Sul numero risalente al gennaio del 1991, il periodico L’Eco Mese, allegato al settimanale L’Eco del Chisone, dedicava un approfondimento alla musica dei Whitefire, uno dei migliori gruppi hard-rock del movimento pinerolese degli anni Ottanta. La formazione, composta da Mario Bellia, Roby Salvai e Daniele Bianciotto, era attiva da circa un decennio e aveva alle spalle numerosi concerti un po’ in tutta Italia, oltre che un congruo elenco di registrazioni. Dopo svariati cambi di line-up, negli anni in cui si scavallavano gli Eighties, i Whitefire erano diventati un trio e si accingevano a realizzare un’importante uscita discografica di cui si dava conto nell’articolo.
Delle vicende dei Whitefire – antecedenti e successive a quel periodo – parlammo approfonditamente in un’intervista di alcuni anni fa, rilasciata dal chitarrista Mario Bellia a Guido Rossetti, per la sua rubrica “L’assalto del tempo“. L’Eco Mese, invece, celebrava la storia decennale del gruppo, ne setacciava le tematiche trattate nelle canzoni e ne delineava i progetti imminenti. Di seguito vi condividiamo il link all’intervista citata e la versione integrale del servizio dell’Eco Mese, fornendovi così l’opportunità di rileggere insieme entrambe le storie, per una panoramica biografica e artistica completa di una delle formazioni più significative del rock nostrano dell’epoca.

Dall’Eco Mese di Gennaio 1991 (per gentile concessione dell’Eco del Chisone)
Sonorità “Dark” nel metal dei Whitefire
La band pinerolese ha all’attivo un centinaio di concerti
Canzoni tutte in inglese: “Possiede una particolare musicalità e consente di accedere al mercato internazionale” – “I testi? Vita quotidiana e problematiche sociali”
Le loro canzoni, tutte in inglese, ricordano, per l’aderenza alla realtà, brani dei Deep Purple e, per il virtuosismo tecnico, il suono metallico degli Scorpions. I testi ritraggono non solo uno spaccato di vita quotidiana, ma contengono problematiche sociali di più ampia portata quali la guerra e l’ecologia.
“Don’t break my heart again” spiegano i White Fire, perché è di loro che stiamo parlando – è la tormentata storia d’amore di un ragazzo deluso dalla vita; con “War”, invece, si condanna la guerra e, più in genere, la violenza usata dall’uomo.
Lo stile aggressivo cattura sonorità dark e riporta chi ascolta in un’atmosfera heavy metal anni Settanta. “Abbiamo scelto l’inglese” – prosegue la band – “perché possiede una particolare musicalità ed, inoltre, consente di accedere verso un mercato musicale internazionale”.
Questo complesso pinerolese, la cui giovane formazione risale all’1980, vanta all’attivo tre demotape e l’esser stato scelto tra i dieci gruppi migliori d’Europa per incidere una compilation per la casa discografica belga Skull Thrasher Promotions. L’uscita del loro 33 giri dal titolo omonimo “White Fire” è prevista, in 1500 copie, per il corrente mese di gennaio, mentre già si parla di una tournée in Germania e Olanda. “Suoniamo semplicemente perché amiamo la musica: un mezzo per esprimerci comunicando agli altri il proprio vissuto, la propria realtà”.
Naturalmente, non è facile emergere nemmeno per una band preparata come i White Fire. “Il mercato è pilotato dal consumismo, si tiene conto soltanto di quanto si può lucrare, a tutto scapito della qualità del prodotto. È difficile sfondare in questo genere musicale, in Italia ancora poco seguito e, di conseguenza, mal compreso. Le case produttrici, allora, preferiscono rivolgersi all’estero, dove il metal è da tempo attecchito e molto apprezzato”.
Al loro attivo, oltre un centinaio di concerti effettuati in tutta Italia (Milano, Torino, Bologna, Livorno…). “Non essendoci troppe occasioni di suonare in concerto, siamo costretti ad appoggiarci ai festival. Mancano le strutture e non esiste una vera e propria mentalità metal: ecco perché, spesso, il genere viene rifiutato. A livello locale è risaputo che il Comune non concede spazi e tanto meno finanziamenti. In altre parole, non viene incontro alle vere esigenze di noi giovani”.

