipendentemente dai gusti musicali. Che tu facessi heavy metal, rock o jazz, ascoltavi Marley, sebbene appartenesse a un genere completamente diverso dal tuo. Questa fu la sua straordinaria potenza. Non solo diffuse il reggae nel mondo, ma lo fece entrare nel cuore di tutti perché era “figo”, meraviglioso nei contenuti e nel suo modo di esprimersi.
Così iniziai la mia esperienza con gli Africa, sebbene fossi ancora influenzato da quella mentalità un po’ esibizionista di cui parlavo prima, quella che spingeva a voler dimostrare quanto si era bravi a suonare. Loro mi accettarono ugualmente perché ne avevano bisogno, e in ogni caso riuscivo a fare ciò che serviva, anche se la mia comprensione del reggae non era ancora approfondita. Chi invece dominava pienamente il genere erano Bunna, il vero “filologo” della band, e Frank (Madaski, n.d.r.), che ne incarnava l’intelligenza. Frank aveva alle spalle un solido percorso classico – per anni aveva insegnato alle scuole medie – ma non era minimamente interessato a mostrare le sue abilità. Eppure, a quei tempi, a Pinerolo solo lui e Massimiliano Genot suonavano il pianoforte a certi livelli.
Con gli Africa ho inciso quattro dischi: “’Llaka”, “People Pie“, “Babilonia e Poesia”, e ho partecipato a “Il sole che brucia”. È stata un’esperienza incredibile: facevamo tra gli ottanta e i cento concerti all’anno, passando dal centro sociale più “semplice” ai palchi più prestigiosi. Abbiamo suonato al fianco di artisti importantissimi, aprendo i loro concerti: Steel Pulse, UB40, U-Roy, Linton Kwesi Johnson. Di Johnson conservo un ricordo meraviglioso: lo vedo ancora chiuso in un camerino al buio prima di salire sul palco, intento a riflettere intensamente sui messaggi da trasmettere al suo pubblico. Era infatti molto impegnato politicamente e nel sociale, in particolare contro l’apartheid. “Devo poter raccontare qualcosa di valore”, ci diceva. Questa era la sua filosofia. Grazie al periodo trascorso con gli Africa, dunque, ho avuto l’opportunità di entrare in contatto con realtà e palchi di grande rilevanza, il che ha contribuito enormemente alla mia maturazione.
Hai qualche aneddoto o ricordo particolare del periodo Africa?
Ho in mente due viaggi specifici, davvero memorabili, in Iraq e in Giamaica. In Iraq fu un’esperienza bellissima. All’epoca non era possibile raggiungerlo in aereo direttamente, quindi facemmo scalo in Giordania e da lì intraprendemmo un lungo viaggio in pullman attraverso il deserto. C’è un ricordo che mi è rimasto particolarmente impresso: una notte, fummo costretti a fermarci nel deserto a causa di una gomma a terra. Lì, sotto una ‘cupola di stelle’ che si estendeva fino all’orizzonte, assistetti a uno spettacolo mozzafiato, una vera meraviglia della natura. Suonammo, poi, in una storica città vicino a Baghdad, in un’arena gremita di gente. Il regime, tuttavia, esercitava un controllo totale: bastava un richiamo e la folla si disperdeva in un attimo. Nonostante le restrizioni e un embargo che rendeva alcuni beni estremamente costosi (mentre la benzina costava quasi niente!), riuscimmo a girare liberamente per Baghdad, prendendo taxi e visitando i mercati. Fu proprio lì che assaggiai per la prima volta il kebab. Fu un viaggio unico, suonammo ‘tra due guerre’, accompagnati da un insegnante italiano di conservatorio, con origini italo-irachene.
