“In attesa che tutto abbia fine, forse è meglio che inizi a ballare“. Il nuovo album di Paolo Moreschi si incentra su un racconto ambientato negli anni Trenta, eppure quella frase, posta in chiusura dell’opera, sembra quasi un monito per noi, esseri umani del presente. La “Storia di una passione” ha luogo novant’anni fa, in un’epoca di aria pesante, di presagi inquieti per la tragedia imminente. Entro pochi anni, l’Europa e il mondo intero sarebbero sprofondati nell’abisso della Seconda Guerra Mondiale. E mentre ci si preparava a precipitare nel baratro, ci si interrogava sull’opportunità di continuare a fare arte nel mezzo di quella deriva. “Consumiamo il banchetto, in attesa del cappio“, fa dire Moreschi a una delle sue protagoniste femminili. E ancora: “Io davvero non capisco perché dovremmo smettere di dipingere, scrivere, ballare… dovrei gridare orrore, io grido amore“. Ecco, tra le molteplici chiavi di lettura di questo disco, quella della necessità dell’arte e della sua inesauribile forza, anche in un momento di inesorabile declino della civiltà, sembra essere davvero la più significativa. Quella che, più di tutte, riesce ad aprirci gli occhi su uno scenario contemporaneo che preconizza un drammatico déja-vu.
“Desidera. Storia di una passione” si ispira al libro (quasi) omonimo – edito da Bompiani, potete acquistarlo qui: “Storia di una passione” – che raccoglie le lettere scambiate per circa un ventennio tra la scrittrice Anaïs Nin e lo scrittore Henry Miller. La loro corrispondenza, intrattenuta tra il 1932 e il 1953, riflette la relazione particolare, sia intellettuale che fisica, che li legò per anni. In particolare, per il suo concept, Moreschi si concentra sul periodo iniziale della scambio epistolare tra i due, quello che va dal 1932 al 1935, con la loro passione al culmine e, sullo sfondo, i prodromi di uno dei periodi più bui della storia europea. La relazione tra Nin e Miller, ardente e, nello stesso tempo, controversa e conflittuale, diventa il presupposto per intrecciare le storie di quattro personaggi, collocati in un intermedio e indefinito status tra finzione e realtà, nello scenario di una Parigi novecentesca, affascinante e ricca di stimoli culturali. Ma, ben presto, ci si accorge che ogni parola, cantata o recitata, finisce per andare oltre la semplice esposizione di fatti e diventa motivo di riflessione su tematiche più estese, universali e, talvolta, tristemente attuali.
Per trasportare concretamente nel mondo di oggi la storia raccontata nel disco, Moreschi cala le atmosfere degli anni Trenta in un ambiente sonoro e comunicativo contemporaneo. L’elettronica, utilizzata in modo piuttosto marcato, richiama il pop anni Ottanta – con qualche rimando più esplicito a Kraftwerk e Depeche Mode – ma soprattutto la new wave di allora, permeata dei nuovi suoni sintetici ma memore dell’attitudine punk che l’aveva generata. La struttura synth pop si mescola con bassi distorti e chitarre sferraglianti, i bpm tendono ad aumentare. Verso il finale, poi, si raggiungono picchi da crossover industriale alla Nine Inch Nails, cui mancano solo le urla di Reznor (solo mentre scrivo, per altro, mi accorgo della perfetta quanto sorprendente sovrapponibilità dell’acronimo della band con il cognome della protagonista). Moreschi, dunque, abbandona quasi del tutto le sue più tradizionali modalità da cantautore indie, quelle che contrassegnavano il precedente “La storia di Franco” (anche se, qua e là, se ne trovano ancora tracce, specie nelle ballate a vocalità femminile). Sceglie coscientemente di sottolineare lo scarto temporale tra la classicità fascinosa di una Parigi old style e gli elementi superficiali della sua nuova musica. Forse, gli stilemi contemporanei, che ammiccano a varie forme dance ed elettroniche, servono proprio per puntare l’occhio di bue non sulla storia in sé ma sulle sue implicazioni trasversali. Anche il suo linguaggio, infatti, pur sempre ispirato da un’inclinazione teatrale e narrativa, lirico ma non aulico, in equilibrio tra profondità intellettuale e lessico colloquiale, non cede mai alla tentazione del rigore filologico rispetto al contesto temporale della narrazione, riuscendo a fare in modo che una storia collocata cent’anni fa, a distanza di un secolo, riesca perfettamente a parlare a noi, esseri mortali del terzo millennio.
Le lettere che Nin e Miller si scambiavano in quegli anni erano ricolme di una passione dai tratti spesso carnali. Un ardore che ritroviamo anche nella storia raccontata in “Desidera”, con l’esplosione della minimalista “Spolpami”, che ripete ossessivamente il verso “Scoprimi, scrivimi, scovami; scoprimi, spolpami, scopami”. Ma il rapporto tra i due era pieno di contrasti, gelosie, ricatti. Litigavano, si lasciavano, si amavano. Ed è attraverso lo sviluppo di questa conflittualità, che Moreschi riesce a riflettere su tematiche di più ampio respiro. Come l’arroganza del protagonista maschile, ad esempio, che pretende di riprendersi la donna che lo ha cacciato senza sé e senza ma (“Io non chiedo il permesso, io scasso ed entro“), invitandoci a meditare sul sostrato patriarcale della società contemporanea, in cui all’uomo – e non sto usando qui il maschile sovraesteso – è sempre tutto dovuto. Per contro, la Anaïs del disco affronta questa arroganza con grande fierezza, senza alcun tipo di timore reverenziale, persino con una punta di ironia. Una dignità che tocca l’apice in “Portami altrove”, in cui si palesa la sua consapevolezza nel perseguire il proprio desiderio di emancipazione, sia essa sociale, sessuale, economica o artistica. “Sono la donna che avrei voluto, senza più schiavi, senza padroni”, parole che ci inducono a specifiche riflessioni sulla libertà di pensiero e di azione, qui bramata e attestata con grande determinazione, e che appaiono come il manifesto esplicito di un femminismo ante litteram.
