Le emozioni delle Miniolimpiadi nell’inno ufficiale di Ika e Paolo Bonnet

Nelle valli Chisone e Germanasca, ogni due anni dal 1977, si tiene un evento che monopolizza l’attenzione generale per un intero weekend. Si tratta di una kermesse sportiva che, per il livello emotivo, per le vibrazioni epidermiche e anche per la risonanza mediatica che è in grado di suscitare, è diventata nel corso dei decenni uno degli happening sociali più seguiti di questa porzione di territorio, capace di costituirsi come uno dei suoi (forse, pochi) modelli da imitare, cui guardare anche con un po’ di invidia quando non se ne è parte integrante.

Parlo delle Miniolimpiadi o, come le chiamavamo un tempo, Giochi Olimpici di Valle. Se, per un motivo o per l’altro, non avete mai avuto modo di farvi travolgere dalle gioiose fiumane di bambine e bambini, ragazze e ragazzi che, insieme a un nutrito seguito di famiglie e amici, per alcuni giorni invadono le sedi di gara con il loro contagioso entusiasmo, è possibile che non comprendiate fino in fondo la portata dell’evento. Io per primo, fino a quando non ho avuto una figlia in età scolare, lo avevo allegramente quanto colpevolmente ignorato. A mia parziale giustificazione, va detto che nei loro primi anni di vita le Miniolimpiadi non avevano ancora l’appeal che, invece, hanno poi saputo conquistare nel tempo. Ma oggi, beneficiando anche di un particolare effetto volano innescato dal costante impegno nella promozione della cultura sportiva, esse appaiono come un appuntamento estremamente ricco di suggestioni e di carichi emozionali che andrebbe vissuto da tutti, indipendentemente dall’interesse specifico verso di esso. E se è probabile che, in questa mia peculiare percezione, il coinvolgimento personale giochi un ruolo decisivo, non posso che affermare che non si tratta di un limite. Semmai, è un privilegio.

I giochi di valle sono giunti quest’anno alla loro venticinquesima edizione, ennesimo episodio di una storia lunga quasi mezzo secolo, caratterizzata da una continuità ammirevole, peraltro interrotta solo dal COVID, che fece slittare di un anno la cadenza biennale. L’appuntamento del 2026 evidenzia alcuni dati numerici che spiccano su tutti gli altri: oltre 700 le atlete e gli atleti che hanno battagliato sul terreno di gioco, una quindicina di discipline (se contiamo tutte le varianti), quattro giorni consecutivi di competizioni, dislocate su più comuni sede di gara – Prali, Perrero e Salza di Pinerolo, con Massello che ha ospitato la cerimonia di apertura e Perosa Argentina le gare di nuoto – per la prima storica edizione “diffusa” che, beneficiando del weekend allungato dal ponte del 2 giugno, si è potuta svolgere in un unico blocco temporale. Emozionante, a tratti addirittura commovente, farsi coinvolgere dall’euforia incontaminata dei giovani partecipanti, animati da uno spirito non ancora inquinato dalle sovrastrutture degli adulti. Ci si rende conto che questi sono contesti in cui lo sport riesce ancora a palesare le sue più essenziali prerogative ancestrali: la capacità di mettersi in gioco, l’impegno, la dedizione incondizionata e una competizione sana e mai sopraffatta dalla competitività, che insegna a rialzarsi dopo le cadute e a rispettare e sostenere anche gli avversari, in miracolosi momenti di aggregazione, metafore dalla profonda connotazione pedagogica.

Viviamo in un mondo in cui il concetto di tregua olimpica ha perso ogni significato tangibile, in cui lo sport stesso è diventato terreno di ostilità politica e presupposto per alimentare nuove tensioni. Un contesto in cui l’aggressività, l’opportunismo e la becera arroganza dei grandi hanno invaso persino le attività dei più piccoli. Ecco, è proprio in questo scenario che le Miniolimpiadi assumono un valore sociale – simbolico e concreto – davvero inestimabile. Senza contare, poi, che l’evento consente – sebbene solo per pochi giorni – l’accesso alla pratica sportiva in modo altamente inclusivo. Soprattutto se consideriamo che la nostra è un’era in cui costi fuori controllo hanno trasformato lo sport in un lusso per pochi (e poi ci chiediamo perché non andiamo ai mondiali di calcio da tre edizioni!), disincentivando in questo modo un’attività cruciale per la salute e per lo sviluppo delle competenze relazionali umane.

Perché sul nostro blog, che è uno spazio essenzialmente dedicato alla musica, vi parliamo di un evento sportivo? Perché, oltre che per le sue profonde implicazioni socio-culturali, l’edizione del 2026 sarà ricordata anche per essere stata contrassegnata da un inno scritto appositamente per l’occasione (potete ascoltarlo cliccando sul collegamento in calce all’articolo), che ci ha accompagnati lungo tutto il periodo delle gare. Il tema ufficiale della manifestazione è stato composto e realizzato da due musicisti valligiani: la cantante e compositrice Federica Guglielmo (→ Ika), autrice di testo e musica, e il musicista Paolo Bonnet, che si è dedicato ad arrangiamenti e produzione. Il risultato del lavoro dei due è un brano divertente e accattivante, capace di tradurre perfettamente le atmosfere giocose dell’evento – una sorta di tormentone estivo che entra in testa subito e ci rimane per settimane – oltre che di riassumere, nel testo, i princìpi cardine dei giochi, facendolo peraltro con la stessa semplicità spontanea di chi vi partecipa. Dentro c’è l’adrenalina e la tensione delle gare; lo sport come metafora della vita coi suoi successi e fallimenti; l’amicizia, il sostegno reciproco, la rivalità sana, il tifo imparziale del pubblico. Il tutto nella cornice di un territorio in grado, almeno in apparenza, di dare il giusto peso ai campanilismi e di mettere le proprie eccellenze al servizio di un obiettivo comune. Un lavoro di squadra che dura mesi, anni, con imponenti ostacoli economici, geografici e organizzativi tutt’altro che semplici da superare. In questo monumentale sforzo operativo, infine, l’abnegazione necessaria alla buona riuscita di un evento di questo tipo è ben simboleggiata dalla marea silenziosa dei volontari, senza i quali nessun evento riuscirebbe a prendere corpo. Nella cerimonia di chiusura hanno sfilato accanto a chi ha gareggiato e l’applauso più intenso e scrosciante, cui mi sento di aggregarmi, è stato proprio per loro.

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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