“Provincia Tales” esce a nome del producer Neekoshy, che ne ha curato i beat, ma di fatto si tratta di un progetto collettivo, in cui si incontrano differenti personalità del circuito hip-hop torinese. Il lavoro nasce nelle valli che convergono su Pinerolo, luoghi d’origine di Neekoshy, e già questo fornisce a tutta la scaletta una connotazione insolitamente centrifuga. Il disagio generazionale – sembra raccontare tra i suoi versi – non si materializza soltanto negli angoli bui delle grandi città o nei loro immediati hinterland. Al di fuori delle cinte urbane, ci sono intere aree depresse che, al di là del fascino bucolico che molte di esse riescono ancora a mantenere (ma non tutte!), stanno perdendo servizi essenziali, posti di lavoro, stimoli culturali e luoghi d’aggregazione. Per noi che abitiamo i piccoli centri delle valli e possiamo osservarne quotidianamente le dinamiche, si tratta di un processo lento ma inesorabile, in cui il senso delle tradizioni e della comunità sembrano non bastare più a fermare il decadimento di valori e di opportunità.

Il nome dello studio di Neekoshy, in cui tutto si è sviluppato, si chiama Dub I One, un gioco di parole che mescola in sé due dei caratteri più tipici della sua poetica. Da un lato il riferimento al dub, genere che – molto superficialmente, ne sono consapevole – si potrebbe definire una sorta di reggae manipolato elettronicamente. Dall’altro, c’è evidentemente un rimando a Dubbione, la località della Val Chisone che coincide con la metà più a valle del Comune di Pinasca, dove Neekoshy è nato e cresciuto. In esso convergono due delle principali caratteristiche del rapper: la sua inclinazione spuria per i ritmi in levare e le sue mai sconfessate radici valligiane. Proprio nella capacità di coniugare l’approccio urban e metropolitano del genere con le origini provinciali e lontane dal sostrato eminentemente metropolitano, risiede il tratto peculiare della sua musica, ammantata di un marcato cosmopolitismo, ulteriormente sottolineato dalla babele linguistica che anche in questo nuovo lavoro sembra essere predominante.
Così, tra italiano, inglese, spagnolo, slang giamaicano e persino alcuni passaggi in lingua Quechua, i versi di “Provincia Tales” si appoggiano su basi che non disdegnano il recupero di timbriche vintage, in una produzione che trattiene a fatica la tentazione di scandirsi in levare e che ama saltuariamente piazzare sonorità di origine analogica, come quella delle chitarre che ogni tanto fanno capolino tra i beat elettronici. Apprezzabile anche l’eterogeneità vocale che prova a sfuggire alle inflessioni coatte di tanto rap contemporaneo e che, pur infarcita di una buona dose di autotune, consente all’album di mantenere una linea spontanea e verace. Si vedano, a tal proposito, la delicatezza di Ego Tropical o la vocalità arrotata di Santiago Goat, connubio che trova il suo apice in “Dove sei finita” e nei suoi rimandi citazionisti alla “Stan” di Eminem e Dido.
Neekoshy ha radunato in questo album un bel gruppo di personalità, accomunate dunque da background provinciali, provenienze che consentono una visione “dall’alto”, lontana – e, per questo, distaccata il giusto – rispetto all’evoluzione (o involuzione?) della nostra società. In “Los miedos”, ad esempio, la voce di Manaya sviluppa una riflessione sulle paure dei nostri giorni, “legate al consumo e alla produttività, che caratterizzano questa società della performance“. L’attenzione al sociale, per altro, rappresenta un motivo ricorrente della poetica di Neekoshy, così i versi di Naga Eboshi in “Come Marchionne” si costituiscono come critica al sistema produttivo, che “vede squadre di lavoratori in ginocchio”. Tema, quello del lavoro, da sempre caro al rapper valchisonino, già centrale anche nel suo precedente “Mondi paralleli“.
Agli artisti citati, nella crew di questo album vanno poi aggiunte altre figure fondamentali, alcune delle quali collaborano da tempo con Neekoshy: Sofia, TresDeca, Parsione (ideatore del nome del progetto) e l’immancabile Tito Sherpa. Tra le tre tracce in cui appare la voce di Sherpa, si segnala soprattutto “Perdonami”. Seguendo l’elenco dei sette peccati capitali, la traccia trasforma una confessione in una riflessione sull’essenza dell’umanità, più complessa e contraddittoria di una superficiale suddivisione manichea tra bene e male, tra vizio e virtù. L’accidia, ad esempio, è vista come un rifugio necessario, in cui il “tempo perso” diventa spazio privato da dedicare alla poesia e all’introspezione; l’avarizia un limite imposto dalla proprie condizioni; la lussuria perde la sua connotazione di tabù e diventa rivendicazione del diritto a vivere pienamente le proprie emozioni; la gola è un ulteriore legame con le proprie radici, che anche nel cibo trovano una manifestazione tutt’altro che peccaminosa; l’invidia, poi, non si rivolge verso beni materiali o successi effimeri, ma verso chi riesce ad amare fino in fondo la vita, impresa, per molti, irraggiungibile. Una traccia dai toni velatamente autoassolutori, che richiama – con le dovute proporzioni – il contenuto tematico del “Testamento di Tito” di De André. Vi si respira un analogo discredito di stampo ateistico nei confronti di regole che non rispecchiano le molteplici sfaccettature della realtà contemporanea. Per esprimerle al meglio, infatti, diventa addirittura indispensabile aggiungere un ottavo peccato, la paranoia, la sfiducia, che si rivolge anche alle più strette cerchie degli affetti. In pochi versi, dunque, “Perdonami” riesce a raccontare la condizione umana nella sua complessità e fragilità, dove spesso il peccato è più una status inevitabile che una colpa da espiare.
In “Provincia Tales” c’è anche posto per qualche divertissement strumentale – interludi, li chiama Neekoshy – e per la chiusura solistica di “Show me Luv”, in cui l’autore sembra voler reclamare amore incondizionato per un lavoro ancora una volta confezionato con la stessa passione viscerale che da decenni lo guida nel suo percorso creativo.
Ones
