La vita non è una partita a Monopoli. A differenza del famoso gioco da tavolo, non veniamo al mondo con un manuale di istruzioni. Viaggiamo e frequentiamo un’infinità di luoghi; paghiamo, incassiamo e il nostro percorso è costellato di imprevisti e probabilità, ma l’incertezza con cui ci muoviamo tra i meandri dell’esistenza ci fa sentire un po’ come il classico elefante nella cristalleria. In una parola: “maldestri”, impacciati. Come il cavaliere della copertina, imbardato nella sua armatura e pronto alla battaglia ma malfermo sulla groppa del suo animale. Perché le regole si imparano solo col tempo, mentre si cerca di orientarsi tra i vicoli stretti e i parchi della vittoria della nostra quotidianità.
Questa incertezza, che segna il nostro percorso umano, sembra la chiave di lettura più significativa di “Maldestro”, l’album d’esordio degli Stornelli Malcontenti, duo di pop-folk cantautoriale composto dai polistrumentisti Andrea Caccavone (già batterista di Skamarcio e Le Cannonate) e Davide Lerda. C’è in questo titolo la consapevolezza della fragilità del nostro essere, tema che si riflette anche in molta della narrazione e della rappresentazione figurativa delle storie che i due raccontano nelle loro canzoni. Lo si legge un po’ ovunque tra i versi, dai brandelli di “Tatters”, residui dell’identità lacerata dalle esperienze dei nostri giorni, all’esercizio metaforico e simbolico di “Regolamento”, parallelismo impietoso tra la complessità della vita adulta e i resti della spensieratezza infantile di cui troviamo traccia anche nei comportamenti dei “grandi”.
I passi esitanti rappresentano, dunque, la prospettiva da cui abbiamo deciso di osservare questo lavoro, che fin dal primo ascolto è risultato davvero sorprendente. Colpisce, infatti, la capacità di ottenere, da un arrangiamento essenziale, un impatto così travolgente, soprattutto nel profilo ritmico che, con le sue dinamiche mutevoli, riesce a coinvolgerti sempre in modo profondo. Chitarre acustiche, suonate prevalentemente in strumming, percussioni, qualche passaggio di tromba con funzione essenzialmente melodica e voci. Voci, soprattutto.
Da un punto di vista stilistico, infatti, sono proprio le voci che polarizzano le energie creative degli Stornelli Malcontenti. Le armonizzazioni vocali percorrono buona parte delle linee del cantato, con quella connotazione timbrica che rimanda a interpretazioni classiche. Verrebbe da scomodare mostri sacri come Beatles e Simon & Garfunkel, se la cosa non apparisse blasfema per l’inarrivabilità dei modelli. Vero è, però, che un certo tipo di trattamento dell’arrangiamento vocale è diventato merce rara di questi tempi e, intelligentemente, il duo basa su di esso le proprie fondamenta, riservando, così, per se stessi, una nicchia quasi dimenticata dallo star system di oggi. Ne nasce un lavoro capace di mescolare atmosfere che rimandano al cantautorato italiano degli anni Settanta con quelle dell’indie pop internazionale dei nostri giorni, in un bilanciamento inatteso e spiazzante.
Un altro elemento che contribuisce a rendere questo lavoro degno di attenzione, però, è quello più strettamente poetico. I testi oscillano tra lirismo ermetico, afflati simbolisti e sconfinamenti surreali, marcando l’attualità di un songwriting davvero elegante. Una capacità di scrittura rimasta fino ad oggi, inspiegabilmente, nascosta da qualche parte, forse nel privato degli autori e nelle pochissime apparizioni live, che oggi finalmente può venire alla luce, per raccontare una visione della vita del tutto personale e particolare. Il tratto più eccentrico e visionario, quasi lisergico, si esprime negli esperimenti linguistici di “ll profumo di Vittoria”, “Peste” o “Carramba”, filastrocche futuriste in cui il gioco di parole, più che il messaggio in sé, sembra essere il fulcro della scrittura. Analogo approccio si trova in “Iolao”, che demistifica la sacralità dei supereroi, li dipinge attraverso il loro lato sordido e oscuro e li pone su un piano decisamente più terreno. Eppure, in mezzo a questi esercizi stilistici e retorici che sembrano celare soprattutto intenti ludici, “Maldestro” rivela anche alcuni piccoli gioielli di scrittura cantautoriale.