Più in generale, la principale suggestione che connette le lettere tra Nin e Miller e le canzoni di Moreschi sembra essere la necessità di superare le imposizioni sociali dominanti. Il dito puntato verso il conformismo (“E allora scava!”), la ricerca della felicità rispetto al gretto materialismo umano (“voglio volare più in alto“, viene ripetuto in più punti), il superamento delle gabbie culturali attraverso l’arte, l’emancipazione dalle convenzioni, si ergono a centrali canoni interpretativi, in evidenza su tutti gli altri spunti di analisi possibili. Interpretazioni che acquisiscono, poi, ulteriore senso se immerse nel quadro dell’incombente minaccia bellica, motivo del velato senso di inquietudine che pervade l’intero album. Da qui proviene il verso citato all’inizio, quell’invito a dedicarsi all’arte e alla liberazione fisica della danza, prima che tutto precipiti e sia troppo tardi.

Paolo Moreschi nel suo crowdfunding aveva promesso di farci ballare, ma nei ritmi dance di questo disco non c’è leggerezza. C’è più una necessità liberatoria, sottolineata dalla frenesia ritmica che aumenta con il passare dei minuti. L’atmosfera del ballo non ha niente a che vedere con un giovale clima di festa, ma possiede connotazioni specificatamente rituali. Va poi sottolineato l’interessante contrasto tra le tracce essenzialmente maschili e quelle femminili. Nelle prime, la voce di Moreschi si arricchisce con le interpretazioni dell’amico e sodale Andrea Mazzari, in un vortice tumultuoso di suoni e cadenze che sottolineano una visione più fisica e terrena della passione. Nelle seconde, nell’alternanza tra la delicatezza vocale di Giulia Bi e i recitativi dell’attrice Katia Capato, è ripreso uno stile più delicato e marcatamente cantautoriale, che sottolinea l’accezione spirituale ed eterea della prospettiva femminile e che, nel contempo, tratteggiano un’immagine ideale di donna, sensibile ma, al contempo, risoluta e sicura di sé.
Il disco si correda, come sempre, di un booklet molto curato. La copertina di Marco Martz, con le consuete tonalità rosse e bianche, rappresenta un fiore stilizzato che sembra esplodere nel buio dell’universo, offrendo ulteriori implicazioni interpretative. All’interno, i testi sono accompagnati dalla datazione degli eventi narrati che, insieme a fotogrammi cinematografici dell’epoca, ci aiutano a contestualizzare temporalmente la narrazione e a immergerci pienamente nelle sue atmosfere. Per stessa ammissione di Moreschi, il libretto vorrebbe acquisire un ruolo funzionale analogo a quello dei libretti d’opera, come ausilio alla fruizione. D’altronde, “Desidera” rimane un lavoro dal forte impianto teatrale, con più o meno brevi monologhi che irrompono tra le melodie e con diverse voci a interpretare i vari personaggi implicati. Un modus operandi diventato marca distintiva dell’autorialità di Moreschi, che proprio alle arti della scena ha dedicato parte importante della sua biografia creativa e che riprende, anche nei suoi spettacoli dal vivo, il medesimo pronunciato sincretismo di musica, performance attoriali e arte figurativa.
“Desidera. Storia di una passione” è un disco che ci insegna a fare canzoni in epoca contemporanea, superando l’aria stantia di una certa tradizione. O, visto dalla prospettiva opposta, come si possa realizzare un disco pop di spessore. “Desidera” esce, per ora, solo su CD, anche se sulle principali piattaforme, alla data di pubblicazione di questo articolo, è già ascoltabile il primo singolo “Luce”. Tra i credits, segnaliamo infine colui che va considerato il principale artefice delle sonorità dell’album, Gianluca Della Torca dei Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo. Dalle linee di basso ai sintetizzatori, dalla programmazione elettronica in senso stretto fino alla produzione artistica tout court, la sua opera, che affonda le radici nel post rock etereo e cinematico della sua band, è alla base di buona parte della direzione timbrica del disco. Un percorso che ha consentito a Moreschi di perseguire concretamente la sua dichiarata svolta stilistica. “Volevo fare un disco dance, volevo uscire dall’esperienza del cantautore impegnato con sonorità alternativa. In realtà “Desidera_Storia di una Passione” non è un disco frivolo, ma dance, sì“, ha dichiarato in una recente intervista rilasciata all’emittente radiofonica RBE (ascolta qui l’intera intervista).
In realtà, ancora non sappiamo se ci farà davvero ballare, ma certamente ci ha già dato da pensare e riflettere. In attesa che tutto abbia fine, noi ci rifugiamo qui.
Ones
Aggiornamento del 23/02/2025

