Immagine di copertina tratta dal sito vitadiocesanapinerolese.it
Quando ho saputo che era mancato mi è salita dal profondo una tristezza infinita. Per mille motivi, ma soprattutto per il modo assurdo in cui la vita gli era scivolata via da dentro, non in un attimo, ma in una lenta feroce agonia di decenni. No, non aveva malattie Nico. O meglio, non ne aveva nella accezione più stretta del termine. Perché in realtà un male l’aveva eccome. Così dannatamente radicato nella sua anima da averlo fatto finire per terra. Esausto. Sconfitto. Quei maledetti mostri nella mente l’avevano fatto arrendere alla vita, a cercare rifugio nella nebbia di facili stordimenti. Da cui però si risvegliava. E ogni risveglio era un’ulteriore consapevolezza di fallimento. Per cui via, stordirsi nuovamente per scacciarla quella consapevolezza, scordarla. E poi un nuovo risveglio e di nuovo una fuga, in un girotondo infinito. Fino alla fine. Come liberazione forse, chissà.
Ho conosciuto Nico quando avevo vent’anni. È stato in assoluto il primo a credere nella mia musica. A lui, cresciuto a pane e Deep Purple, proprio non andavano a genio i cantautori italiani. Diceva sempre che mancava loro qualcosa a livello di pulsazione sonora. L’unico cantautore che salvava era De André. Ma soltanto perché aveva saputo contaminare (con difficoltà all’inizio) la propria musica con il rock. Se non ci fosse stato quel fantastico momento di comunione tra Fabrizio e la PFM probabilmente anche De André sarebbe finito nel mucchio degli altri. E invece questa mia musica gli piaceva. Ma gli piaceva proprio tanto. Le chiamava “i capolavori” alcune mie composizioni. Pensavo ci scherzasse su ma non era così. L’ho capito 30 anni dopo, quando, al mio ritorno sul palco nel 2018 dopo più di vent’anni, lui era lì, tra il pubblico con la sua giacca migliore e il suo panama, i capelli ormai grigi ma lunghi sulle spalle. E le ha cantate tutte, dall’inizio alla fine. Tutte. Era stato i miei tasti, Nico. Là dove le mie canzoni sono finite su un vinile erano le sue mani a suonare. Era geniale nel suo rendere le armonie un ricamo sottile. Eppure, per quei mostri nella testa, aveva abbandonato tutto e tutti, regalato il suo organo Elka, il pianoforte. Tutto. Via tutto. Ma quella sera di giugno del 2018 Nico le ha cantate tutte le mie canzoni.
Era intransigente Nico. Infantilmente egoista nei suoi affetti. Amori o amicizie dovevano essere esclusive. Daria ad esempio. La bella Daria, anche lei fuggita da questa vita appena un mese dopo Nico, uniti anche nella morte. Coincidenze. Chissà. Daria era la sua amica. Non la sua ragazza, no. La sua amica. Ma Daria era Daria, un’esplosione di energia e gioia di vivere, incontenibile. Era l’amica speciale di tutti senza mai essere stata di nessuno. E forse per questo eravamo in fondo tutti noi un po’ suoi. Quante volte, in piena notte, dopo aver suonato o usciti da ballare in tanti di noi si diceva “si va da Daria?” e si arrivava in moto sotto quel terrazzo in via Braida a Villar, a chiamare Dariaaaa. A volte si affacciava lei ed era bello. Altre volte si affacciava il papà. Ed era meno bello… Tutto questo per raccontarvi che quando una sera, alle prove, mi aveva visto arrivare insieme a Daria, Nico non mi aveva più rivolto la parola per due mesi. E la sera di un concerto al Palasport di Pinerolo aveva lasciato lì le sue tastiere e non si era presentato, concerto saltato con 300 persone sugli spalti. Era così Nico. Senza misura nel bene e nel male. Poi, magari dopo mesi, come se nulla fosse stato, ritornava a suonare. Fino a quando i germi dei mostri già nascosti nella testa, non lo facevano scappare nuovamente.
Forse, per i troppi episodi come questo, Nico aveva iniziato a trovarsi sempre più isolato, gli altri musicisti andavano facendosi più cauti nel coinvolgerlo. Io, purtroppo, tra questi. Forse potevo fare di più. Forse no. A vent’anni non si ragiona come a 60. Purtroppo e per fortuna la vita a vent’anni deve ancora insegnarti tutto. E ora che ne ho 60 Nico è andato via e dei suoi fantasmi non posso più parlargli, provare a vincerli. È cinica l’esistenza in queste cose: Nico ha lavorato per 30 anni con gli ultimi, ha arginato le fragilità di centinaia di persone che il loro disagio mentale aveva emarginato dalla società. Alla fine tutto quel filtrare, quel confronto continuo con la devastazione della mente umana hanno presentato il conto da pagare. Perché Nico, come un magnete, si era preso addosso tutto quel disagio senza avere la forza emotiva necessaria a gestirlo. Finché quello stesso disagio era divenuto il suo. Incapace di domarlo, di mitigarlo anche solo ammettendone l’esistenza, Nico aveva continuato a camminare senza più scopo. Fino a addormentarsi e non svegliarsi più.
Così una sera dello scorso autunno, dopo una stagione di concerti strepitosa, ci si era, Max Moriena e io, ritrovati a ricordare Nico, il suo straordinario talento artistico. La sua sfortuna. Sarebbe bello ricordarlo con una bella suonata. Sì sarebbe bello. Potremmo chiamare gli amici di allora… Sì, si potrebbe. Dici che sarebbero interessati? Non so, proviamo. Li chiami tu? Ok, li cerco io. Li ho cercati. Mi hanno risposto tutti. Ed è nata la Purple Night di Nico Manservigi. 27 musicisti a ottobre saliranno su un palco a onorare il maestro e l’amico. A ricordarlo immerso nella sua realtà più bella e vera: la musica. Venerdì 4 ottobre, Centro Polivalente di Pinasca: Affittasi Cantina, Arneis, Vieta-Age, Sensazioni, Dipinti A Mano, Lucio Cassinelli in concerto. Organizzato dall’Associazione Diomedea di Pinasca. Ingresso libero. Tutti i musicisti si sono autotassati per coprire le spese. Ogni band proporrà brani del proprio repertorio e alcune hit dei Deep Purple, così cari a Nico. Suonati ognuno a proprio modo.
Roby Salvai