Anche la possibilità di suonare in Giamaica ha rappresentato una fortuna. Inizialmente, percepii una sorta di ‘razzismo inverso’: arrivavamo noi, bianchi, con un nome come ‘Africa Unite’ e suonavamo la loro musica, il reggae. C’era un certo scetticismo, come a dire: ‘Ma chi sono questi per suonare la nostra musica?. Però, durante una prova improvvisata sulla spiaggia (lì, anche le star si presentavano così, a piedi e senza troppe formalità), qualcosa cambiò. Ci fecero suonare, e fu in quel momento che si aprì un mondo. Iniziò a risuonare il grido di ‘Will!’. Questa è un’esclamazione che usano per indicare quando la musica li esalta, un segnale per interrompere l’esecuzione e poi ripartire con ancora più energia. È un po’ come uno ‘stop and go’ che ti porta al limite dell’emozione per poi farti ripartire. Sentirlo, all’inizio, ci fece domandare cosa stesse succedendo, ma poi comprendemmo l’entusiasmo che generava.
Dopo quella prova, facemmo il concerto e tutti rimasero affascinati. Il nostro reggae era diverso dal loro, certo, ma lì ho compreso una lezione fondamentale: la loro cultura abbraccia profondamente la diversità. La musica è davvero un linguaggio universale che supera ogni barriera di colore, stato sociale o provenienza. Ci siamo capiti perfettamente e, in quel momento, è nato un amore reciproco. Giravo con il mio basso e la gente mi fermava per strada, invitandomi a casa per suonare insieme. Mi è capitato più volte di entrare in un’abitazione, attaccarmi all’amplificatore e, pur capendo poco le parole che si scambiavano, comunicare attraverso la musica. Hanno apprezzato il mio modo di suonare e il mio basso; è stata una vera favola. È stata un’altra avventura meravigliosa che ha confermato il potere unificante della musica.
Oggi sei un apprezzato contrabbassista con alle spalle anni di studi classici. Com’è iniziato questo tuo cambio di rotta?
Mentre suonavo con gli Africa ho capito che mi sarebbe piaciuto fare il musicista di professione. Così, presi una decisione importante: mi licenziai dal lavoro che avevo allora e iniziai a dedicarmi allo studio. Con gli Africa, infatti, suonavo ancora senza sapere il nome di una nota, niente di cosa fosse una scala, non sapevo niente di musica. Così, mi iscrissi al Corelli, una scuola che notoriamente ti prepara in modo serio. Inizialmente mi iscrissi a solfeggio e pianoforte (non c’era ancora il corso di contrabbasso), ma con una scarsa predilezione per lo strumento. Per me fu soprattutto un modo per avvicinarmi allo studio. Così, mentre continuavo a suonare con gli Africa, iniziai il corso di solfeggio, un corso di due anni preparatori e tre anni di corso vero e proprio, percorso che accorciai mettendomi sotto in modo deciso.
Nel frattempo, grazie a Claudio Morbo che era il mio insegnante, iniziai a cantare nel coro del Corelli. Un’esperienza che mi ha permesso di scoprire il mio amore per la musica classica. Ricordo ancora oggi le emozioni provate nel cantare quelle polifonie meravigliose: Palestrina. Petrassi, i mottetti di Bach per otto voci, Mendelssohn, Messiaen e Poulenc. Un giorno, parlando sempre con Claudio Morbo, cercando un consiglio sui possibili percorsi da seguire, ed esprimendo il desiderio di rimanere su un territorio affine a quello del mio strumento, il basso elettrico, lo stesso Claudio prese l’iniziativa di attivare la cattedra di contrabbasso. Fu così che partirono i corsi di contrabbasso al Corelli. Eravamo in due, io e Max Laredo – oggi un apprezzato tecnico audio e backliner, n.d.r. – con il mio primo insegnante Massimiliano Peretti, allievo del grande Enzo Ferraris.
