In questi giorni sta andando in scena la settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo, un rito popolare capace di polarizzare l’attenzione di un’intera nazione. Nonostante i ritmi compassati da paleotelevisione e melodie che raramente intercettano le reali abitudini d’ascolto del Paese, il Festival resta un appuntamento imperdibile. Per una settimana, milioni di italiani mettono da parte persino il calcio per concentrare ogni discussione sulle canzoni della Riviera, confermando il fascino immortale di un evento dai tratti ormai fortemente demodé.
Nell’immaginario collettivo, Sanremo resta l’approdo definitivo per chi fa musica. Forse non per chi, nel percorso creativo, ricerca una specifica profondità letteraria e artistica, ma certamente per tutti gli altri il palco dell’Ariston esercita un magnetismo irresistibile, alimentato da una visibilità mediatica che non accenna a sbiadire nonostante il passare del tempo.
Già nel 1990, la rivista L’Eco Mese dava conto di questa mitizzazione, raccontando le ambizioni degli artisti che, allora come nei decenni precedenti, avevano segnato la storia della canzone pinerolese. “Sognando Sanremo…” era il titolo eloquente di un servizio che eleggeva il Festival a metafora universale di successo. In particolare, l’articolo accendeva i riflettori sulla bargese Marta Tomelli, voce di rilievo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, sul baritono Dante Maritano e sugli Africa Unite, che proprio in quel periodo muovevano i primi passi verso una solida affermazione nazionale.
Ampio spazio veniva dedicato al Quartetto Italiano, formazione con base a Pomaretto che già nel decennio precedente aveva ottenuto riscontri importanti. Composto originariamente da Laura e Luciano Sabadin, Marisa Gatti e dal torinese Davide Lamastra, l’ensemble costruirà negli anni a venire una carriera di prestigio, aprendo i concerti di big della musica leggera come Renato Zero, Alex Britti e Dolcenera (https://gaecapitano.it/2022/07/12/sabato-notte-il-quartetto-italiano/).
Se nel corso del tempo la formazione ha subito inevitabili variazioni, tra i punti fermi è sempre rimasto Luciano Sabadin, oggi alla guida dell’agenzia di management dello spettacolo LS Eventi. Percorso altrettanto poliedrico quello di Davide Lamastra, oggi impegnato su più fronti della direzione artistica: tra i suoi ruoli spiccano quello di art director del Must23 (il Museo Stazione 23 maggio, progetto dedicato alla Sicilia che resiste e cambia, con l’obiettivo di informare ed educare sull’argomento) e la passata Direzione Generale di Musicanda, l’Agenda Professionale della Musica che, all’inizio del millennio, ebbe la propria sede operativa proprio a Pomaretto.
Di seguito vi riproponiamo la versione integrale di quell’articolo, che ci consentirà un’immersione totale nelle sensazioni e nelle atmosfere di un’epoca e nei modi con cui la scena periferica del Pinerolese di allora sognava il successo sul palco più prestigioso d’Italia.
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Dall’Eco Mese giugno 1990 – per gentile concessione dell’Eco del Chisone
SOGNANDO SANREMO…
CANTANTI DI IERI E DI OGGI DEL PINEROLESE di Sofia D’Agostino
Marta Tomelli, originaria di Barge, negli anni Cinquanta partecipò ad importanti trasmissioni televisive e radiofoniche con Nunzio Filogamo – Dante Maritano, la passione per la lirica e l’amore per il Coro Amicizia, che dirige da trent’anni – Il Quartetto italiano, ex Mirage e gruppo spalla in alcune serate con Renato Zero – Gli Africa United: il reggae che parte da Pinerolo e va lontano.
L’Italia è da sempre ed ovunque considerata, e non a torto, il Paese del Bel Canto; se è dalla propria tradizione, dal proprio background che si attingono linfa e riferimenti per nuovi stimoli, non dovrebbe stupire la sensibilità degli italiani verso questa espressione. Con il tempo e la massificazione del consumo musicale, per la verità, il Bel Canto è diventato interesse di pochi per lasciare spazio e più genericamente un pour-pourrie di note, ritornelli e canzonette orfane di stile e qualità. Però si ascoltano, e la gran bagarre e le interminabili dirette televisive da qual tempo dell’ugola a 45 giri che è il Festival di San Remo, ne provano il volume di attenzione e di affari che gravita attorno a questo tipo di canzone, senza lode e senza infamia, ma nella quale qualcuno vuole leggere riferimenti di fine antropologia, proiezioni di una «cultura», traduzioni musicali di un costume.
