MELH LA GALÈRA QUE LA BALÈRA! – La Péiro Douso

📌 In breve: Con “Melh la galèra que la balèra!”, La Péiro Douso torna a esplorare la tradizione musicale occitana attraverso otto composizioni originali. Tra ritmi popolari, contaminazioni stilistiche e testi ironici, il gruppo pinerolese propone un album registrato in presa diretta, nel quale la danza rimane al centro di una musica pensata per il divertimento e la condivisione comunitaria.

È sicuramente superfluo ricordare quanto la tradizione occitana sia radicata nel territorio pinerolese, soprattutto nelle vallate, dove il suo patrimonio culturale, lungi dall’essere soltanto una reliquia da museo o da studi etnografici, continua a permeare stabilmente la quotidianità di molte famiglie. In uno studio del 2006 dell’IRES – Istituto di Ricerche Economiche e Sociali del Piemonte – si stimava che soltanto nelle aree occitanofone della nostra regione, fossero circa 47.000 i parlanti adulti con conoscenza attiva della lingua occitana. Rilevazioni successive hanno ridimensionato questa cifra (v. le cifre riportate da Fiorenzo Toso su Treccani), anche in ragione dei diversi criteri adottati nelle rilevazioni, ma non modificano, nella sostanza, il quadro di una realtà culturale tutt’altro che irrilevante e, anzi, in costante fermento.

Sintomo di questo incessante ribollire culturale è senz’altro il crescente interesse che, più o meno da una trentina d’anni, si registra – anche in aree al di fuori dei confini strettamente d’Oc – nei confronti della musica tradizionale occitana, sia nella sua dimensione performativa, sia in quella strettamente coreutica. Prospettive, peraltro, storicamente inscindibili, che ancora oggi riescono a suscitare un grande interesse in chi la musica la suona, ma anche in chi la balla o semplicemente la ascolta. Al di là delle formazioni che hanno deciso di rimanere saldamente ancorate a stilemi, strumentazione e brani in tutto e per tutto tradizionali, buona parte degli artisti ha scelto infatti la via della contaminazione, vuoi per collocarsi meglio nella contemporaneità, vuoi per allargare il novero delle potenzialità espressive, vuoi per la naturale influenza esercitata dai linguaggi musicali con cui ciascun artista è cresciuto e ha maturato la propria sensibilità artistica.

copertina di melh la galera que la balera di la peiro douso

Tra le tante proposte che in questi anni abbiamo potuto passare al vaglio, ce n’è una dalle radici fortemente pinerolesi che ha imboccato una strada originale e dagli esiti estetici per niente scontati. La Péiro Douso è una formazione originaria delle valli Chisone e Germanasca e prende il nome da un comune appellativo del talco – la pietra dolce – la cui estrazione ha segnato per secoli la storia economica del nostro territorio. Fin dalla sua nascita, avvenuta nel 2008, il gruppo ha cercato una propria sintesi tra il rispetto della tradizione musicale occitana e l’apertura a linguaggi di diversa provenienza. Una ricerca che non ha mai messo in discussione la centralità del ballo tradizionale, testimoniata dalle precise indicazioni – come accade in moltissimi lavori di questo ambito – che associano ciascun brano alla rispettiva danza. Ma sono molti gli elementi che contraddistinguono la musica della Péiro Douso e che ne fanno un unicum nell’ambito di riferimento. Tratti che troviamo ovviamente anche nel loro ultimo album “Melh la galèra que la balèra!“, uscito alcune settimane fa e pubblicato sulle principali piattaforme di streaming.

copertina di lengostas e papagais di la peiro douso

C’è un apparente paradosso nella musica della Péiro Douso ed è quello di una formazione interamente acustica che, però, riesce a evocare sonorità e linguaggi spesso associati a organici elettrificati. Rock, pop, blues, musica caraibica e mondo della canzone in senso lato sembrano inserirsi in modo naturale nelle strutture di matrice popolare. Influenze che nel precedente “Lengostas e papagais” del 2017, sebbene il disco fosse interamente composto da canti tradizionali riarrangiati, erano addirittura più marcate. In quel lavoro, infatti, emergeva un’impronta molto vicina al folk-rock contemporaneo, enfatizzata dall’urgenza espressiva e dalla tonalità drammatica delle armonizzazioni vocali di Luca Pellegrino (che è anche il fisarmonicista della banda) e della special guest Paola Bertello. Il nuovo “Melh la galèra”, invece, intraprende un percorso inverso. La tracklist, infatti, pur costituita interamente da brani originali, denota un generale abbandono dei caratteri epici del precedente album per un ritorno a strutture più tradizionali. Eppure, quell’impressione di modernità non abbandona mai l’ascolto, soprattutto in quella pulsante scansione ritmica che è uno dei tratti caratterizzanti dell’ensemble e che riesce da sola a richiamare le atmosfere dell’universo popular. D’altronde, Stefano Ricca è un batterista dal background variegato ma saldamente connesso all’ambito rock, mentre Matteo Tinetto, grazie alla notevole padronanza tecnica e alle particolari linee di basso affidate alla sua tuba, adotta un approccio esecutivo molto vicino a quello di un basso elettrico, dando vita al vero cortocircuito timbrico della band.

