Casalis esce dal territorio delle ballate pop-folk a cui ci aveva ormai abituati da tempo e allarga il ventaglio delle sue possibilità. Esce oggi il suo nuovo EP “Il gioco” e ci sorprende subito per come le aperture sonore ne sappiano valorizzare la scrittura. Pur rimanendo fedele a quell’estetica do it yourself che lo accompagna da anni come un mantra, e mantenendo la confortevole prospettiva armonica delle settime maggiori, Casalis firma qui uno dei suoi lavori più riusciti. Rifuggendo sterili intenti sperimentali, l’artista scava con cura nelle library timbriche a sua disposizione, arrangiando i cinque nuovi brani in modo minuziosamente stratificato, come se avesse una band al proprio servizio. E invece è solo lui, con l’amico e collaboratore di vecchia data Carlo Peluso, a mettere insieme un EP in cui gusto raffinato e una certa leggerezza di fondo si alternano nei circa diciassette minuti di nuova musica che andiamo a raccontarvi qui di seguito.
Il viaggio all’interno dell’EP inizia con la title track e le sue atmosfere nu-soul. Qui Casalis ribalta la celebre e inflazionata citazione di “Animal House” (“Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”), trasformandone la sfrontatezza in un’ammissione di vulnerabilità. I duri, infatti, quando la realtà prende il sopravvento, possono anche trovarsi a ‘tremare’. Una fragilità che, però, non ne scalfisce la determinazione nell’affrontare le sfide, ma che proprio per questo li rende profondamente umani di fronte all’ignoto di un futuro da costruire.
Il legame con la tradizione italiana emerge con forza in “Mettiamo su Battisti”. Nonostante il titolo, Lucio resta sullo sfondo, evocato più come un nume tutelare che come oggetto del racconto. Se oggi “coi selfie sono tutti bravi a raccontarla”, la vita resta un’entità indefinibile, che Battisti, meglio di altri, ha invece saputo interpretare mirabilmente con le sue canzoni. Sembra, quindi, non casuale che, in un brano sulla complessità dell’esistenza, sia proprio lui la bussola che i protagonisti ricercano per orientarvisi. Musicalmente, poi, il pezzo è costruito con stilemi che ammiccano a timbri e soluzioni ritmiche di impronta funk pescate nella seconda metà degli anni Settanta, richiamando discografie dell’epoca (non solo quella delle ultime collaborazioni Battisti-Mogol ma anche, per citarne un’altra, le produzioni di Mario Lavezzi per la Bertè), quando i sintetizzatori e l’influenza della disco-music iniziavano a dialogare con la canzone d’autore.
Questa sfaccettatura sonora si ritrova, seppur in una veste più rarefatta, anche in “Qui (Uno sparo così)”, in cui è dipinta la malinconia degli addii che svuotano le stanze e le riempiono di silenzi assordanti. Il cuore nostalgico dell’album, però, batte in “Barrumba”, dedica al celebre locale torinese omonimo, chiuso ormai dal 2005, che per un’intera generazione di appassionati di musica live fu imprescindibile centro d’attrazione. In questa canzone, il Barrumba diventa simbolo di una giovinezza vissuta nella città sabauda, tra i corridoi di Palazzo Nuovo, i portici di Via Po, le luci di Piazza Vittorio e i Murazzi, con il fiume più lungo d’Italia sullo sfondo. Se l’intento dichiarato di Casalis era quello di guardare alle ballate grunge dei Pearl Jam, prese anche come preciso riferimento temporale, il risultato è in realtà una trasposizione più dolce ed edulcorata, lontana dall’irruenza di Seattle, filtrata dai suoni morbidi di una sensibilità cantautoriale più pacata e nostalgica. Anche in questo scarto, dunque, si possono intravvedere quelle che lo stesso artista definisce “forme diverse del movimento che diventa evoluzione”.
Il disco si chiude con “Siamo io e te”. Le atmosfere di questo brano finale si riattualizzano nell’indie-pop contemporaneo, configurandosi come una sorta di inno alla condivisione. È la narrazione del sostegno reciproco, una prospettiva in cui l’amore non è solo sentimento, ma la forza necessaria per affrontare insieme le tortuose strade dell’esistenza.
“Il gioco” rappresenta, dunque, un ritorno importante per Casalis, fino ad ora forse la vetta delle sue vicende artistiche. Il cantautore lusernese ha saputo cucire qui un nuovo vestito stilistico per i suoi brani, un abito inedito con cui esplorare il “delicato equilibrio tra il passato che ci definisce e il futuro che resta ‘ancora tutto da fare’“. L’altalena tra le due prospettive si materializza attraverso l’ossimoro lirico di una levità profonda. Un’ispirazione tratta dalle “Lezioni americane” di Calvino, in cui la leggerezza è vista, non come un atteggiamento di superficie, ma come “un modo di planare sulle cose dall’alto, cercando di limitare i pesi e superare le difficoltà che la vita ci propone“.
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