Nulla si può escludere certo, ma forse il perdurare del successo della canzonetta è dovuto semplicemente alla sua leggerezza, alla sua banalità, alla sua terribile prevedibilità ed al mito creatosi attorno a questa forma di spettacolo che molti vogliono vedere e che tanti vogliono soprattutto fare. Quindi si tenta, si prova, si va ad ingrossare l’affollamento, quasi da stadio, che si determina ad ogni audizione discografica, si inviano cassette registrate in modo casalingo a questo o quell’impresario, si partecipa a qualche manifestazione di paese e soprattutto si spera, si continua a sperare. Il Pinerolese non si distacca da questa passione ed, infatti, anche questa zona porta in sé persone che sognano, che provano e talvolta riescono a cantare davanti ad un grande pubblico. Abbiamo parlato con qualcuno di loro. Siamo anche andati a cercare voci di qualche anno fa per ascoltare come era lo spettacolo e la canzone quando il presentatore di San Remo non era una sgambettante Carlucci ma uno smilzo Nunzio Filogamo e quando i precursori del genere «Ricchi e Poveri», il Quartetto Cetra, andavano per la maggiore.
Marta Tomelli
Marta Tomelli è originaria di Barge, attualmente abita a Torino ma molti nella nostra zona la ricordano ancora con piacere. Iniziò a cantare negli anni Cinquanta nell’Orchestra del maestro Ginelli, a Torino; successivamente partecipò ad una serie di trasmissioni radiofoniche e televisive ed incise dei dischi di canzoni piemontesi. Si era agli inizi delle trasmissioni via etere ed il playback ancora non era in uso.
«A me è sempre piaciuto cantare: quando ero a Barge ed ero ragazza andavo in giardino e cantavo per pomeriggi interi, oppure mentre lavoravo, ero sarta — racconta Marta Tomelli —. A fare la cantante seriamente però non ci pensavo, ed infatti tutto avvenne casualmente: una sera ero andata a ballare con mia sorella in un locale dove c’era il chitarrista del maestro Angelini; io sentii la musica e salii sul palco a cantare; dopodiché il musicista mi consigliò un’audizione alla Rai. Erano altri tempi — continua — eravamo nel ’56 e gli aspiranti non erano molti. Comunque vinsi una borsa di studio per un corso in Rai ed entrai in un complesso».
Il curriculum professionale della signora Tomelli è ricco e dinamico: partecipazioni fisse a «4 passi fra le note» e «Carnet di musica», entrambe trasmissioni televisive Rai; «Toh chi si risente!» e «Bundì cerea», programmi radiofonici particolarmente seguiti e poi una lunga serie di serate con Nunzio Filogamo ed il Duo Fasano, e lunghe tournèes di spettacoli nei locali alla moda. «Sono stata due anni in Iran: cantavo con l’orchestra di mio marito negli alberghi dello Scià; il nostro repertorio era la canzone melodica italiana e la canzone napoletana, all’estero richiestissima. Tra le canzoni italiane che il pubblico mi richiedeva, mi ricordo “Non credere”, di Mina e “Arrivederci Roma”; quest’ultima canzone — ricorda la signora Marta — una sera, durante uno spettacolo a Tunisi, l’allora presidente della Tunisia me la richiese quattro o cinque volte».
Tra i ricordi di Marta Tomelli, gustosissima e dal sapore del tempo passato, c’è anche uno spettacolo ad un galà dell’ex Scià di Persia in onore dell’ex re di Grecia Costantino. «La mia generazione è nata troppo in anticipo per lo spettacolo — dice —, ai miei tempi gli artisti erano lasciati a se stessi, non c’era tutta un’organizzazione dietro che faceva promozione ed il discorso dell’immagine era molto diverso; una volta ho persino dovuto chiedere il permesso di indossare i pantaloni per andare sul palcoscenico». Ed i guadagni? «Negli anni Cinquanta mi offrivano 50.000 lire a serata e per quel tempo non era poco, soprattutto se le si paragona alla mia attuale pensione, che non raggiunge le 500.000 lire».
Dante Maritano
A Dante Maritano, di Bibiana, appassionato cantante per diletto di musica lirica, creatore nel 1960 ed attuale maestro della «Corale Amicizia», l’amore per la musica ha reso ancora meno: «Andavo a cantare ai matrimoni, alle feste, in chiesa, ma non si usava pagare, lo si faceva per puro divertimento — racconta Dante Maritano —. Ricordo che una sola volta per andare a cantare durante uno sposalizio mi offrirono 50 lire, nel 1941; lo sposo fu molto contento ed alla fine mi vollero regalare altre 50 lire».
Il percorso musicale del Sig. Maritano inizia nel ’26: frequentava le elementari e partecipò ad un concorso, lo vinse e frequentò un corso in Rai per voci bianche; a 18 anni ne frequenterà un altro. La sua voce è possente e diventa baritono. «I pezzi che preferisco sono “La Traviata”, “Il Rigoletto”, “Il ballo in maschera” e “L’Ave Maria” di Gounod, ma la mia vera passione è il coro — spiega ancora Maritano —. Mi ricordo che all’inizio, quando volevo fondarlo, se sapevo che qualcuno aveva una buona voce, andavo a cercarlo per chiedergli di collaborare: andavo a Giaveno, a Chieri, a Torino, e li trascinavo nell’impresa».
