Ci sono album che nascono con un concept ben definito e un processo di produzione minuzioso, e poi ci sono lavori come “Pulizia del disco fisso“ di Ruggero Catania, che sfuggono a qualsiasi logica tradizionale. Questo non è un album nel senso classico del termine, ma piuttosto una raccolta di idee musicali rimaste nel cassetto per anni, rimesse insieme e pubblicate senza troppe rifiniture. L’artista stesso lo descrive come un insieme di “provini, o divertissements”, che fino a poco tempo fa erano sparsi tra Bandcamp e SoundCloud, mai raccolti prima in un progetto unitario. Otto tracce che mostrano la multiformità artistica di Ruggero, che riflettono le sue tante anime, da quella più nota del rocker ruvido e viscerale a quella più inaspettata e insospettabile del delicato cantautore.
I brani della scaletta, una serie di tracce “orfane” (come le definisce lo stesso Catania), sono stati ripresi senza stravolgimenti: “Ho solo dato una spolverata e una piccola masterizzata”, precisa il musicista. Ma, detta così, la tracklist potrebbe sembrare assemblata in modo casuale, senza un vero e proprio filo conduttore. Eppure questa sorta di sostanziale incoerenza finisce per dare all’album una sua identità ben precisa: un progetto volutamente grezzo, sincero, che lascia trasparire il lato più autentico di Ruggero e che ne costituisce il principale fil rouge immanente.

La tracklist è composta da sei brani originali e due cover. Di questa seconda categoria fanno parte “L’anno che verrà” di Lucio Dalla – registrata nel 2016 in occasione del compleanno di un amico lontano – e “Space Oddity” di Bowie, brani che condividono la tematica del cambiamento e dell’incertezza del futuro, seppur trattata da prospettive lontanissime tra loro.
I brani originali, invece, meritano un’attenzione particolare perché, come detto, mostrano la figura artistica di Ruggero Catania dalle angolazioni più disparate. La traccia d’apertura “Sogni di balene”, ad esempio, è una bella ballad acustica di stampo cantautoriale. Il brano denota una notevole intensità, contestualizzata nel ricordo di una storia sentimentale finita, il cui nucleo tematico è la presa di coscienza dell’illusorietà di tante relazioni. Altrettanto intimistica è la conclusiva “I’m your Father”, inno all’amore paterno, dalle possibili tinte autobiografiche, che si dipana su una struttura dub, velato richiamo all’importante fetta temporale in cui Ruggero fu nella line-up degli Africa Unite, paladini nazionali dei ritmi in levare. In scaletta è poi rappresentata anche l’anima più cinematica, che negli ultimi anni ha portato Ruggero a scrivere anche colonne sonore di rilievo. Sfaccettatura artistica che, qui, confluisce nell’eterea “Satellite of Life”, realizzata diversi anni fa per un piccolo filmato commissionato dall’Ente Spaziale Europeo.
Ma, accanto alle delicatezze di queste tre tracce, ci sono anche anche alcuni passaggi che sembrano essere più nelle corde consuete di Ruggero Catania. La breve tirata funk-rock di “Funk da Punk”, ad esempio, brano strumentale dal groove trascinante ed esplosivo, nato in modo quasi casuale da un fraseggio di basso suonato per gioco e sviluppato poi con la collaborazione del batterista Erik Tulissio. Oppure il riff pesante di “More Than Evil” che richiama le linee del proto-metal dei Black Sabbath. Oppure, l’ancora più emblematica “This Is What They Call Rock ‘n’ Roll”, scorribanda garage che sembra la più vicina al mondo stilistico di Ruggero, quello che conosciamo da sempre, soprattutto grazie alle epoche di Wah Companion e Romano Nervoso. Il testo ossessivo di stampo anaforico (“this is my faith, this is my soul, this is my business, this is my love, this is my childhood, this is my blood“, ecc.) si erge a personale manifesto espressivo, come una dichiarazione d’amore per il genere che il chitarrista esplora in lungo e in largo ormai da più di trent’anni.
In definitiva, “Pulizia del disco fisso” potrà anche apparire un po’ scollato. E suonare anche un po’ diverso da come siamo abituati in questi anni, dove tutto sembra finto e di plastica. Il suo pregio, però, ancorché non si tratti di un album pianificato come opera strutturata, è il suo essere vero, autentico, oltre che eseguito egregiamente. E, alla fine, la sensazione che trasmette è quella di un lavoro sincero e spontaneo. Un viaggio a ritroso nella recente memoria sonora del musicista che, in mezzo agli altri 120000 brani – il dato ce lo fornisce Ruggero mentre ne lancia l’uscita – pubblicati quotidianamente sulle varie piattaforme di streaming, buona parte dei quali realizzati con l’intelligenza artificiale, rappresenta una salutare boccata d’aria fresca.
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