È il caso, ad esempio, di “Modo”, che si riconnette al tema dell’insicurezza dipanato lungo l’intero album: “Voglio imparare ad imparare”, cantano tra i versi, invitandoci a mutare il punto di vista da cui osservare le cose, per scoprirne nuove sfaccettature e connotazioni; oppure della già citata “Regolamento”, che in definitiva rappresenta un’esortazione a recuperare la spensieratezza del gioco e ad applicarla alla vita stessa, in un parallelismo che sottolinea come, in fondo, il percorso esistenziale sia una partita e sta a chi la gioca scegliere di parteciparvi con coraggio, evitando di rimanere intrappolato nella propria attesa inerte.
I due momenti più intensi dell’intero lavoro, però, sono due canzoni che, in parte, provano persino ad estendere le riflessioni fin qui raccolte. “Mille notti” è la descrizione del viaggio per mare di un anonimo pirata, che si fa allegoria di una specifica visione della vita. Il senso della canzone ribalta la tradizionale immagine corsara e predatrice che abbiamo del pirata, per trasformarne allegoricamente il viaggio in un’idealizzazione del tragitto umano. La sua rotta indefinita si fa “specchio esatto della vita”, il cui senso si allontana da spinte motivazionali materialistiche, per approcciarsi a un nuovo e primordiale contatto con la natura (“non gli interessa il tesoro, ma disse: il vento lo adoro”). Quella stessa natura che spesso si fa maledire, per quegli insensati e inspiegabili ostacoli ed accadimenti che ci pone di fronte, ma che rappresenta il nostro universo di appartenenza e ritornare ad essa sembra inevitabile. Così, più che gli ori e il denaro, sono i porti sconosciuti da esplorare e i compagni di viaggio a rappresentare gli elementi imprescindibili della traversata. Una storia raccontata con finezza poetica su un ritmo che ammicca ai levare giamaicani, che ci invita ad accettare l’esistenza come un caso “folle e impreciso”, il cui premio lo possiamo trovare dentro di noi, se solo imparassimo nuovamente a intraprendere viaggi. Evidentemente, reali e metaforici.
Il vertice assoluto di tutto l’album, invece, risiede in “Caporetto”, brano che offre una retrospettiva su una delle disfatte più umilianti della storia bellica italiana, perfetta per attualizzare l’insensatezza della guerra in questi nostri giorni bui di baratro geopolitico e umanitario. L’assurda battaglia di Caporetto, durante la quale l’esercito italiano venne sorpreso nella notte dall’offensiva austro-tedesca, provocò più di 10.000 morti, decine di migliaia di feriti, 300.000 prigionieri e un numero imprecisato di sbandati che si perse nelle campagne venete. Proprio la loro fuga disordinata, letta dall’alto comando come una sorta di diserzione, fece sì che l’evento diventasse nel tempo un simbolo di viltà e vergogna. La canzone, tuttavia, esplora la prospettiva dei fuggitivi, scavando nelle dinamiche emotive della ritirata. Le parole sono quelle di un uomo che medita sul proprio dolore e su quello di chi è rimasto a casa ad attenderlo, imprecando contro chi sbandiera ideali di morte come valori superiori e sfrutta il senso di appartenenza come una patina per nascondere brame di potere arroganti e disumane. La collera che traspare dai versi “Mi porto rabbia da Caporetto, non era vero ciò che mi hai detto, che i miei sogni son banali, meglio dei grandi ideali” ci invita a ripensare i concetti di patria, di nazione, di confine. Spesso ostentati per veicolare un pensiero autocratico e xenofobo, o semplicemente per mandare uomini al macello nel nome dello Stato, questi principi ci fanno dimenticare che le cose importanti sono, in realtà, da cercare nella semplicità degli affetti e nella visceralità delle passioni.
“Maldestro” è un lavoro encomiabile. Raffinato, poetico, talvolta anche divertente e fuori dagli schemi, ma più spesso denso di riferimenti che attivano la riflessione. Un arrangiamento che punta alla sostanza – curato ma senza troppi orpelli – e un’esecuzione vibrante sono lo sfondo di una narrazione che esorta a recuperare la consapevolezza delle nostre imperfezioni, ad accettarle, a superarle, rifugiandoci nella concretezza del nostro essere e nella cura dei nostri sogni.
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