“Melh la galèra que la balèra!” è un album dal vivo nel senso più ampio del termine. Tutti i pezzi sono stati registrati in presa diretta, anche se solo alcuni provengono da esibizioni davanti a un pubblico. Buona parte di essi, infatti, pur senza spettatori, è stata registrata su un palco, nelle condizioni di un vero e proprio live, per mantenere il più possibile intatta la spontaneità dell’esecuzione. I testi sono stati scritti dal saxofonista Davide Bertetto (autore anche delle musiche, arrangiate poi da tutti i componenti, ognuno per il proprio strumento), con la collaborazione, in alcuni casi, del già citato Pellegrino. Provenendo da aree diverse del territorio occitano, i due musicisti hanno finito per dare vita a una curiosa disomogeneità linguistica, nella quale le differenze lessicali delle rispettive parlate diventano un ulteriore elemento di ricchezza espressiva. Il legame delle nuove composizioni con gli stilemi della tradizione occitana si riflette anche nello spirito che le anima. C’è infatti una marcata componente ironica nei testi, percepibile fin dal titolo dell’album, che sembra rispondere alla volontà della band di ricreare il clima festoso e goliardico delle occasioni da ballo di un tempo, quando la musica rappresentava anche un momento di incontro, divertimento e condivisione comunitaria.

La provocazione scherzosa del circolo circassiano della title track è sicuramente il tratto più emblematico di questo atteggiamento ironico. Preferire la galera alla balera è un evidente paradosso per una formazione che ha fatto del ballo uno dei cardini della propria musica. Ma la fuga dall’ossessione per la danza diventa qui un gustoso divertissement antifrastico e umoristico dietro cui si nasconde la riflessione su alcune distorsioni dell’ambiente – in cui, peraltro, si potrebbe anche vedere uno specchio della realtà sociale tout court – dove certi atteggiamenti di supponenza finiscono per soffocare il puro piacere di stare insieme e divertirsi attraverso la fisicità e l’armonia dei corpi in movimento. Tra i brani più tradizionali dell’album, segnaliamo “Vernant” e “Sopatta”, le due curente dedicate alle specifiche interpretazioni del genere tipiche della Val Vermenagna e della Val Germanasca (quest’ultima conosciuta proprio con l’appellativo “Val Sopatta”), e “Macarel”, scottish composto in onore dell’amicizia con gli ideatori dell’omonimo sito francese, specializzato in vendita di gadget occitani, legame che ha portato il gruppo a esibirsi più volte anche al di là delle Alpi.

Tuttavia, come accennato, uno dei tratti sicuramente più originali della musica della Péiro Douso è quello di saper adattare linguaggi musicali di diversa provenienza alle necessità delle danze occitane. Così può capitare che in un rigodon come “Sensa” affiorino suggestioni dal sapore caraibico, o che nel rondò ludico “Occitarzan” i richiami alla giungla africana passino attraverso elementi ritmici che evocano, ad esempio, le scansioni di “The Lion Sleeps Tonight”, celebre successo pop degli anni Sessanta dalle radici musicali sudafricane. Certamente, l’esempio più lampante di questo specifico approccio compositivo, nonché forse il pezzo più gustoso dell’intero lavoro, rimane “Lo blues de la mudanda eschancaa”, in cui un blues in 3 si trasforma in una mazurka – o viceversa – e lo spirito ironico del testo va ad aggiungersi alla contaminazione tra folk occitano e musica afro-americana. Il brano è impreziosito dal solo di flauto di Simone Lombardo, che usa qui la tecnica dell’humming, con un evidente rimando a mostri sacri del jazz e del rock progressivo come Roland Kirk e Ian Anderson, ulteriore indizio dell’ibridazione tra mondi stilistici diversi.

Merita infine una menzione particolare il lavoro sugli arrangiamenti, che contribuisce in modo decisivo alla ricchezza sonora della Péiro Douso. Attorno all’organetto di Luca Pellegrino, spesso protagonista dell’impianto timbrico, si sviluppa un fitto intreccio di fraseggi melodici affidati ai flauti di Lombardo, al clarinetto di Luca Vallauri e ai sassofoni di Davide Bertetto, questi ultimi ulteriore segnale dell’intenzione modernistica della Péiro Douso. Più discreta, invece, la presenza della ghironda, strumento profondamente radicato nella tradizione musicale occitana ma qui sicuramente meno in evidenza. È proprio dall’equilibrio tra questa ricchezza strumentale, la spinta ritmica, il mix di diversi ambiti stilistici, l’ironia dei testi e la centralità della danza che emerge il senso più profondo del lavoro della Péiro Douso: una musica che chiede soprattutto di essere vissuta e condivisa da ognuno secondo le proprie inclinazioni. Ma al di là delle personali modalità di fruizione, rimane un intento comune: l’invito a ritrovare, attraverso il ballo e il divertimento, quella dimensione di festa, semplicità e convivialità collettiva che appartiene al patrimonio ancestrale dell’umanità e costituisce una delle espressioni più vitali della tradizione popolare.

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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