Il suo nome d’arte è un acronimo che mescola le prime tre lettere di nome e cognome: Dancre è Daniel Crespo, cantautore di Luserna San Giovanni, da poco uscito sul mercato dello streaming con il suo primo EP “My Kind of Perfect”. Le sei canzoni – tre tracce in italiano e tre in inglese – si presentano come un punto d’incontro tra il mondo country e le atmosfere della scena urban e pop contemporanea. Per parlare di questo lavoro inserendolo nell’ambito della musica country, però, è bene chiarire subito un punto: il country di Dancre si distanzia notevolmente dalla tradizione classica del genere (per intenderci, quella che oggi sta rivivendo una stagione di grande fortuna anche in Italia, soprattutto grazie al mondo dei balli di gruppo che ha, proprio nel country, un seguitissimo filone). La sua musica è sicuramente più debitrice degli stilemi del nuovo country-pop melodico, quello esploso tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta, anche grazie all’impatto di canali tematici come l’americana CMT (Country Music Television), emittenti che contribuirono enormemente a indirizzare il genere verso atmosfere e produzioni pop, consacrate anche dal successo mondiale di personaggi come, tra gli altri, Shania Twain.
Per le nostre orecchie, poco abituate a cogliere il peso sociologico che il country ha oltreoceano, i nuovi interpreti del genere sono sempre sembrati lontanissimi dalle coloriture a cui eravamo abituati. Per intenderci, quelle portate alla notorietà planetaria da artisti come Johnny Cash, John Denver o i primi Eagles. O, per citare nomi meno conosciuti alle nostre latitudini, Waylon Jennings, Linda Ronstadt e Alabama, vere e proprie leggende che seppero spostare l’asticella verso miscele country-rock, pur mantenendo ancora preponderanti le sonorità classiche. Era forse nelle loro ballad, però, che si cominciava a percepire l’attitudine melodica di tanto country di oggi, in cui sembra essersi persa la ruvidezza delle origini e le sonorità che ne erano tipiche, per acquisire una maggiore dimensione introspettiva e intimistica. Peraltro, basta scorrere l’elenco dei vincitori delle ultime edizioni del CMA Awards, una delle più prestigiose cerimonie del settore, per vedere come, pur con un revival in ripresa, sia oggi diventato meno semplice riconoscere gli stilemi storici in alcune delle sue espressioni moderne (per comprendere meglio la questione, provate ad ascoltare come esempio qualcosa del duo Dan + Shay, tra i mattatori assoluti delle ultime edizioni).
La musica di Dancre, in questo senso, non fa eccezione. Il primo ascolto può risultare persino spiazzante, soprattutto quando il tessuto sonoro si abbina alla lingua italiana. L’impianto generale, infatti, è ben lontano dai canoni classici del genere. Tuttavia, le sue progressioni armoniche aderiscono perfettamente agli stilemi del country-pop melodico a cui accennavo più sopra. Il suo timbro vocale intenso e graffiante dalle sfumature black, a cui manca soltanto il twang, la tipica inflessione regionale e stilistica degli esponenti autoctoni, risulta inoltre perfetto per ricalcarne le cadenze interpretative. Più che sulle sonorità storiche della tradizione — come la presenza ossessiva della steel guitar, il tratto identitario del violino, i rapidi roll arpeggiati che imitano la tecnica del banjo o le fitte armonizzazioni vocali, tra gli elementi più caratterizzanti del country — Dancre sceglie, dunque, di puntare su una veste più essenziale: la voce, sì, ma anche la chitarra acustica, che fa da perno con la sua specifica impronta stilistica; qualche misurato intervento ornamentale di violino e di chitarra elettrica, spesso a imitazione degli scivolamenti della steel guitar; ma soprattutto, le tematiche familiari, topos peculiare della country music e vero leitmotiv di “My Kind of Perfect”. Se le tracce in inglese affrontano argomenti sentimentali di stampo universale ed esplorano il perseguimento di sogni e ambizioni (si veda “Paper Boat Dreams”), “Sangue e scelta”, “Occhi immensi” e “Insostituibile”, invece, esaltano i legami di sangue e l’amore filiale e genitoriale con tutte le dinamiche ad essi connesse, trovando qui il vero punto di contatto con il mondo country della tradizione.
Inevitabile, comunque, che con lo scorrere dei decenni, le interpretazioni del genere abbiano subito un notevole aggiornamento, soprattutto se, come nel caso specifico, vengono calate in un differente contesto geografico, sociologico e cronologico rispetto a quello delle origini. Il mondo in cui si muove Dancre è lontano dall’iconografia, anche un po’ consunta, tramandata da tanto cinema e tanta tv d’oltreoceano (chi ricorda la scena di “Rawhide” in “The Blues Brothers”, o le scorribande di “Hazzard” che terminavano regolarmente con la musica dal vivo al Boar’s Nest?). Il pubblico stereotipato di un tempo, gli honky-tonk bar polverosi e il whisky che scorre a fiumi lasciano il posto ai video patinati destinati alle tv commerciali e, nel terzo millennio, alla platea dei social e dello streaming. L’apologia delle vite al limite narrate dall’outlaw country, la mitizzazione dei pick-up e delle strade sconfinate – immagine, comunque, ripresa da Dancre in copertina – il racconto orgoglioso delle proprie radici legate al mondo rurale delle pianure americane, sono tematiche difficilmente replicabili altrove.
Il country di Dancre, infatti, filtra i tratti specifici del genere attraverso il proprio vissuto e la propria appartenenza territoriale, restituendo una versione del tutto personale e “nostrana” del folk a stelle e strisce. Al di là delle etichette, però, a fare la differenza è la sua materia vocale: un timbro naturalmente caldo e attraversato da una venatura ruvida e sabbiosa, che conferisce all’interpretazione la giusta intensità viscerale. “My Kind of Perfect” si rivela un mini-album intimo e raccolto, in cui l’autore si mette a nudo tra confessioni, sentimenti e sogni; un lavoro dove il garbo dei testi trova nell’impronta rude quanto avvolgente della voce – sottolineata anche dalla produzione trasparente di Altair Donini – il tratto graffiante che imprime alla musica la sua anima più sincera, nel segno dell’autenticità, rendendo di fatto superflua ogni reale connessione con un orizzonte stilistico che, in fin dei conti, è lo specchio di uno scenario culturale e sociale distante anni luce dal nostro.
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