LA CHATTE NOIRE – Marco Varvello

“La Chatte Noire” è un album firmato dal musicista pinerolese Marco Varvello, uscito verso la fine del 2024 per la Noise Ark Records. La recente distribuzione sulle piattaforme di streaming avviene in concomitanza con il decennale della sua prima pubblicazione, avvenuta su CD nel 2014. Si tratta di un’opera piuttosto eterogenea, che alterna sapori antichi a forme di jazz contemporaneo, tra composizioni originali e riletture di classici. La storia di questo album è quanto meno articolata, caratterizzata anche da una lunga gestazione. Registrato nel 2010 presso lo studio Play! di Bricherasio, il lavoro è rimasto, per alcuni anni, in attesa di una produzione significativa. Alla fine, il disco verrà prodotto dallo stesso Varvello e pubblicato dalla Rara Records, etichetta specializzata nell’ambito della world music, facente capo a Francesco Sardella, che Marco aveva incontrato durante i suoi studi in musica per film al Conservatorio di Pesaro.

marco varvello la chatte noire

“La Chatte Noire” possiede, in effetti, una forte connotazione “etnica”. Ci immerge nelle atmosfere fascinose di un jazz d’annata, marcate da un esotismo da giramondo, quello spirito viaggiatore che si incontra anche in certe frange della nostra musica d’autore. Paolo Conte, per dire un nome, che ha fatto del jazz, impregnato di un certo nomadismo musicale, il vero marchio di fabbrica strumentale delle sue canzoni. In questo senso, è fondamentale la presenza da protagonista della fisarmonica, suonata dallo stesso Varvello, che rievoca atmosfere balcaniche, celtiche e, ça va sans dire, latino-americane. Impossibile, infatti, per il nostro immaginario radicato, non intravvedere, nel suo timbro peculiare, la coloritura “tanguera” dello strumento che fu del grande Astor Piazzolla. Ma la figura centrale della fisarmonica è qui ampiamente controbilanciata dalla straordinaria personalità dei musicisti che accompagnano Varvello: gli eclettici Mattia Barbieri (batteria) e Luca Russo (basso elettrico e contrabbasso), il chitarrista François Gozlan, oltre che il trombettista Giampaolo Casati, autore di alcuni raffinati passaggi solistici davvero pregevoli. Le specificità di questi eccellenti strumentisti, da sempre connotati da una spiccata versatilità che li ha condotti a misurarsi con le più svariate declinazioni della loro arte, ha consentito di realizzare un’opera capace di richiamare suggestioni antiche, attualizzandone l’approccio.

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Il progetto “La Chatte Noire” nasce intorno al 2009. Racconta Marco Varvello: “Dopo alcuni anni di musica di strada, di locali e di festival con la formazione Cloroformio, che vedeva Andrea Chiarenza e Matteo Griot alle chitarre, me alla fisarmonica, più tardi affiancati da Stefano Protto o Mario Crivello al contrabbasso e Marco Ghezzo al violino, decisi di mettere su una formazione prettamente swing manouche, cercando di adeguare tecniche, strumenti e repertorio alla grande tradizione gitana franco-tedesco-olandese che ha nel genio della chitarra Django Reinhardt il suo riferimento“.

La Chatte Noire, il cui nome – ci spiega ancora Marco – “richiama le ambientazioni parigine di fine ‘800, ma si riferisce alla gattina nera che avevo cresciuto quando abitavo a Bricherasio“, esordisce – almeno per quanto riguarda concerti di un certo prestigio – al festival “Vincoli Sonori”, a Pinerolo. Nell’organico, oltre a Varvello alla fisarmonica, si annoveravano i già citati Gozlan e Griot alle chitarre manouche, e Luca Russo al contrabbasso.

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La prima parte della storia della Chatte Noire si svolge, però, prevalentemente all’estero. È ancora Varvello a raccontarci quel periodo: “Dopo alcuni mesi di vita ad Amsterdam, torno a vivere in Italia, ma d’estate arrivano dei concerti in Olanda, in trio: soltanto Gozlan alla chitarra, Russo al basso elettrico, io alla fisarmonica. Oltre ad Edam e a un paio di altri club ad Amsterdam, il gruppo si esibisce al Badcuyp, uno dei principali locali del jazz olandese. Il repertorio vira verso il jazz e iniziamo a suonare anche brani originali di mia composizione, mantenendo però una base ‘manouche’ per una buona parte dei pezzi“.

