BEHIND ANATOMY – Bearzatti / Risso / Barbieri

La destrutturazione e la ricostruzione di opere pre-esistenti come metodo compositivo e di esplorazione teorica è un modus operandi che Stefano Risso ha già sperimentato altrove prima di oggi. L’aveva fatto con “Heretic Monk”, in cui trasformava armonie e melodie originali del pianista statunitense attraverso l’applicazione di ferree regole quasi matematiche. Se ne trova traccia nel suo primo disco solista (“Tentacoli”), in cui ricomponeva scarti di editing in affascinanti collage sonori. E anche il nuovo “Behind Anatomy”, ispirato da “Anatomy of a Murder” di Duke Ellington, colonna sonora dell’omonimo film di Otto Preminger, è attraversato da un analogo processo di parcellizzazione e riassemblaggio. Ma, ogni volta che Risso affronta questo procedimento di scrittura, lo fa attraverso criteri sempre nuovi, senza ripetersi, seguendo logiche che denotano l’interesse per una ricerca incessante e che gli consentono di giungere a traguardi di volta in volta inattesi e sorprendenti.

“Behind Anatomy” non è una rilettura pura e semplice delle musiche di “Anatomia di un omicidio”, almeno non nella concezione di una tradizionale riproposizione di standard. Anzi, il capolavoro di Ellington sembra essere un mero punto di partenza, da cui sviluppare poi un lavoro compositivo quasi totalmente originale, dai tratti per altro singolari e stralunati. Il titolo andrebbe, in realtà, preso quasi alla lettera. Come se si trattasse di una radiografia; o di uno scavo, che consente di andare oltre la musica originale, per guardare in profondità, per estrapolare l’essenza immanente e su di essa costruire nuove articolazioni. Stefano Risso sintetizza così questo metodo di lavoro: “L’idea alla base è semplice: estrarre parti della colonna sonora e trovare nuove armonie e nuovi ritmi sovrapponendo campionamenti di musica. Mi spiego meglio: due accordi tratti da diversi brani generano un poliaccordo, due ritmi tratti da diversi brani originali generano un poliritmo. Su questi, si può immaginare di ricomporre e scrivere nuova musica. E così è stato fatto. Simile all’idea sulla quale si basa l’hip hop. In molti di questi brani, infatti, ci sono sezioni che abbiamo nominato “Hip” che sono una sorta di ritornelli con melodie spesso molto semplici, ma sovrapposte a poliaccordi o poliritmi. Un gioco di stratificazione in cui esce il blues della colonna sonora originale, l’essenzialità dell’hip hop e la modernità del jazz contemporaneo“.

francesco bearzatti mattia barbieri stefano risso behind anatomy of a murder duke ellington

La struttura è chiaramente complessa, così come il risultato finale. Il trattamento elettronico dei pattern, che fungono anche da complemento armonico, alimenta un carattere ipnotico, acido – ma, in fondo, non ci sono qui dei retaggi di quello che alcuni anni fa si chiamava proprio acid jazz? – che nella loro frequente ripetitività ci traghettano nel gorgo di un vortice nevrotico. Il risultato è un lavoro collettivo di straordinario impatto, straniante nelle sue dissonanze e nei suoi contrasti, ma capace di sorprendere l’ascolto a ogni angolo grazie a una spiccata eterogeneità timbrica e stilistica. L’esplosivo ed espressivo saxofonista e clarinettista Francesco Bearzatti alterna momenti di delicato mood melodico ad altri che sfiorano gli intricati meandri del free jazz. Le strutture ritmiche passano agevolmente dallo swing più tradizionale al funk, con varie sfumature intermedie, fino ad atmosfere più marcatamente pop come la coda di “The Dreams”. Le schegge estrapolate dalla colonna sonora, tutt’altro che discrete e, a volte, persino sopra le righe, sono gli elementi che spostano definitivamente gli equilibri verso una musica dai tratti isterici e futuristici.

Due esempi per riepilogare i concetti espressi da questo lavoro. Il primo, “Manion Vs Biegler”, non mette in opposizione soltanto i nomi dei due protagonisti del film, ma anche la duplice matrice stilistica dell’intero disco: una prima parte, dall’incedere ritmico più contemporaneo e funk, nel quale la manipolazione dei brandelli estrapolati dalla colonna sonora originaria crea una sovrapposizione di ance schizzate e strings, come se un mellotron avesse perso il controllo; e una coda, che marca il passaggio a uno swing moderato dalla matrice blues, dove il debordante e viscerale sax di Bearzatti sembra voler citare, anche e soprattutto nel graffio particolare del suo suono, la fonte dell’ispirazione originaria.

Il secondo esempio è il collage surreale di “A La Guy Lombardo – …”, brano in cui i due mondi, la colonna sonora e la composizione originale, si sovrappongono e si fondono in modalità paradigmatica. “Sono partito – spiega approfonditamente Risso – da due brani della colonna sonora originale (La Guy Lombardo – More Blues) e ho cercato di assemblarli in maniera musicalmente “rotonda”. Sono brani che hanno velocità differenti, due tonalità differenti, non proprio distanti fra loro, ma comunque diverse, non in reale e diretta relazione fra loro. Ho provato a creare, in fase di produzione elettronica, delle connessioni melodiche fra i temi e i riff dei due brani. Passando dall’uno all’altro in maniera anche decisamente rapida. Come un continuo partire, fermarsi, accelerare, rallentare. Insomma una sorta di zigzagare anche dal punto di vista melodico. Per farlo ho pensato a come John Zorn avrebbe potuto realizzare un’idea simile. Di fatto era la mia idea, ma ho provato a vederla con i suoi occhi e ne è uscito una sorta di Ellington nella centrifuga. Una volta fatto ciò ho composto una nuova melodia (A La Guy Le Querrec) che fosse in contrappunto con le due melodie originali. Sapevamo che avrebbe potuto suonare “schizofrenico” e forse è proprio così, ma è proprio ciò che ci piace di quel brano.”

Attorno a questa costruzione, anche un po’ meccanica, delle sottostrutture, si evolvono i temi e le improvvisazioni che ci ricordano che l’ambito è pur sempre quello del jazz e che gli interpreti sono tra i più preparati e “open-minded” di tutto il panorama nazionale del genere. Oltre ai già citati Risso e Bearzatti, va sottolineata anche la performance complessiva dell batterista Mattia Barbieri, la cui versatilità, l’eclettica capacità di muoversi tra i generi, e pure una certa dimestichezza con le specifiche dell’elettronica (si veda quanto abbiamo scritto finora in merito ai Torino Unlimited Noise, formazione techno-jazz di cui fa parte: https://groovin.eu/2021/06/08/new-door-torino-unlimited-noise/ ), sono tratti fondamentali per la riuscita di un lavoro eccezionalmente strutturato come “Behind Anatomy”.

Il risultato finale è, dunque, un’aggregazione di classico e contemporaneo, con i due mondi che in realtà non si mescolano concretamente tra loro ma si alternano o, al limite, coesistono con un certo grado di autonomia. Una compresenza che sembra voler raccontare anche di un percorso proiettato verso il futuro, ma con le radici ben piantate nella propria storia, che rappresenta un nuovo riuscito episodio del catalogo, sempre rivolto alle proposte innovative, dell’etichetta pugliese Auand Records.

Ones

Acquista “Behind Anatomy”

francesco bearzatti mattia barbieri stefano risso behind anatomy of a murder duke ellington

Ascolta “Behind Anatomy”

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Groovin'