Federico Bufaletti è un musicista italiano, vissuto a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, importante esponente della scuola napoletana radicatasi in quegli anni a Torino. Bufaletti fu riconosciuto come uno dei principali interpreti delle opere pianistiche di Claude Debussy, ma fu anche un compositore egli stesso, sensibile e attento alle tendenze del suo tempo, aperto agli stilemi della musica a lui contemporanea, in una sintesi tra tradizione romantica e innovazione impressionista.
Nel 2024, il pianista Massimiliano Génot ha pubblicato un CD dedicato all’opera di Bufaletti, che prosegue la sua attività di valorizzazione degli “anelli mancanti” del pianismo classico italiano, iniziata nel 2021 con Giuseppe Unia. La produzione in oggetto pone le basi per un’indagine approfondita sulla duplice veste di Bufaletti compositore e pianista. Si tratta di un prodotto discografico che, oltre a presentare la completa opera pianistica del musicista, si avvale del recupero di registrazioni discografiche dei primi anni del Novecento, in cui Bufaletti esegue al pianoforte brani di Scarlatti, Debussy, Mozart, Liszt, e altri. Il lavoro comprende inoltre opere dedicate a Bufaletti da esponenti della scuola pianistica italiana come Alessandro Longo, Costantino Palumbo, Gaetano Foschini, e Pietro Floridia1.
Le implicazioni artistiche, storiche e culturali di questo lavoro ce le ha raccontate direttamente Massimiliano Génot, che ringraziamo per averci concesso l’intervista che segue.
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Partiamo dall’inizio. Cosa l’ha spinta a riscoprire e interpretare la musica di Federico Bufaletti? C’è stato un momento particolare in cui ha deciso di dedicarsi a questo progetto?
Il progetto covava da diversi anni, ed ha preso piede dalle serate trascorse a Vigone nella casa del musicologo Simone Monge, che nel passato aveva intessuto un epistolario con la clavicembalista Gabriella Gentili Verona, una delle ultime allieve del maestro Bufaletti.
Quali sono stati gli aspetti più sorprendenti o stimolanti della musica di Bufaletti che ha incontrato durante il processo di studio e registrazione?
Le registrazioni di Bufaletti, che partono addirittura dal 1909, perlomeno quelle di Londra, ci presentano un interprete incredibilmente libero, soprattutto nella gestione del tempo, che assume talvolta connotazioni estatiche, estremamente dilatate, molto distanti dalla nostra idea, così concitata e compressa, della temporalità! Anche la pronuncia della frase musicale è molto personalizzata. La qualità del suo tocco ci appare di tale raffinatezza, che la successiva comparsa di Arturo Benedetti Michelangeli nello scenario italiano, qualche anno dopo la scomparsa di Bufaletti, ora non stupisce. Essi avevano in comune la provenienza dalla scuola pianistica napoletana: un humus straordinariamente fertile. Oltre a Ferruccio Busoni, Il pianismo italiano di primo Novecento presentava punte di diamante notevolissime, di cui solo oggi incominciamo a precisare i contorni.
Bufaletti è un compositore poco conosciuto: come descriverebbe il suo stile musicale e cosa lo rende unico rispetto ai suoi contemporanei?
Il suo stile musicale è molto allineato alle tendenze eclettiche di fine Ottocento: un eclettismo onnivoro, quello italiano, che andava a pescare nell’ antico, ossia il primo Settecento della scuola napoletana e veneziana, ma era, nel contempo, desideroso di assimilare il romanticismo tedesco, e non mancava di gettare uno sguardo sulle rive moderne della Senna, alle esperienze di Debussy, di cui Bufaletti è uno dei primissimi interpreti in Italia e in Europa.
Quali sono stati i principali ostacoli o sfide nel portare alla luce la sua musica? Ad esempio, ha dovuto lavorare su manoscritti o affrontare problemi legati alla trascrizione?
Certamente il reperimento degli spartiti pianistici è stato tutt’ altro che semplice, e su questo aspetto bisogna ringraziare la tenacia di Simone Monge, che nel tempo è riuscito a scoprire in quali biblioteche del mondo giacessero le pochissime copie disponibili delle opere di Bufaletti e dei suoi rulli registrati.
