“Da che parte voglio stare”, la scelta di campo di Paolo Moreschi

Si può fare musica per tanti motivi: c’è chi la fa per puro divertimento, scopo comunque più che sacrosanto; c’è chi la usa come mezzo per una visibilità personale, legittimato dai meccanismi melmosi del web 2.0; e c’è chi la musica la fa per soldi – anche se ci sarebbe da capire quali! Poi c’è chi la musica la vive in modo più profondo e ne fa un mezzo di espressività poetica. Infine, c’è chi ha capito che la musica può essere anche, e soprattutto, un potente veicolo di sensibilizzazione e, senza rinunciare alla cura stilistica, ha fatto completamente sua la consapevolezza del ruolo dell’artista: un ruolo che impone di prendere posizione, di contribuire a rendere migliore, per quanto gli è possibile, il mondo in cui viviamo e di lanciare messaggi che aprano gli occhi a chi si assopisce di fronte al degrado morale che sta travolgendo il nostro pianeta.

Anche nel Pinerolese ci sono musicisti, cantautori, poeti che hanno deciso di non rimanere inerti di fronte alla prepotenza di chi vuole piegare il mondo alla propria follia. Tra questi, una posizione rilevante è certamente occupata da Paolo Moreschi, del cui cammino d’artista abbiamo più volte elogiato l’impegno civile. Paolo, infatti, non ha mai rinunciato a infondere ai suoi versi una connotazione di denuncia, vicina soprattutto alla sofferenza degli ultimi, degli oppressi, di chi bene o male finisce sempre per subire i devastanti e aberranti deliri della natura umana. I suoi lavori più recenti, in particolare, sono nati in seno alla repentina escalation bellica globale dell’ultimo anno, su cui pesa come un macigno il silenzio complice di politica e media. Già alcuni mesi fa, Moreschi sottolineava, attraverso le parole del suo precedente singolo “L’ignavo“, l’imprescindibile necessità di schierarsi. Allora, il bersaglio sottinteso era l’ignobile indifferenza che aleggiava di fronte al genocidio perpetrato da Israele ai danni del popolo palestinese. Oggi, invece, le sue parole sembrano possedere connotazioni ancora più universali. A partire, naturalmente, da quanto sta accadendo in Medio-Oriente, dove il conflitto si è pericolosamente allargato a tutti gli Stati dell’area, minacciando un coinvolgimento mondiale sempre più concreto. Focolai di guerra via via più ampi e diffusi sui quali, ancora una volta, grava una sorta di omertà istituzionale, dalla quale in pochi sembrano volersi davvero smarcare concretamente. In questo contesto di declino inarrestabile, si elevano le parole di “Da che parte voglio stare”, canto disperato che dà voce a chi sta cercando, con le ultime forze disponibili, di tenere in vita braci resistenti, consapevole che solo in questo modo si potrà far cessare questo dilagante abominio.

“Da che parte voglio stare”, per l’ennesima volta, invita a scegliersi la parte, senza “se” e senza “ma”, anche con la consapevolezza dei rischi a cui vanno incontro coloro che non si prostrano davanti alle narrazioni dominanti, specie nei regimi liberticidi a cui, per altro, si stanno pericolosamente omologando anche le sedicenti democrazie occidentali. Di seguito vi proponiamo la riflessione che Paolo fa in merito alla sua canzone, una ballata acustica che richiama nella sua essenzialità proprio il precedente singolo. E lo fa nuovamente con la densità del messaggio, che mescola un lirismo profondo alla consueta prospettiva di contestazione, nell’urgenza di non rimanere in silenzio di fronte alle immani tragedie che stanno consumando il mondo.

Ones

Da che parte voglio stare

In questo periodo sono inquieto e fatico a dormire, Quello che succede nel mondo mi inorridisce e provo sgomento e rabbia. Guardo al precipitare degli eventi e mi rendo conto che l’idea della prevaricazione gode di consenso e pare non avere argini. Figlio di una certa parte, anch’io “se son d’umore nero allora scrivo”. Mi sono trovato quindi una notte ad appuntare pensieri che il giorno dopo si sono appoggiati su un giro di note che mi frullava tra le dita da un po’. Così possono nascere le canzoni: per un’urgenza. E questa canzone ha saputo fin da subito lenire un po’ di malessere, pur affermando una triste verità: chi si espone di fronte ai regimi finisce schiacciato. Ma questo permette di tenere accese le braci per chi dovrà riattizzare il fuoco quando ci sarà da ricostruire sulle macerie. Perché questo ci insegna la storia. Chi dovrà ricostruire dalle ceneri di questo mondo si sarà nutrito delle parole e dei gesti di chi ha avuto il coraggio di dissentire.
“Da che parte voglio stare” è una canzone che mi sono trovato in mano in un momento in cui non avevo nessuna voglia di pensare alla musica. Ma ho sentito l’urgenza di condividerla, e di farlo in fretta. Mi era successa la stessa cosa lo scorso agosto con un brano che si intitolava “L’ignavo”. Come allora, ho alzato il telefono, ho cercato Fabrizio del Transeuropa e pochi giorni dopo ero da lui per registrare il brano. Queste due canzoni sono legate, per temi e per sonorità. Credo siano il preludio a qualcosa ma ancora non so bene cosa. Si viaggia a vista, come in tutti i momenti di crisi.

Paolo Moreschi

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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