Inizialmente, studiavo tre o quattro ore al giorno. Mentre suonavo ancora con gli Africa, mi ero comprato una “scopa”, un contrabbasso senza corpo. E anche mentre eravamo in tour, ogni ritaglio di tempo lo dedicavo allo studio. Quando però sono arrivato a dare l’esame del quinto anno, mi sono accorto che le ore che dedicavo allo studio non bastavano più. Ero molto determinato, ma la mia capacità di imparare non era più quella di un ragazzo. Iniziare da zero a ventisei anni fu una gran fatica per me. Così decisi di separarmi dagli Africa e mi chiusi in casa per otto anni, senza un giorno di vacanza, immergendomi nello studio per dieci-undici ore al giorno, sabati e domeniche compresi.
Quali sono state le tue prime esperienze nell’ambito della musica classica?
È lì che decisi di cambiare l’insegnante. Ma fu anche per un altro motivo. Avevo sempre mal di schiena, perché i metodi tradizionali non consideravano che la musica non la fai solo con le note, ma con tutto il corpo e con l’atteggiamento mentale. Trovai un’insegnante che si chiamava Davide Botto, primo contrabbasso del teatro Regio. Iniziai da lui privatamente, facevo più di cento chilometri di macchina, andata e ritorno, per andare a casa sua, oltre Chieri. Da lui andavano le Prime Parti delle principali orchestre italiane, a farsi sentire prima di affrontare i concorsi per diventare primi contrabbassi. Era un uomo di grande intelligenza. Era duro, ma con me aveva sviluppato un atteggiamento di una certa morbidezza. Aveva capito che ero un adulto che voleva imparare. In ogni caso, ci ho messo un anno per disimparare tutta la mia tensione, per restare rilassato. Non ti nascondo che, a volte, finite le lezioni, tornavo a casa piangendo per la rabbia nel non riuscire a fare certe cose. Comunque, ho tenuto duro e alla fine sono riuscito a diplomarmi in contrabbasso classico.
Le prime esperienze nell’ambito della musica classica furono con l’ensemble degli Architorti e con l’orchestra del professor Vignetta, violista del Regio, che nonostante il mio livello iniziale decisamente scarso mi diede la possibilità di suonare con lui. Nello stesso periodo, partecipai a un corso accademico con il Maestro Emilio Benzi, primo contrabbasso della Rai e, all’epoca, insegnante del conservatorio di Torino. Musicista fenomenale, figlio di Werther Benzi, uno dei più prestigiosi contrabbassisti italiani. Ma la svolta definitiva avvenne quando decisi di cambiare insegnante. Non perché il mio non fosse bravo, ma perché, vivendo qua a Pinerolo, mi mancava il confronto con altre realtà. Tramite i contatti del mio insegnante, ebbi modo di trovarmi di fronte a Fulvio Caccialupi e Massimo Bindi. Uno aveva appena fatto il quinto anno e l’altro il diploma. Io rimasi senza parole, artisti dotatissimi che stavano ad un altro livello.
Quali sono state le tue esperienze musicali successive?
Un’altra esperienza di grande valore è stata quella con l’Orchestra Bruni di Cuneo. All’epoca suonavo con il maestro Mosca, fondatore dell’Orchestra Bruni, e fu lui a volermi nell’orchestra per sostituire il contrabbassista, che nel frattempo era diventato papà. In seguito, sostenni un’audizione presso la scuola di alto perfezionamento di Saluzzo, un’audizione gestita dalla RAI. Decisi così di trasferirmi a Saluzzo, anche perché la scuola offriva una foresteria, dove ripresi a studiare intensamente, otto, dieci ore al giorno, dopo un periodo di crisi dovuto alla stanchezza post-diploma. Fu senza dubbio una delle esperienze più belle della mia vita. Ogni settimana affrontavamo un repertorio diverso. Diretti dal clarinettista Garbarino, mi ritrovai a lavorare con una sessantina di ragazzi meravigliosi, tutti più giovani di me, ma animati da una grandissima voglia di suonare e di studiare. Ho stretto amicizia con molti contrabbassisti, tra cui Paolo Mastroleo e Silvio Albesiano – il secondo contrabbasso della RAI – in un clima di grande collaborazione e crescita reciproca. Questo impegno mi ha poi permesso di essere chiamato come aggiunto, per molteplici concerti, dall’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, un’esperienza che porto ancora nel cuore per la bravura dell’orchestra stessa e per i repertori meravigliosi e difficili che ho affrontato.
