Quella che si sta consumando a Gaza va chiamata col suo nome. Lontana dall’essere una semplice operazione di difesa, innescata in risposta all’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023, la campagna israeliana nella Striscia ha le fattezze di un vero e proprio genocidio. L’uso di bombe su ospedali e scuole, gli attacchi contro civili in fila per il cibo, il blocco sistematico degli aiuti umanitari non sono incidenti di percorso, ma appaiono come sintomi inequivocabili di un progetto premeditato di sterminio. A confermare la portata di questa catastrofe sono i dati: secondo il Ministero della Salute di Gaza, il bilancio delle vittime ha già superato le 60.000 persone, un numero riportato anche dall’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA). Alcune stime, come quelle citate sulla rivista scientifica The Lancet – riprese da internazionale.it – suggeriscono, però, che il bilancio effettivo potrebbe addirittura essere più grave.
La parte più tragica è che, di questo totale, circa un quarto sono bambini. Secondo un report di Save the Children, si stima che ne siano stati uccisi più di 13.500. A questo bilancio già terribile vanno aggiunti i decessi indiretti, causati dalla fame e dalla mancanza di servizi essenziali. Cifre destinate ad aumentare ulteriormente, e in maniera drammatica, se verrà dato corso al piano di occupazione di Gaza e di sfollamento della Striscia come più volte minacciato da Israele.
Malgrado l’evidenza dei fatti, però, a fare rumore più delle bombe è il silenzio complice delle potenze occidentali. Alcune si sono schierate palesemente dalla parte di Israele, altre sono rimaste ingabbiate in alleanze accecanti o in un’apparente indifferenza, altre ancora si sono risvegliate dal torpore con clamoroso ritardo. Un mutismo che si è esteso anche agli organi di informazione e a molti esponenti del mondo dello spettacolo e della cultura in senso lato, allineatisi per mesi a un’inerzia che ha fatto leva su censure e ostracismo nei confronti di chi, fin dal principio, ha provato a denunciare quegli orrori.
Mentre le istituzioni sono rimaste in silenzio, è dalla società civile che sono nate numerose iniziative di sensibilizzazione. Un attivismo a cui anche la scena musicale pinerolese ha aderito, dimostrando con prese di posizione, eventi e azioni concrete di non voler restare indifferente di fronte alla tragedia in corso. L’ultima iniziativa in ordine di tempo è la pubblicazione, avvenuta oggi 21 agosto 2025, di una canzone inedita intitolata “L’ignavo”, composta ed eseguita da Paolo Moreschi, tra i cantautori più profondi e sensibili del nostro territorio. Il brano denuncia l’indifferenza di larga parte dell’opinione pubblica, concentrata solo su sé stessa, impassibile nei confronti del dramma in atto e convinta erroneamente che il problema non la riguardi. Moreschi lancia un monito potente: l’odore di morte che si alza da Gaza riesce a penetrare anche nelle case più protette, a dimostrazione che a una tragedia di questa portata non ci si può sottrarre semplicemente serrando l’uscio o voltando altrove lo sguardo. Perché le nostre esistenze sono strettamente connesse a un equilibrio più grande, che esce dai ristretti confini del nostro privato e nei confronti del quale non possiamo assolutamente rimanere impassibili.
Per presentare la canzone, una ballata acustica essenziale nell’arrangiamento quanto potente nei contenuti, preferiamo lasciare spazio alle parole del suo autore, che riportiamo integralmente di seguito. “L’ignavo” è ascoltabile gratuitamente su YouTube e SoundCloud o può essere acquistata su BandCamp a partire da di 1,00 Euro. L’intero ricavato, come spiega Moreschi alla fine del suo intervento, verrà devoluto direttamente o indirettamente alla causa di Gaza.
Ones

L’ignavo
“Il senso di impotenza per ciò che sta succedendo in Palestina mi ha fatto, in questi mesi, decidere che tra il “non far niente” e il “fare poco”, preferivo fare qualcosa. E allora ho iniziato dalle piccole cose: leggere, approfondire, andare alle manifestazioni, schierarmi nelle discussioni con conoscenti e amici. Scrivere questa canzone rientra tra questi piccoli gesti che provano a farci sentire meno inutili. Provano a far crescere quel disappunto che spero possa diventare pressione politica e favorire un eventuale cambio di rotta. Tutto sembra far presagire il contrario e che la sordità delle istituzioni, ma anche dell’opinione pubblica, sia inscalfibile. Ma, proprio per questo, è necessario uscire maggiormente allo scoperto, prendere parte e prendere posizione. Il brano nasce proprio come invettiva nei confronti di chi non lo fa. Il titolo, d’altronde, è abbastanza eloquente.
È nato di getto, una notte, aveva già le parole e la musica, ho dovuto solo accompagnare quel flusso e abbozzare una registrazione sul mio pc. La mattina seguente ho scritto a Fabrizio Chiapello, del Transeuropa Studio, con cui ho registrato il mio primo album “La storia di Franco” e che avevo rivisto da poco, dopo parecchio tempo, e gli ho mandato il brano. La settimana dopo ero da lui in studio per registrarlo, due mezze giornate di lavoro e lo abbiamo chiuso. Fabrizio è un professionista di livello ma, soprattutto, e una persona intelligente e sensibile. È stato facile e bello capirci al volo.
Il brano è scarno, ha pochi e semplici arrangiamenti. Ma il sottofondo è costellato dei suoni della mattanza che sta avvenendo a Gaza. Volevamo ricreare l’effetto che l’audio del celebre film “La zona di interesse” induce in chi assiste alla pellicola: sgomento! Il testo è il veicolo concettuale, il suono è il veicolo emotivo.
Il brano racconta i pensieri e le meschinità di chi si tiene alla larga dal comprendere e dal prendere una posizione su ciò che sta avvenendo. Racconta non di chi sostiene apertamente Israele ma di chi inizia le proprie argomentazioni con: “però anche Hamas”; “ci sono due fazioni in guerra”; “io non ho gli elementi per giudicare”; “non mettiamo la bandiera della Palestina, mettiamo la bandiera della pace”. Fino ad arrivare a dichiarare, quantomeno i più onesti, “sono cazzi loro, non mi riguarda”. Ma è proprio su questo punto che la canzone prova a colpire: questa situazione ci riguarda, eccome. Perché ciò che sta avvenendo cambierà l’asticella della tolleranza rispetto ai soprusi di Stati più forti (e più armati) nei confronti di Stati, etnie, o gruppi sociali più deboli. E allora, se proprio non riesci a occupartene per un umano senso di pietà e giustizia, dovresti comunque occupartene perché il prossimo potresti essere tu, la tua casa, i tuoi figli.
Non è un concetto nuovo, ci sono esempi ben più illustri. La poesia erroneamente attribuita e Brecht ne è un esempio, ma i versi originari di Martin Niemöller recitavano: «Quando i nazisti presero i comunisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero comunista./ Quando rinchiusero i socialdemocratici/ io non dissi nulla/ perché non ero socialdemocratico./ Quando presero i sindacalisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero sindacalista./ Poi presero gli ebrei,/ e io non dissi nulla/ perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./ E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa»
Il brano uscirà giovedì 21 agosto ma non lo pubblicherò, per ovvi motivi, su Spotify. Uscirà una versione video su You Tube music, una versione audio di qualità su SoundCloud e una versione acquistabile su Band Camp. Tutti gli eventuali introiti dalla vendita del brano proverò a farli arrivare a Gaza, in caso non fosse possibile li darò a chi porta soccorso in zone ugualmente colpite da massacri.“
Paolo Moreschi