Come pensa che la riscoperta di Bufaletti possa arricchire il panorama musicale odierno? Ci sono messaggi o emozioni particolari che vorrebbe trasmettere attraverso questo disco?
Sarebbe bello che il pubblico provasse l’emozione della sorpresa: il passato può continuare a stupirci, poiché in generale tendiamo a considerare le nostre categorie estetico-interpretative più aggiornate, più “oggettive” di quelle dei nostri nonni. Il rapporto con la storia, come con la filosofia, è sempre liberatorio dall’ egemonia del pensiero contemporaneo, che è pervasivo di suo. Purtroppo, quasi tutti i giovani musicisti, come ha rilevato anche il noto pianista Antonio Ballista in una recente intervista su La Stampa, mancano di curiosità per la ricerca storica. Questo perché il conservatorio è ancora molto lontano dal formare studenti capaci di elaborare in modo autonomo e critico una propria ricerca interpretativa e di repertorio. È rimasto nel suo complesso un istituto tecnico-professionale, di apprendimento imitativo di una tecnica strumentale, fondato sull’ assimilazione empirica di pochi brani-modello. È mancata del tutto in questi anni una riflessione critica di tipo epistemologico sui metodi di apprendimento e di interpretazione dei codici musicali. Tutti temi che sono rimasti appannaggio delle Università.
Nel disco, ha cercato di mantenere una fedeltà assoluta allo spirito dell’epoca o ha introdotto elementi interpretativi più personali?
Il tema della fedeltà al testo, o della Werktreue, è stato in questi anni giustamente messo in discussione da alcuni settori della ricerca universitaria. Anche io ritengo che il tema oggi non debba essere prioritario, anche se per una prima registrazione assoluta di questi brani ho cercato di non uscire troppo dalle indicazioni del testo. Tuttavia, per essere fedele allo spirito di Bufaletti, forse avrei dovuto essere più infedele nella lettura del suo spartito, sentirmi più libero! In fondo anch’io sono figlio del pieno Novecento, della Werktreue, ed è sempre molto difficile cambiare approccio culturale a metà del proprio cammino esistenziale.
Ha avuto collaborazioni o supporti specifici per portare a termine questo progetto, come musicologi o archivi storici?
Il contributo di Simone Monge è stato fondamentale: vorrei inoltre ricordare il chitarrista Davide Ficco, che ha realizzato una bellissima versione per chitarra della “Mazurka de Severina” di Bufaletti, nonché il mastering dei due cd. Inoltre, hanno collaborato la Reale Accademia di Belle Arti di Madrid, La Biblioteca di Catalunya, il Conservatorio di Torino, l’Università di Pavia ed il collezionista tedesco Hans-W. Schmitz, che ha riversato i rulli Welte-Mignon di Bufaletti in digitale, grazie al suo rarissimo pianoforte a rullo.
Ci sono altri compositori dimenticati che le piacerebbe riportare alla luce dopo Bufaletti?
Certamente! Il programma del dottorato di ricerca che ho iniziato presso il Conservatorio di Rovigo prevede proprio la riscoperta di altri significativi pianisti-compositori italiani tra Otto e Novecento. Costantino Palumbo, Carlo Rossaro, Giuseppe Unia, Alessandro Longo, Giovanni Anfossi e Rosario Scalero. Questo è il vasto programma di ricerca e di incisioni che mi attende! Sarà interessante comprendere meglio quanto la loro triplice veste di interpreti, compositori e didatti abbia influito sull’evoluzione della scuola pianistica italiana.
Nel ringraziare il Maestro Massimiliano Génot per la sua disponibilità, vi segnaliamo che potete ascoltare l’opera dedicata a Federico Bufaletti sulle principali piattaforme o nella versione CD. Per acquistare quest’ultimo, potete cliccare sull’immagine di seguito, cui aggiungiamo anche il collegamento al precedente disco su Giuseppe Unia.
1Informazioni tratte da:
https://www.massimilianogenot.it/?portfolio=bufaletti
https://www.treccani.it/enciclopedia/federico-bufaletti
https://conservatoriorovigo.it/wp-content/uploads/2024/11/Rovigo-Piano-Festival-2024-Programma.pdf


