Che Casalis fosse un cantautore con un lato rock lo sapevamo da tempo. Fa parte dell’immaginario che il suo personaggio si porta dietro. Va detto, però, che questo aspetto l’ha sempre un po’ celato dietro un suono tendenzialmente acustico, privilegiando ritmi e tonalità da ballata a uno spirito apertamente ribelle. Eppure, lo canta lui stesso nel suo nuovo singolo: “Facevamo rock ‘n’ roll ancora prima di suonare”. Non è un plurale maiestatis, è identificazione generazionale: il dato biografico che si fa attitudine consequenziale. Non un semplice dato tassonomico, ma un elemento genetico, un destino già tracciato nel DNA. Ed è così che Casalis ci racconta gli anni Settanta: abbracciando un’elettrica, saturando le valvole e costruendo la sua nuova canzone con un riff e un incedere ritmico che strizzano l’occhio a quella fortunata stagione.
“Nati nei 70“, dunque, è un inno a un decennio incredibilmente pregno di pulsioni sociali, creative, politiche che hanno avuto un’influenza determinante anche sul periodo successivo. Casalis, nell’implicare la propria appartenenza anagrafica a quell’epoca, sembra rivendicarne anche una complicità morale ed emotiva. Si parla della leva che ha visto i più drastici e rapidi cambiamenti sociali e tecnologici di sempre, quella che ha dovuto fare maggiormente i conti con la disillusione di prospettive disattese, di diritti – sono di quel decennio, tanto per citarne alcuni, lo Statuto dei Lavoratori, la legge sull’aborto e il referendum sul divorzio – che oggi una classe dirigente tra le peggiori di sempre sta cercando progressivamente di eliminare. Ma è anche una delle ultime generazioni forgiate da relazioni vere, fisiche, lontane dall’isolazionismo dettato dalle prigioni digitali contemporanee. Ci si incontrava sotto casa, ci si chiamava suonando il campanello o urlando da sotto i balconi. Si giocava e ci si sporcava nei cortili, come ci ricorda Alessandro.
Per omaggiare i Seventies, dunque, Casalis li ripercorre citando le sue pietre miliari. Eventi felici e drammatici, personaggi pubblici, programmi televisivi e film. Soprattutto, la musica. Chi è nato nei Settanta, sembra dirci il cantautore, ha avuto la fortuna di attraversare i decenni migliori per la popular music: il classic rock, il punk, fino al grunge, quella che lo stesso Casalis definisce – e come dargli torto – “l’ultima vera rivoluzione rock”. C’è naturalmente un pizzico di nostalgia per un momento storico in cui gli oggetti mediatici possedevano un fascino decisamente più magnetico, quello di oggetti di culto, perché le proposte erano infinitamente inferiori e meno accessibili di oggi. Ciò su cui si riusciva a mettere le mani diventava qualcosa di estremamente prezioso, si era “consumatori” veri, nel senso che i supporti venivano usurati a forza di ascolti, proprio perché le poche cose a disposizione venivano esplorate e assimilate fino in fondo. Un’esperienza d’ascolto profonda e viscerale, in netto contrasto con la fruizione fugace e spesso superficiale che caratterizza la bulimia digitale di oggi. E allora via con vinili e audiocassette, mangiadischi e walkman, simboli di approcci passionali che ci divoravano e che si facevano divorare.
Naturalmente in queste considerazioni sembra ben presente una sorta di rosy retrospection, quel pregiudizio cognitivo che ci porta a vedere le epoche del nostro passato sempre come le migliori. Nella canzone, però, Casalis non esprime giudizi. “Nati nei 70” è soltanto il suo personale tributo a un periodo storico in cui si intrecciano memorie personali e la consapevolezza di quanto esso sia stato determinante per il mondo di oggi. Nel testo citazionista sfilano, dunque, i riferimenti cronologici e culturali di Casalis: Ramones, Stones, Vasco, Pertini, Wojtyła, Guerre Stellari e Grease, Mork e Mindy; ma anche eventi di grande risonanza e drammaticità come il rapimento Moro, la fine della guerra nel Vietnam, la morte di Elvis. Questo elenco potrebbe essere arricchito da tutti coloro che hanno attraversato quei due lustri, ciascuno con i propri eroi e i propri demoni. Ma ciò che conta non è il dettaglio o la completezza, bensì la capacità di rievocare immagini significative, talvolta nascoste sotto la spessa coltre polverosa del tempo. Casalis, nel suo consueto e personalissimo modo, ci ha riportati lì, con una reminiscenza che omaggia un’epoca. Un decennio che, forse, non possiede necessariamente caratteri che lo rendono unico. Ma che, semplicemente, pur con tutti i limiti e le promesse non mantenute, rimane il decennio migliore per essere nati.
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