Ho, poi, preso parte a molte sessioni di registrazione presso lo studio REC di Torino, uno studio di altissimo livello, dove ho anche partecipato alla parte classica dell’Opera Seconda dei Pooh; ho fatto tante incisioni di musica per film, della colonna sonora per l’Expo, composta da Andrea Ravizza e diretta da Fabio Gurian, che diresse, tra gli altri, anche i Måneskin a Sanremo. Un’altra bella scoperta che feci all’epoca fu il tango argentino. Avevo iniziato a fare dei corsi, ma per ballare. Un ballo elegante, romantico, molto catartico, ti mette una bella energia dentro. Durante una serata al Procope di Torino, una ragazza mi si avvicinò, dandomi una locandina in cui si pubblicizzava la fondazione di un’orchestra di tango argentino, curata dal filologo Massimo Martino, che allora lavorava al Teatro Regio. Leggendo dell’iniziativa, capii che era una cosa seria, così, quasi per scherzo, decisi di partecipare. L’audizione si svolgeva di fronte al maestro Alfredo Marcucci, straordinario bandoneonista che aveva suonato con la gente storica del tango argentino, come Julio De Caro, Carlos Di Sarli e i mitici Los Paraguayos. Per farla breve, passai l’audizione e questo aprì le porte a un altro periodo entusiasmante. Provavamo nelle sale del Teatro Regio, suonavamo moltissimo. Ho persino avuto modo di suonare con Horacio Ferrer, uno dei due parolieri di Astor Piazzola – insieme a José Luis Borges – autore dei testi, ad esempio, dell’opera lirica “Maria de Buenos Aires” e candidato al Nobel per la letteratura. Ho suonato con lui fin quando è stato in vita. Per me ha significato suonare con chi la storia l’ha fatta davvero. Di questa orchestra, oggi, è rimasto un quartetto e ogni tanto ci ritroviamo per suonare nelle milonghe o per dei concerti dedicati.
A quali attività ti stai dedicando attualmente?
Negli ultimi tre anni, ho avuto l’opportunità di collaborare con l’Ensemble Symphony Orchestra di Massa Carrara, sotto la direzione di Giacomo Lopriero. Lopriero è un manager straordinario, capace di realizzare progetti di altissimo livello. La sua orchestra ha accompagnato artisti del calibro di Battiato, in quasi tutti i suoi tour, e Cocciante; ha fornito, inoltre, il supporto orchestrale a Sting durante i suoi concerti in Italia. Con Lopriero, ho partecipato a diversi progetti, tra cui un importantissimo tributo a Morricone, che è stato portato in tour in numerosi teatri prestigiosi. E sempre con Lopriero, lo scorso anno ho lavorato a un documentario intitolato “Mieloma”, composto e diretto da Giovanni Allevi, che racconta l’epopea della sua malattia. Un lavoro per violoncello solo davvero straordinario, suonato magistralmente da Ferdinando Vietti che, neanche a farlo apposta, è stato il violoncellista dell’Orquesta Tipica Alfredo Marcucci.
Ho, poi, preso parte a diverse tournée europee di “Final Fantasy” con Arnie Roth, il direttore che detiene i diritti delle colonne sonore di questo celebre videogioco. Si tratta di produzioni imponenti, che si svolgono in teatri con capacità di 5.000-6.000 persone, sempre completamente esauriti nonostante i prezzi non indifferenti. Questi spettacoli vedono la partecipazione di ben 106 orchestrali, con una produzione tecnica di altissimo livello dove ogni strumento – l’orchestra aveva in organico sei contrabbassi – è microfonato individualmente. Ho avuto l’occasione di esibirmi in città come Amsterdam, Barcellona, Lione, Parigi, Madrid, Roma e Berlino. Sono esperienze intense ma estremamente gratificanti. Più in generale, collaboro anche con altre orchestre, spesso come free lance.
