Il contenuto che segue fa parte di una serie di articoli estrapolati dalla tesi di laurea “Le pistole non discutono – tracce degli Anni di Piombo nello Spaghetti Western” del 2007, corso di laurea in D.A.M.S., Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Torino. Il contenuto è gratuito, ma potete sostenere il progetto di questo blog, scaricando la versione a pagamento, con il contributo minimo di Euro 1,00. Trovate il pdf da scaricare a questo indirizzo: https://payhip.com/b/1pazE.
Introduzione
Il Western è indubbiamente uno dei generi più longevi, oltre che di maggior successo, che il cinema abbia saputo inventare durante il corso della sua storia. Più volte, e da più parti, è stato sottolineato che, pur narrando vicende con un taglio più mitico e simbolico che storico e filologico, da sempre riesce a raccontare la cultura americana del Novecento meglio di qualsiasi altra forma artistica. Tra l’altro, trattasi di un genere che negli anni ha subito forti mutamenti, sia di linguaggio, sia di tematiche, sia di approccio verso queste ultime, adeguandosi quasi perfettamente ai cambiamenti generazionali intercorsi nella mentalità del paese. Si è evidenziato, come vedremo, che nel Western gli Americani hanno trovato la miglior rappresentazione, seppur non sempre aderente alla realtà dei fatti, della nascita della propria nazione. Una genesi caratterizzata dalla lotta per la sopravvivenza, affrontata sia negli anni della prima colonizzazione, sia nell’Ottocento, quando si trattò di conquistare i territori occidentali durante la cosiddetta “corsa all’oro”. Il miraggio dei giacimenti auriferi ebbe come conseguenza una massiccia emigrazione verso occidente che impose la realizzazione di connessioni nel settore delle comunicazioni tra i territori ad Ovest del Mississippi e gli Stati della costa atlantica.
Fu questo il secolo in cui emerse l’opposizione tra il colono e gli spazi sconosciuti e minacciosi, pieni di pericoli incombenti, che divenne presupposto per l’innescarsi di una dialettica tra universo civilizzato e mondo selvaggio da civilizzare, da sempre paradigma della dicotomia bene/male. In questa lotta, e in tutto quanto da essa è rappresentato simbolicamente, è racchiusa l’essenza della storia degli Stati Uniti, dalle sue origini fino ai giorni nostri. Impossibile, dunque, non comprendere il peso e il successo di un genere che ha riportato, come detto, in versione più mitica che storicamente mimetica, gli elementi chiave del passato del popolo americano. Un’importanza che acquisisce rilievo soprattutto in un secolo difficile e contraddittorio come il Novecento, in particolare nei decenni successivi alla crisi economica del ’29, quando la ricerca di un’appartenenza nazionale cui aggrapparsi fu uno dei punti cardine ai quali la politica si legò per uscire da situazioni disperate, o anche solo per giustificare scelte non sempre ampiamente condivise.
Verso la metà degli anni Sessanta però il Western esplode improvvisamente e inaspettatamente anche in molte produzioni europee. Spagna, Francia, Germania e, soprattutto, Italia forgeranno un numero impressionante di pellicole che possono tranquillamente ascriversi al genere, tra le quali non è raro trovare anche prodotti di alta qualità cinematografica. In particolare, il Western italiano, che verrà definito, almeno inizialmente in modo dispregiativo, Spaghetti-Western, otterrà successi enormi in tutta Europa e in America, finendo per influenzare anche molti registi d’oltre oceano2. Successi tanto più inspiegabili se si tiene conto che il gradimento dimostrato dal pubblico europeo, almeno apparentemente, non poteva dipendere dal ritrovamento di elementi della propria storia e della propria cultura. Cosa può legare infatti il gruppo sociale degli spettatori italiani degli anni Sessanta alle classiche storie di cowboys, di cacciatori di taglie, di risse da saloon, ambientate per le strade polverose di cittadine “dimenticate da Dio e dagli uomini”, perse in qualche deserto americano o al confine tra Stati Uniti e Messico? Se l’importanza del Western per gli Americani è dettata da un certo rispecchiamento storico-culturale nelle ambientazioni e nei temi trattati, perché, ad un certo punto, anche l’Italia dell’epoca, molto distante dalla tradizione storica statunitense, si ritrova invasa da un’enorme quantità di pellicole ambientate nel vecchio West? E, inoltre, com’è possibile che esse abbiano ottenuto quasi tutte un notevole successo di pubblico, senza per altro aver avuto alle spalle produzioni altisonanti in grado di assicurare loro un cospicuo battage pubblicitario?
Andando ad analizzare le differenze, sia tematiche sia linguistiche, tra lo Spaghetti Western e il Western classico, si possono notare alcuni dettagli che, se osservati nella giusta prospettiva, finiscono per diventare davvero illuminanti. Inquadrature, storie e personaggi che, rispetto alla tradizione hollywoodiana, vengono introdotti, soppressi, modificati, amplificati o ridimensionati, operando uno stravolgimento alla base degli stilemi tipici del genere. A ben vedere, le novità introdotte finiscono per dirci molte cose di quella società che a metà degli anni Sessanta stava per entrare in un decennio bollente, tra efferate lotte politiche, rivolte studentesche e devastanti azioni terroristiche.
2Ad esempio SAM PECKINPAH avrebbe affermato “Senza Sergio Leone io non sarei esistito!”, citato nell’intervista a Sergio Leone in MASSIMO MOSCATI, Western all’italiana, Milano, Pan Editrice, 1978.
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