MASH UP DI PLACE – Neekoshy

“Mash Up Di Place” è un’espressione della lingua creola giamaicana che, letteralmente, significa “distruggere il posto”. Nell’ambiente musicale dell’isola caraibica, in particolare nella dancehall e nel reggae, ha però assunto una connotazione metaforica: quella dell’energia travolgente di una serata, quando un artista o una band riesce a infiammare il locale e a mandare in delirio il proprio pubblico.

“Mash Up Di Place” è anche il titolo del nuovo album di Neekoshy. Il producer pinerolese, fedele alla sua cifra stilistica, combina gli elementi tipici dell’hip hop con i ritmi in levare giamaicani, da sempre suoi modelli di riferimento. Si tratta del suo primo vero progetto da solista, il primo curato personalmente in ogni singolo passaggio creativo e tecnico. L’espressione gergale del titolo, quindi, evoca certamente l’intenzione di scatenare un’energia dirompente attraverso le sue sonorità e il suo impianto ritmico. Ma in essa è contenuta anche la specifica caratterizzazione stilistica dell’album: l’uso del “Mash Up” come principale idea compositiva. Se tradizionalmente il termine “Mash Up” indica la fusione creativa di due o più brani in un unico pezzo, dove gli originali mantengono la loro riconoscibilità, qui assume un significato più ristretto e simbolico: diventa sinonimo di un collage di frammenti sonori campionati, meticolosamente riassemblati per dar vita a un percorso creativo estremamente personale e distintivo.

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È qui che si svela il nucleo focale di “Mash Up Di Place”: quattordici tracce che immergono l’hip hop nel groove giamaicano, evitando citazioni didascaliche delle cadenze in levare e spostando l’attenzione dai testi alla produzione. L’impressione è quella di un puro divertissement, un vero e proprio gioco sonoro che celebra il piacere ludico del collage e della citazione. “La totalità dei brani nasce su campionatore analogico MPC Live dell’AKAI – spiega Neekoshy – strumento retrò che è stato fondamentale per l’hip-hop e per la produzione di beats“. Uno sguardo al passato, infatti, guida le scelte timbriche e i pattern utilizzati: molti attingono alla storia del jazz d’annata, con passaggi orchestrali da jazz band del secolo scorso (“Yard Massiva”, “Deh Yah”), suggestioni blues (“Gtr Slw”) e atmosfere soft da locale fumoso (“Infinities”), trasformando, come dice il rapper, “il jazz in boombap“.

La retrospettiva, tuttavia, abbraccia un orizzonte musicale ben più ampio. In “Roots Radis”, ennesimo atto d’amore di Neekoshy per le sue radici valligiane, il campionamento, che attinge alla tradizione folclorica gitana e salentina, ha il profumo di un riff che connette il nostro territorio – rappresentato dal dialetto piemontese – con le sue origini di matrice celtica. “Ganjarelli”, immancabile inno alla legalizzazione, cita i Messaggeri della Dopa di Neffa, nome che ormai fa parte della storia del rap nazionale. Numerosi suoni sparsi qua e là, poi, possiedono il fascino della sintesi d’epoca (si veda “Whatdoyoudo”). Inoltre, molti ritornelli sono stati costruiti con brevi campionamenti direttamente dal mondo del reggae tout court.

Più nello specifico, Neekoshy racconta così il suo lavoro di selezione sui sample: “Beat e liriche sono figli dello stesso concepimento, in una fluidità che vuole coinvolgere l’ascoltatore. Sono un amante della musica in tutte le sue sfaccettature e questa attenzione la si nota dai campionamenti, che sono tanti e appartengono a tanti generi: i più attenti si accorgeranno di Capleton – pseudonimo del cantante giamaicano Clifton George Bailey III, n.d.r -, in “Whatdoyoudo” e della dinastia Marley, fino a canti africani sconosciuti ai più (“Pa Paw Pa La”). Londra e Torino vengono unite in “Ganjarelli” dove Dj Gruff sembra fare toasting – “stile vocale che consiste nel cantilenare al di sopra di un beat“, cfr. Wikipedia alla voce Toasting – appresso alla voce di General Levi. Shabba Ranks apre le danze di “Deh Yah”, singolo del disco. Il beat di “Yard Massiva” sembra costantemente cambiare bpm sulle trombe di qualche jazzista campionato e riversato in maniera che si crei un vestito perfetto per il rapping e per la voce dei T.O.K., noto trio dancehall giamaicano“.

A una prima analisi, potrebbe sembrare che “Mash Up Di Place” si concentri più sulla struttura che sul contenuto. Forse perché gli ultimi lavori di Neekoshy ci avevano abituati a prese di posizione su temi sensibili, come il lavoro o la marginalità sociale delle aree periferiche – si veda il precedente “Provincia Tales” – temi che qui sembrano passare in secondo piano, facendo emergere i minuziosi interventi di cesello formale. A tal proposito, non mancano sottolineature nei testi stessi – “Queste produzioni sono frutto del sapere, mentre i vostri beat sono fatti col sedere“, canta esplicitamente in “Tuffa” – e nelle dichiarazioni – “Per queste produzioni non è stato utilizzato autotune, per lasciare spazio ad un cantato caldo ed energico e a un flow che invita alla consapevolezza e al divertimento (atti rivoluzionari, in questi tempi complessi)“. Indizi che, seppure sparsi, rivelano come l’attenzione di Neekoshy si sia spostata dal contenuto in senso stretto alla questione formale, rendendola veicolo primario del suo messaggio.

Eppure, malgrado il predominio della forma, l’album non rinuncia affatto a una chiara attenzione ai contenuti. Se, nella già citata “Roots Radis”, spicca il desiderio di valorizzare le origini, “Like a Paleztine”, frutto di una jam domenicale al Dub-I-One (lo studio di Neekoshy), è “la traccia più politica del disco“, una chiara presa di posizione contro tutte le guerre. C’è poi spazio per l’universo femminile, cui sono dedicate due tracce: “Evilous Girl”, che racconta la storia – usando le parole dell’autore – di una “good girl gone bad“; e “Bomboncita”, storia d’amore dalle rime provocatorie e piccanti.

In definitiva, nella consueta babele linguistica che ne contraddistingue la scrittura, con “Mash Up Di Place” Neekoshy firma un lavoro che mette al centro la costruzione sonora. Pur non rinunciando allo sviluppo di alcune tematiche a lui care, nell’album ha certamente privilegiato la ricerca sui campionamenti e sull’articolazione ritmica. Il processo di selezione dei frammenti, che segue la logica del tributo e segnala l’ampio ventaglio dei suoi ascolti musicali, mira soprattutto a esaltare la componente più energica del suono. Questa viene poi rinforzata dall’interpretazione vocale che, non di rado, scivola su modalità tipicamente ragamuffin. L’aggressività del flow, sposandosi con la tessitura costruita da ritagli e campionamenti, si fonde in una sperimentazione che conferisce all’album la sensazione di un percorso estremamente personalizzato e originale.

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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