Da citare anche la mia collaborazione, in qualità di contrabbassista, con la Pop’s Harmonic Orchestra dei fratelli Francesco e Stefano Cerrato. Ogni anno l’Orchestra viene invitata dalla Cassa di Risparmio di Asti, che regala ai suoi correntisti un concerto nei principali teatri del suo territorio (il più prestigioso è sicuramente il Teatro Regio di Torino). I concerti sono suddivisi in una parte classica e in una più pop, a cui partecipa sempre un nome importante della musica italiana, con un medley dei propri brani di maggior successo, riarrangiati per il contesto specifico. Ho avuto così l’opportunità di suonare con cantautori del calibro di Enrico Ruggeri, Eugenio Finardi e, l’anno scorso, Angelo Branduardi.
Se devo fare un riassunto con dei numeri, penso davvero di aver fatto più di 2000 concerti in questi anni e partecipato, escludendo le presenze con un solo brano o due, a 36 incisioni, tra LP e CD, in studio o live.
Un capitolo importante della tua vita personale ed artistica riguarda l’arte visiva. Per parlarne, partirei da una curiosità: sul cancello di casa tua compare la scritta “Ciro Cirri Loco”. Qual è il suo significato?
Il significato profondo di quella scritta risiede nel fatto che è percepibile solo da una determinata angolazione, precisamente guardandola di lato. Questo perché l’arte è intrinsecamente una questione di prospettiva: richiede di porsi sempre da punti di vista diversi. È importante considerare che l’arte visiva, ancor prima della musica, rappresenta la mia principale forma di espressione. Nella musica, infatti, mi identifico essenzialmente come uno strumentista; ho composto molto poco. La mia creatività è convogliata principalmente attraverso il disegno, che si è poi evoluto nella pittura, nella fotografia e nell’installazione. In sostanza, in una totale libertà espressiva. Ho iniziato a disegnare nella tettoia di mio padre, utilizzando colori, smalti e tutto ciò che avevo a disposizione. Inizialmente, era un po’ come scrivere il mio diario personale. Nel disegno ho trovato la mia velocità, il mio ritmo, e anche una minore evanescenza rispetto, ad esempio, alla musica.
Il posto in cui vivi non è solo una casa, ma anche un laboratorio e un luogo per esposizioni e mostre. Raccontaci la sua storia…
Il luogo che vedi è stato scoperto grazie a un grandissimo fotografo, che si chiamava Augusto Cantamessa. Ho conosciuto Augusto durante un concerto con gli Architorti, che mi chiese di posare per lui, probabilmente affascinato dallo strumento. Mi portò in un bosco, vestito in frac, dove suonai per tre ore con lui che scattava incessantemente, senza scambiarci una sola parola. Mesi dopo, mi ricontatta per regalarmi una di quelle foto e mi ripropone un nuovo servizio fotografico in un altro posto. E non mi riporta proprio qui? Una scuola abbandonata, le finestre rotte, i muri sporchi e un giardino infestato dai rovi. Una scuola abbandonata, sì, ma con tutte le utenze ancora attive. C’era la luce e l’acqua. Così, presi contatto con il segretario comunale di allora e chiesi di poterla mettere a posto e farne un possibile atelier. La settimana successiva avevo le chiavi. Ci ho messo un anno a sistemarla. Ho pulito il giardino, dato il bianco, montato delle pareti di cartongesso. Ho recuperato un po’ di mobili da tutti e mi sono trasferito qui, dove avevo tutto lo spazio che volevo per fare quello che sognavo. Ho iniziato così la mia avventura di creazione, con un approccio concettuale all’arte. Perché, al di là dell’estetica, l’opera deve sempre possedere un contenuto, richiedere una riflessione. Questo mi ha dato l’opportunità di esprimermi in maniera totalmente libera. In questo posto, poi, ci anche vissuto per quattro anni. Senza riscaldamento. Non vi dico il freddo che ho preso! Non per fare lo scapigliato, ma io avevo il posto solo in gestione. Venirci a vivere è stata una mia scelta, un po’ abusiva, ma ne è valsa la pena.
