📌 In breve: Con l’EP “Nero su nero (manca il fiato)”, gli Africa Unite tornano a far sentire la propria voce con un lavoro di denuncia sociale e un sound che richiama le origini. La nostra analisi brano per brano del nuovo disco della storica formazione pinerolese.
Una delle questioni più dibattute degli ultimi tempi, nell’ambito dello show business, riguarda l’opportunità, o addirittura la necessità, che gli artisti prendano posizione sui vari temi socio-politici tempo per tempo più rilevanti; che utilizzino la loro visibilità e il loro appeal per sensibilizzare il pubblico nei confronti di argomenti universali come la pace, l’inclusione e i diritti che, specie in tempi come questi, vengono calpestati sistematicamente e impunemente sotto gli occhi distratti della comunità internazionale. L’uscita del nuovo EP degli Africa Unite, avvenuta alcune settimane fa, è per noi l’occasione di tornare sull’argomento e ribadire la nostra posizione.
La formazione musicale pinerolese più importante di sempre – per notorietà, storia e impatto artistico – ha infatti recentemente pubblicato l’EP “Nero su nero (manca il fiato)”. Un lavoro che raccoglie brani inediti e altri già pubblicati negli scorsi anni, segnato da una rete di collaborazioni che attraversa buona parte della tracklist. Si tratta di cinque canzoni che rappresentano non solo un recupero della profondità lirica dei tempi migliori – e, dopo anni di sperimentazioni dub, anche del sentiero sonoro delle origini, come già sottolineato da tutti i lavori del periodo più recente – ma anche il veicolo attraverso cui la band torna a ribadire con forza la necessità di schierarsi e di condannare le atrocità che si stanno compiendo alla luce del sole sul nostro pianeta. Fin dal titolo, infatti, che rinvia a una delle tracce di “Vibra” – l’album del 2000 tra i più belli degli Africa – e riecheggia l’opera omonima di Leonardo Sciascia, la band sembra voler esplicitare il richiamo alle linee compositive di un tempo, rinnovando un’ispirazione che rimane sorprendente anche dopo quarantacinque anni di musica e canzoni.
Ma è la voglia inestinguibile di denunciare, di stare dalla parte degli oppressi, di non piegarsi alle narrazioni del mondo propinate dall’universo mediatico e dalla classe politica contemporanea a costituire il fulcro attorno a cui ruota il nostro ascolto. E questo accade fin dai primi versi, fin dalla traccia d’apertura “Il silenzio dell’assenso”. Il titolo rimanda esplicitamente al principio giuridico per cui, in casi specifici, alla mancata espressione di consenso viene attribuita per legge o per accordo il valore di una manifestazione di volontà. Ma se nella formula il focus cade sull’assenso, nelle parole degli Africa l’attenzione si sposta sul silenzio: la conseguenza tacita dell’inerzia acquisisce qui un senso figurato e generalizzante, assumendo una connotazione indiscutibilmente negativa. Il silenzio coincide, infatti, con l’ignavia e ci ricorda che rimanere passivi di fronte all’attualità drammatica in cui siamo immersi significa essere in accordo con essa, condividerne le istanze: detto in modo più brutale, a esserne complici. Come cantava in modo molto efficace Guido Rossetti nel suo ultimo album, “se non crei qualcosa contro, crei qualcosa a favore”, riassumendo bene il concetto alla base del ragionamento. È qui che gli Africa esortano a non assopirsi: nella falsa dimensione rassicurante di una rete che ci è stata intessuta attorno mediante una repressione più o meno silente e con una progressiva limatura dei diritti, concretizzata dalla subdola corsa militarizzata verso un’agognata sicurezza sociale, giustificata da spauracchi il più delle volte costruiti ad arte.
Da mezzo secolo gli Africa fanno musica anche per aprirci gli occhi e risvegliare le coscienze. E “Nero su nero” conferma questa vocazione, da sempre la loro cifra stilistica. Lo fa con il preoccupante ritratto della nostra civiltà dipinto in “Colla a caldo” – scritta a quattro mani da Madaski e Arianna Muttoni dei Circus Punk – in cui l’ormai conclamata impossibilità di distinguere il vero dal falso, in un universo mediatico sempre più permeabile alle manipolazioni, ci fa precipitare in uno spazio schizofrenico che conduce alla follia; lo fa con la descrizione cinica della natura umana e della società tratteggiata in “Uomini”, il cui testo vede la collaborazione del rapper Tito Sherpa; lo ribadisce con “Brand New Jacket”, in cui la narrazione del cambiamento nasconde i soliti meccanismi di controllo sociale, prodromi di una deriva inesorabile. Chissà se basterà l’intensità dei sentimenti della lover song “Dritto nel cuore” – nata in collaborazione con Alborosie e registrata originariamente nel 2017 su “The Rockers”, album dell’artista trapanese – a dissipare l’aura decadentista che permea tutti i versi di questo EP?
Certo è che, in un jet-set musicale popolato da scimmiette che si coprono bocca, occhi e orecchie – si pensi al dissing di De Gregori nei confronti dei colleghi che si schierano, a Jovanotti che su Gaza «non ha niente di intelligente da dire», o al recentissimo exploit di Boy George che, nel tentativo di scuotersi le ragnatele di dosso, prende addirittura le difese dei pericolosi criminali che muovono le fila del mondo – c’è sempre più bisogno di chi, come gli Africa Unite, lotta con i mezzi a propria disposizione per riportarci alla realtà, lanciando messaggi – spesso, purtroppo, inascoltati – di concordia universale. Se poi lo fa con coerenza, indipendenza e inalterata qualità, come nel caso in questione, allora tanto di guadagnato!
Ones

