“In Italia, il mio stile viene percepito come ‘francese’; in Francia, il mio suono è tipicamente italiano“. Le parole di Simone Malan – in arte Lou Troubadour – contenute nel booklet del suo nuovo CD, spiegano molto bene la trans-nazionalità della sua ricerca musicale. È il racconto di un movimento, quello delle persone, delle idee e delle melodie, che attraversano il tempo e lo spazio e si trasformano lungo il cammino. Facile, dunque, percepirvi una molteplicità di sfumature storico-geografiche che, partendo dall’Occitania, attraverso i Fest-Noz bretoni, giungono nella terra d’Albione e superano anche il canale di San Giorgio, per spingersi addirittura fino alle più occidentali brughiere irlandesi. Anzi, la suggestione preminente di questo lavoro evoca proprio la bruma di Moher e delle sue scogliere, e in un attimo ci trasporta nei pub di Doolin, adagiati su divanetti ad ascoltare racconti musicali di gruppi folk con una pinta di Guinness in mano.

Nelle danze attualizzate di Lou Troubadour, c’è qualcosa di estremamente familiare. Un richiamo al nostro passato atavico che quasi inconsciamente riaffiora confuso tra i nostri pensieri. L’afflato internazionale della sua ricerca, infatti, non può prescindere dalle sue (e nostre) radici biografiche. Questo è ben evidenziato dal titolo “Soma sì” – “siamo qui” – espressione in dialetto piemontese che, sia sul piano della forma, sia su quello della sostanza, sembra voler riportare tutto a casa, al punto di partenza del suo viaggio, le nostre valli, dove buona parte di questa musica è stata pensata e composta. In realtà, secondo quanto ci dice l’autore, il titolo si rifà a una tipica risposta che, da queste parti, si dà frequentemente alla domanda “Come stai?”. Un tratto emblematico della proverbiale freddezza nordica che rispecchia la tendenza a sbilanciarsi poco nelle esternazioni emotive. Eppure, noi ci leggiamo anche una sottolineatura dell’appartenenza al territorio, che non ti abbandona neanche quando lo specifico percorso esistenziale e professionale ti porta ad interiorizzare un marcato cosmopolitismo.
Il cuore del progetto, dunque, sta nella consapevolezza che l’identità musicale non è mai qualcosa di fisso e immutabile. Piuttosto, si tratta di un organismo vivo, che respira e cambia a seconda delle singole personalità che incontra. Come scrive ancora l’autore nel libretto del disco: “Studiando e lavorando in altre città e all’estero ho iniziato a percepire quanto l’identità musicale possa trasformarsi, sfumarsi, confondersi. È curioso come le stesse danze necessitino di accenti e aspetti stilistici specifici a seconda del luogo, o come alcune melodie si ritrovino anche nelle tradizioni più lontane, evidenziando una radice comune che attraversa confini e culture.”
Questa riflessione è il filo conduttore di un lavoro che si muove tra le sonorità delle valli pinerolesi e il respiro più ampio del balfolk europeo. Le melodie, spesso legate a forme di danza tradizionale, emergono come elementi mobili, che si perdono e si ritrovano, rivelando affinità inaspettate tra le culture. L’organetto di Lou Troubadour diventa così una bussola che orienta l’ascoltatore attraverso un territorio sonoro fatto di incontri e contaminazioni.
Il lavoro di Lou Troubadour, dunque, è fortemente incentrato sulla dimensione coreutica della musica popolare. Ogni singola composizione – brani strumentali per organetto solo – ricalca forme e configurazioni specifiche di balli tradizionali, sottolineando come il fatto aggregativo e comunitario della musica, con le sue implicazioni rituali e fisiche, ne rappresenti ancora il momento maggiormente significativo. La ricerca musicale di “Soma sì“, però, non è un semplice viaggio nella tradizione, ma un’indagine su come le melodie e le strutture ritmiche si adattino al contesto culturale in cui vengono eseguite. Lo Scottish, pur nato in Scozia, si è trasformato nelle sale da ballo francesi; la Bourrée, legata alla Francia centrale, ha assunto forme diverse a seconda delle comunità che l’hanno custodita; il Circolo Circassiano, di origine britannica, è ormai una danza collettiva diffusa in tutta Europa; il bretone Hanter Dro, che ha mantenuto intatta la sua forza rituale, si è trasformato nel tempo pur restando un simbolo di identità condivisa. Analoghi discorsi andrebbero fatti per gli altri stili citati nel disco, come la Polka Piquée, una reinterpretazione transalpina di tipo collettivo del noto ballo boemo; oppure la Chapelloise, diffusasi in Europa il secolo scorso nell’ambito del folk-revival, ma basata su una tradizione di origine canadese.
Queste connessioni non sono casuali: sono il risultato di secoli di migrazioni, di viaggi e di incontri. Lou Troubadour ne è consapevole e racconta questa fluidità attraverso il suo linguaggio musicale: “Alcune canzoni si trovano in diverse aree geografiche, altre volte propongono storie con significati ben diversi. Le melodie, talvolta coincidono, altre volte si somigliano solo a metà, come se fossero state dimenticate e poi riscritte nel tempo. E altre ancora portano lo stesso tema, arricchito però da tratti distintivi di ogni tradizione.”
Ascoltando “Soma sì”, per altro, non è difficile comprendere che il viaggio musicale di Lou Troubadour è un ponte ideale tra la tradizione cui attinge e la nostra contemporaneità. Le composizioni si ispirano a suggestioni reali, concrete, attuali. Anche alcuni titoli (ad esempio, “Spritz”) richiamano esplicitamente conuetudini contemporanee. Ma è soprattutto il tessuto armonico e melodico a dirci quanto quella tradizione non sia così avulsa dalle nostre abitudini d’ascolto. Molta musica rock e pop di oggi si è evoluta a partire dal meticciato costituito dalle tradizioni afro-americana ed europea, che secoli fa si incrociarono drammaticamente durante la colonizzazione dei territori americani. Un po’ per una discendenza naturale, un po’ perché lo stesso autore forza la mano in quella direzione, dalle note di “Soma sì” sembra davvero emergere in trasparenza un incessante dialogo tra la storia del nostro folclore continentale e le interpretazioni contemporanee della popular music. Una sottile linea, dunque, congiunge questi due mondi, rivelando come la tradizione non sia un universo chiuso, ma una materia viva e in continua trasformazione.
Dietro il nome Lou Troubadour si cela Simone Malan, musicista lusernese che ha fatto della ricerca musicale un viaggio senza confini. La sua esplorazione parte dalle valli pinerolesi, ma si arricchisce degli anni trascorsi tra Irlanda (dove ha suonato nella Dublin Orchestra come violoncellista), Londra, Parigi e Milano, luoghi che hanno ampliato la sua visione e affinato la sua sensibilità. Oltre alla musica, infatti, il suo percorso artistico abbraccia anche altre discipline: grafica, videomaking, arte figurativa e comunicazione, elementi che contribuiscono a rendere il suo approccio ancora più sfaccettato.
Nel 2023 ha pubblicato “A piedi nudi“, un album che già segnava questa multipla tensione creativa. “Soma sì“ prosegue su questa strada, dimostrando ancora una volta come la musica popolare, nell’unione tra potere evocativo e forza documentale etnografica, possa essere uno strumento dal carattere, allo stesso tempo, personale e universale.
Ones
L’album, per ora, è disponibile soltanto nel formato fisico del CD. Sulle principali piattaforme di streaming, però, potete trovare l’estratto “D’oltr’alpe”, che vi proponiamo qui sotto con un collegamento diretto.