Quali sono state le tue realizzazioni artistiche più importanti in ambito extra-musicale?
Le mie realizzazioni artistiche più significative in ambito extramusicale includono senza dubbio il progetto “Golgotha”, il monumento realizzato per l’associazione “Ali d’Argento” e la mostra dedicata a Edda Basso, che attualmente è allestita in loco.

Il progetto “Golgotha” è stata una performance tenutasi in Piazza San Donato a Pinerolo, basata sull’iconografia cristiana di Gesù e dei due ladroni. Per documentare questa opera, ho anche pubblicato un libro. Ho impiegato otto anni a raccogliere i fondi necessari per la sua realizzazione. L’installazione prevedeva cinquanta metri di assi di legno, che fungevano da cornice dell’opera, e cinquanta martelli. La colonna sonora, un ‘dub industriale’, è stata curata da Madaski e diffusa tramite un impianto da 8000 Watt. Il concetto alla base dell’opera era che, se hai un’idea, possono distruggere te, ma non l’idea stessa. Così, Gesù crocifisso diventa la metafora di questo pensiero: ho rappresentato un uomo e la sua idea che, nonostante ogni tentativo, non siamo riusciti a distruggere.
Ho quindi realizzato la scultura di Gesù con i due ladroni, circondata da 600 chiodi battuti a mano, bloccati da 150 kg di resina epossidica. L’idea era di evocare una foto inserita in un quadro, con una cornice che i visitatori potessero martellare, racchiudendo in quel gesto le idee contestuali del costruire e del distruggere. L’opera è stata poi esposta anche a San Giuseppe, e qui, a casa mia, in una nuova installazione.
In quest’ultima, ho esposto l’opera in una stanza, senza la cornice poiché non ci entrava. Per l’occasione, avevo acquistato tre quintali di pane secco, destinato a diventare cibo per galline dopo l’esposizione, che riempiva completamente il pavimento. Invitavo la gente a entrare, ma per farlo bisognava calpestare il pane, compiendo un gesto volutamente offensivo, quello di pestare del cibo, mettendo in atto il concetto del libero arbitrio. Questo innescò moltissime riflessioni, come quella relativa al distruggere qualcosa per avvicinarsi a una religione. Ricordo in particolare la meravigliosa interpretazione di una visitatrice, che sottolineò come, pur pestando il pane e quindi distruggendolo, non se ne potesse annientare il profumo.
Un altro progetto importante è quello legato all’associazione “Ali d’Argento”, un gruppo di mamme che hanno perso i figli in incidenti stradali. L’associazione desiderava donare un monumento alla città, così l’allora sindaco di Pinerolo mi chiamò per propormi di sviluppare un progetto su questo soggetto. Iniziai quindi a lavorare sul tema della vita e sviluppai due proposte, una delle quali fu scelta per essere realizzata. Trovai delle ditte che parteciparono gratuitamente e così realizzammo questo monumento che oggi è visibile nella piazza adiacente al Liceo Scientifico “Curie”. L’opera è concepita in modo semplice: ho simulato un tratto di strada con un segnale di stop e una frenata che prosegue oltre. Su un plinto di cemento ho applicato una costruzione in metallo che rappresenta dei fogli lanciati e bloccati in aria, mentre sul plinto stesso ho raccolto un centinaio di fotografie che simboleggiano il valore della vita, con uno spazio dedicato in cui le persone possono scrivere dei pensieri. Sui fogli, un bravissimo aerografo, Davide Morero, ha riprodotto pagine di diari scolastici o pensieri raccolti durante una serie di interviste nelle scuole. Il messaggio fondamentale era quello di ‘frenare prima dello stop’, non solo con la macchina, ma anche con i nostri comportamenti, perché, prima, c’è una vita da vivere e sogni da inseguire.
