I SOLITI PERDENTI – Stefano Marando & Gabriele Scarpelli

Stefano Marando e Gabriele Scarpelli sono due artisti che hanno scelto le parole come principale strumento espressivo. Entrambi frequentano la scrittura per veicolare i propri pensieri, anche se ognuno dei due lo fa a proprio modo, col proprio stile e con il proprio mezzo di diffusione elettivo. Il primo, ad esempio, è essenzialmente un content creator, molto conosciuto per aver ideato la pagina Instagram @30politico, uno spazio nato come punto di convergenza e sfogo per le sue personali insicurezze e trasformatosi ben presto in un importante punto di riferimento per la comunità universitaria di tutta Italia. Oggi, la pagina di Marando può vantare uno straordinario bacino d’utenza costituito da più di 238.000 follower. Il secondo, invece, è il principale esponente del nichilismo pinerolese. Autore di diverse raccolte di scritti, distribuite in self publishing, saltuariamente usa la musica come veicolo trasversale per raccontare i propri conflitti interiori. Proprio la musica, per altro, rappresenta uno degli elementi in comune tra le due esperienze, capace di evidenziarne la vicinanza filosofica ed enfatizzare la prossimità dei rispettivi approcci alla vita.

gabriele scarpelli stefano marando i soliti perdenti

Marando e Scarpelli si sono recentemente ritrovati insieme per dare vita a una collaborazione artistica sfociata nell’album “I soliti perdenti”. Si tratta di un lavoro che unisce la scrittura rap del primo con il songwriting del secondo, come sempre saldamente ispirato al rock degli anni Novanta (il grunge, certo, ma anche il brit pop, come nell’intro di “Fentanyl”, che cita quasi spudoratamente le ballate degli Oasis). “I soliti perdenti” ruota attorno all’estetica del fallimento e al sentimento di inadeguatezza. A partire dal titolo, passando per la copertina – bottiglie vuote, flaconi di medicine e sacchetti di cibo consumato – l’album si presenta per quello che è: un lavoro che parla di alienazione e precarietà emotiva; che parla di amore e di relazioni, trattandone i risvolti più irrequieti ed esistenziali. E i protagonisti di queste vite ai margini non sono eroi o rivoluzionari. Sono i perdenti di oggi, quelli incapaci di aderire ai dettami della società contemporanea, che ci vorrebbe tutti personaggi di successo, conformi e allineati, rispondenti a precisi canoni estetici e comportamentali, cui i due rifiutano di sottomettersi.

C’è un’indubbia affinità letteraria e di pensiero tra Scarpelli e Marando. Entrambi sembrano scrivere per un’analoga urgenza espressiva. E, sebbene entrambi riscuotano notevoli apprezzamenti, anche suffragati da numeri ben al di sopra della media, rimangono sostanzialmente degli outsider. Lo si evince anche dalle parole che, individualmente, hanno speso sulle proprie pagine social per presentare l’album. Scarpelli lo definisce come il probabile ennesimo fallimento del suo esistere. Marando invece sottolinea che esso “nasce dalla psichiatria nel senso più stretto del termine, dagli psicofarmaci, dalle benzodiazepine, degli antidepressivi, dall’ansia sociale, dall’insonnia, dalla bulimia esistenziale e da tutto ciò che può portarti sull’orlo dell’abisso con la sola possibilità di buttartici dentro“. Impossibile non vedere la similitudine tra i due motori creativi e come essi convergano molto coerentemente in questa sorta di manifesto programmatico.

Eppure, nell’incontro tra le due personalità, sembra nascere un soggetto parzialmente diverso, che non è esattamente la somma dei singoli valori. Lo si nota soprattutto nella sfumatura meno apocalittica che le canzoni di Scarpelli acquisiscono al contatto con i versi di Marando. “È okay non sentirsi okay / Ma col cazzo che mi ammazzo come Kurt Cobainrappa Marando in “Fentanyl”, sconfessando l’apologia del suicidio che spesso ha attraversato in filigrana le canzoni del pinerolese. E, a proposito di Fentanyl, se un tempo Scarpelli paragonava l’amore e le relazioni al potente e pericoloso oppioide, oggi ne riduce gli effetti a quelli della Rinazina Spray dell’omonima traccia. Le barre di Stefano Marando, dunque, filtrano i testi di Scarpelli e ne traslano il senso verso connotazioni nuove. È evidente soprattutto nei pezzi che facevano già parte dei suoi lavori precedenti (oggi quasi tutti incomprensibilmente scomparsi dalle varie piattaforme), come accade proprio nella sopra citata “Fentanyl”, tra i brani trainanti di “Sono due ore che penso a come intitolarlo” del 2020.

Tra le tracce non completamente inedite di “I soliti perdenti”, vanno citate anche la conclusiva “240 domande”, da “Anatocismo esistenziale” del 2019, in cui le innumerevoli questioni irrisolte si riepilogano nella certezza inoppugnabile che l’esistenza è fondamentalmente un’esperienza deludente; ma anche “I cimiteri chiudono” da “Anche le cimici si annegano“. In quest’ultimo caso, le rime aggiunte da Marando confermano il significato simbolico originario; quello che, nel prototipico appuntamento mondano dell’aperitivo, collocato qui in un luogo zeppo di simulacri di morte, racchiude il desiderio di fuga da una società ritenuta sbagliata in tutti i suoi concetti principali, a partire dal senso di inadeguatezza verso cui siamo spinti quotidianamente.

Ninnananna e Lucciole d’inverno”, invece, sono due delle tracce più intime e malinconiche di “I soliti perdenti, accomunate da un’atmosfera fragile e da testi che esplorano il confine tra amore e autodistruzione. In entrambe le canzoni, il sentimento è vissuto come un rifugio precario, qualcosa che offre conforto ma che, allo stesso tempo, si scontra con l’incapacità di trovare una vera salvezza. Ninnananna, ad esempio, è una ballata che alterna dolcezza e dolore, in cui la struggente linea melodica del chorus suggerisce che la nenia non è finalizzata al sonno sereno ma è un rifugio dal dolore della consapevolezza esistenziale. In Lucciole d’inverno, invece, il coleottero normalmente associato alle notti estive, viene collocato nel contesto ostile della stagione fredda, acquisendo connotazioni di smarrimento e alienazione. Nell’intermittenza, i momenti bui sono posti in maggior risalto rispetto a quelli luminescenti; nel grido strozzato dell’interpretazione, emerge la grande illusione dell’amore come cura universale e, in quelle linee melodiche colme di disperazione, trova sfogo la frustrazione dell’esistenza. È la sensazione di uno stordimento psicologico che riflette l’alienazione generale dell’istanza autoriale, permeando, in definitiva, ogni singola nota e ogni singola parola messe insieme da questa strana – ma neanche troppo – coppia.

Ones

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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