Nell’autunno 2010, giunge il momento di entrare in studio. “Decido di registrare un disco – ricorda Varvello – così contatto vari musicisti, tra cui Mattia Barbieri alla batteria, Antonio Lallai (il più manouche dei musicisti italiani che abbia conosciuto), e una vera perla: avendo seguito alcune lezioni al conservatorio guidate da Giampaolo Casati, lo invito a registrare e lui accetta“. “La grande differenza – conclude il fisarmonicista pinerolese – starà nei brani oltre che nel sound del gruppo. Andiamo in studio, cinque giorni al Play! di Alberto Macerata, e il risultato è una ventina di pezzi registrati, divisi grosso modo in due parti: una prettamente swing manouche, con batteria minimale a sostegno di due chitarre. Queste tracce formano un album che si trova in libero ascolto su Soundcloud, e che prossimamente uscirà sui distributori digitali. L’altra parte delle registrazioni, che forma l’album appena ri-pubblicato, è pienamente jazz e world music: François Gozlan passa alla chitarra semi-acustica jazz, Luca Russo si alterna al contrabbasso e al basso elettrico. Mattia Barbieri suona a pieno regime e io aggiungo alla fisarmonica il pianoforte: lo Yamaha C6 presente in studio era un’occasione troppo ghiotta per farsela sfuggire“.

Ne nasce così un lavoro variopinto, in un clima che oscilla avanti e indietro sull’asse temporale, offrendo una sorprendente esperienza d’ascolto. La scaletta è compilata alternando accuratamente composizioni originali a reinterpretazioni di standard. Tra le prime si segnala senz’altro “Carlito Brigante”, dedicata al protagonista del film “Carlito’s Way”, interpretato dal grande Al Pacino. La struttura da mini-suite ripercorre le ambientazioni del film, nel quartiere di Spanish Harlem a New York, attraverso il suo continuo mutare di atmosfera: una prima parte tipicamente R’n’B, che si sposta verso temi spagnoleggianti e si conclude con un finale “ebraico”, demandato alla chitarra. In quest’ultima release dell’album, “Carlito Brigante” viene ripresentata con un nuovo mixaggio a cura di Oliver D’Adda. Particolarmente significativa è anche “Estrellas Fugaces”, che con il suo incalzante 7/8 mescola il respiro argentino con un paesaggio sonoro balcanico, rievocando fascinosamente le “stelle cadenti” del titolo.

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A completare l’elenco dei brani originali, troviamo “Soledad”, “una milonga malinconica, in 5/4“, come l’ha definita lo stesso Varvello, che acquisisce tutte le sfumature di uno standard jazz, grazie al lirismo solistico, prima della chitarra di Gozlan, poi della tromba intensa di Casati e, infine, dello charme etereo della fisarmonica dello stesso Varvello; e “Ballata celtica”, suonata in ‘solo’, benché sdoppiato in fisarmonica e pianoforte. A tal proposito, Varvello precisa ulteriormente che si tratta di “una ballata nel senso di una danza folk, con una sonorità nordica in 7/4. Se c’è una traccia che rende una diapositiva del mio stile musicale ‘suonato’, penso sia questa“.

Le reinterpretazioni, poi, spostano ulteriormente l’ago della bilancia verso la matrice folk del pensiero artistico celato dietro “La Chatte Noire”. Tutte, o quasi, possiedono connotazioni che rimandano alla storia della musica popolare di qualche parte del mondo. “Norwegian Wood” – unico brano cantato dell’album di Varvello – è uno dei primi pezzi dei Beatles ad aver portato il Sitar indiano nel mondo del rock; “Bricabrac” e “Minor Blues/Swing 48” sono l’omaggio al jazz gitano di Django e Joseph Reinhardt; “Invocation” di Bobby McFerrin viene reinterpretata con sincopi da samba-cançao appena accennate, che ci traghettano ai piedi del Cristo Redentore. La chiusura dell’album è, invece, una parziale deviazione da questo percorso, con la splendida “My Favorite Things”, della coppia Rodgers / Hammerstein II, una delle cui interpretazioni più note è certamente quella di John Coltrane del 1961.

Una prima versione dell’album, non stampata o distribuita ufficialmente, venne presentata con un concerto al Teatro del Lavoro di Pinerolo. Seguirono poi concerti a Torino, Lione e, nel 2012, all’Ostello del Po a Staffarda (CN), ospiti della Carovana Balacaval in un festival dedicato ai popoli nomadi. In quell’occasione suonò, tra gli altri, anche la band di Lollo Meier. “Le collaborazioni con la Carovana – conclude Varvello – furono sempre più frequenti e Gozlan si unì al loro viaggio stagionale con carrozze (autocostruite) trainate da cavalli lungo le strade del Piemonte meridionale. Nuove direzioni musicali coinvolsero anche me e la band non ebbe più modo di riunirsi, malgrado le diverse collaborazioni tra i musicisti che ne hanno fatto parte”.

Nel 2014, l’album venne mixato ai Pink House Studios di Monsano (Ancona) e pubblicato dalla Rara Records, con edizioni Ph Worx. A dicembre 2024, essendo i diritti dei pezzi ritornati liberi, l’album viene ripubblicato sugli store digitali nella “10 Years Special Edition”, per la Noise Ark Records, l’etichetta fondata e gestita dallo stesso Marco Varvello, che si arricchisce così di un nuovo ed elegante capitolo.

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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