Quest’opera adesso non è più firmata da me, ma da un ragazzo della quinta superiore del liceo artistico di Pinerolo. Sono partito da un presupposto: molti monumenti, dopo che sono stati realizzati, iniziano a far parte dell’arredo urbano, perdendo cosi il loro significato originale. Un grande artista del passato, Christo, con sua moglie, li impacchettava (insieme ad altre fantastiche opere di land art), portando cosi una nuova curiosità sull’oggetto. Io ho pensato che sarebbe stato bello se i ragazzi del Liceo Artistico lo avessero reinterpretato esteticamente, ricolorandolo o dandogli nuova vita con altri contenuti o con lo stesso che lo ha generato. Cosi facendo, sarebbe tornata una nuova luce sul tema, ma soprattutto avrebbe offerto una possibilità ad un giovane di creare la sua opera pubblica. Sarebbe fantastico se questo work in progress potesse continuare, magari ogni cinque anni.
Concludiamo con due parole sulla mostra dedicata a Edda Basso?
La mostra dedicata a Edda Basso chiude un capitolo iniziato quindici anni fa. Grazie a Edda, ho avuto l’opportunità di tenere un corso d’arte nelle scuole primarie, esperienza che ho poi replicato presso altri plessi. Ho lavorato con l’arte infantile, abbiamo disegnato emozioni come la calma, la paura, la fantasia e l’allegria, disegni esposti in numerose mostre. Questi lavori, però, come spesso accade, finiscono prima o poi nella spazzatura. Per preservarli, tra le migliaia di opere realizzate, ne ho selezionate circa un centinaio. Questi disegni possiedono una grande magia, che ho sempre ritrovato ogni volta che, negli anni, li riguardavo. Avrei desiderato fare un libro sull’arte infantile, ma i costi proibitivi della stampa me lo hanno sempre impedito.
Purtroppo, poi, Edda è venuta a mancare e così, grazie all’amico Bruno Favaro e ad alcuni grandi amici di Edda, ho raccolto un importante contributo economico che mi ha permesso di pubblicare un libro a lei dedicato e di allestire una mostra con quei disegni. Questi ultimi sono stati solo leggermente modificati con la computer grafica, che mi ha permesso di realizzarne quadri in formato tre metri per due. Sono un autentico portento. Credetemi, chi visita l’esposizione non riesce a credere che possano essere disegni realizzati da bambini di otto anni. Cosa che, ovviamente, dichiaro sia nel libro che nelle spiegazioni.
E ora si continua con un altro importante progetto, ma di questo ne parleremo quando sarete invitati a prendervi parte. Un grazie davvero enorme a Marco Ughetto per l’ascolto e per aver organizzato tutti i pensieri di questa intervista. Un abbraccio a tutti voi che avete avuto la grande pazienza di arrivare fin qui, leggendo la mia storia.
Siamo noi a ringraziare Ciro Cirri per averci accompagnati in questo excursus lungo la sua biografia, emblema di grande passione e fucina inesauribile di idee e pensieri. Ricordiamo che su YouTube è possibile approfondire sia l’installazione del progetto “Golgotha”, sia la realizzazione del monumento per “Ali d’argento”, documentato da un film realizzato da Ciro Cirri insieme al cineasta Maurizio Fedele. Di seguito i collegamenti ai due video.
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Dall’Eco Mese Marzo 1990 – per gentile concessione dell’Eco del Chisone (www.ecodelchisone.it)