Sfogliamo l’album dei ricordi: le foto raccolgono soprattutto i successi del Coro Amicizia, anziché quelli personali. «Abbiamo fatto fino ad ora 645 concerti; ci hanno invitato a cantare alla Messa funebre di Coppi, nelle manifestazioni per il Centenario della morte di Don Bosco. Ho avuto molte soddisfazioni e per questo devo ringraziare tutti i coristi e la gente che ci ha dato e ci dà attualmente una mano». Anche le coppe, gli attestati, i premi esposti in casa Maritano dimostrano la passione per l’impegno nella direzione della Corale. E l’amore per la lirica? «Quella c’è sempre, vado a teatro, la canto con gli amici, mi ascolto i dischi. Impegnarsi per emergere in questo settore è molto, molto difficile e si va spesso incontro a delusioni; io evidentemente non ne avevo voglia ma non rimpiango comunque nulla».
Il Quartetto Italiano
Chi invece è impegnato nella lotta per il palcoscenico è il «Quartetto Italiano», ex Mirage, composto da Luciano e Laura Sabadin, di Pomaretto, Marisa Gatti, moglie di Luciano, e Davide Lamastra di Torino. In origine il gruppo era nato da Luciano e Laura; è questo primo nucleo che partecipa, nei primi anni ’80, a Cantapiemonte e vince, aprendosi così spazi e simpatie per spettacoli serali. Il repertorio del duo è di propria produzione, lo stile è melodico e le prime soddisfazioni cominciano ad arrivare. Ma il cammino non è certo dei più facili e l’impegno deve essere continuo: nel frattempo arrivano due incisioni di 45 giri: «Martinica» e «Marimba», un Q Disc, un terzo posto al Festival Cantamare e qualche passaggio TV. Nel maggio ’89 la svolta: i Mirage cambiano nome, ed a loro si aggiunge Davide Lamastra; il quartetto ha seguito Renato Zero come gruppo spalla in alcune serate a Torino, Firenze, Genova e Bologna.
«Questa è stata una grande soddisfazione — racconta Laura Sabadin —, lavorare con Renato Zero è una grande emozione. La prima serata abbiamo provato panico perché pensavamo che il pubblico ci fischiasse in quanto era lì per lui e non per noi; ma quando si inizia a cantare l’emozione svanisce e lascia il posto alla felicità». Pochi mesi fa il Quartetto Italiano ha inciso un LP che porta il loro nome e che raccoglie canzoni italiane dal ’900 al 1990. «La nostra incisione vuole recuperare la canzone italiana — continua Laura —, continueremo su questa strada perché ci crediamo e crediamo che al pubblico possa piacere ed il successo che riscuote nelle serate sembra darci ragione». Il costo di uno spettacolo completo del Quartetto Italiano si aggira sui tre milioni, una cifra che può sembrare già considerevole: «Non si deve credere che chi canta guadagni molto. Per esempio, alla cifra che noi chiediamo dobbiamo togliere tutte le spese di service e non sono poche — spiega Laura Sabadin —. Bisogna cantare perché è una passione che la si ha dentro; se lo si facesse per denaro sarebbe una grande delusione».
Africa United
C’è ancora un gruppo pinerolese che è riuscito ad imporsi all’attenzione del pubblico e della critica: gli Africa United, un gruppo di sette elementi, quasi tutti pinerolesi, che propone ottima musica reggae. «Amiamo questo tipo di musica ed i testi che si possono cantare, di solito con contenuti sociali, antirazzismo» — spiega Bunna, leader da sempre del gruppo. I concerti degli Africa United sono in cartellone a Napoli, ad Udine, a Briançon, a Traunstein, a Firenze; questo dimostra, quindi, oltre ad un indubbio successo della formazione, che non è limitativo abitare a Pinerolo e non essere a Milano e Roma, tradizionali centri nevralgici per chi vuole buttarsi nella mischia e provare.
«No, non è un problema abitare a Pinerolo — dice Bunna — naturalmente, però, bisogna far sentire che uno esiste, andare nei posti giusti e trovare i contatti giusti. Certo Pinerolo non aiuta chi intende investire energie in questo settore; è allucinante, infatti, che in questa città non ci sia una sala prove o un locale dove poter fare spettacolo decentemente». L’attività degli «Africa» è arrivata ad un buon livello ed il sintomo di questo successo è anche la possibilità di mantenersi economicamente facendo musica. «La nostra attività è soprattutto passione ed amore per la musica, ma se ci riesce ad essere anche economicamente autonomi è certamente meglio, anzi risolvendo questo problema si ha più tranquillità per concentrarsi sulla musica».




