AUTO DA FÉ – Auto Da Fé

Gli Auto Da Fé sono una formazione che ruota attorno all’ispirazione poetica del cantautore e chitarrista Fabio Pasquet. Il nome rimanda inevitabilmente all’epoca sinistra delle Sante Inquisizioni, ma nel caso specifico si riferisce più verosimilmente al romanzo omonimo, scritto nel 1935, del Premio Nobel Elias Canetti. Non un vero collegamento contenutistico o ideologico, per la verità, ma più una sottolineatura dell’approccio letterario che caratterizza la scrittura del cantautore. Fabio, infatti, è noto non solo per la sua attività cantautoriale, che da qualche anno sviluppa tramite l’appartenenza al Collettivo Cantautori Pinerolesi, ma anche per la sua presenza costante nell’ambito intellettuale del territorio come erudito e appassionato – oltre che appassionante – frequentatore dell’universo culturale in senso lato. Grazie a un’innata abilità narrativa e una considerevole attitudine analitica, infatti, lo si può incontrare spesso anche in tutti quei contesti dove sono richiesti contemporaneamente un sapere approfondito e una magnetica dote affabulatoria. A titolo d’esempio, trasmissioni radiofoniche, manifestazioni musical-letterarie, se ne trova traccia persino all’interno di saggi critici relativi a mostre d’arte.

La sua marcata propensione allo storytelling e la sua passione per poesia e – più genericamente – letteratura convergono anche nella musica degli Auto Da Fé. Una band che dal vivo, finora, si è vista poco, almeno nella sua versione completa in quintetto. Dopo la sua fondazione, infatti, è rimasta inattiva per un periodo piuttosto lungo, interrotto solo recentemente dalla partecipazione a un mini-festival cantautoriale nel Bagnolese. Un ritorno sulle scene che ha coinciso anche con la pubblicazione per lo streaming dell’unico titolo della sua discografia, un album omonimo la cui registrazione risale addirittura al 2017.

auto da fé copertina

Le canzoni di “Auto da fé” nascono dall’intreccio della verve creativa di Pasquet con la musicalità intensa del pianista e fisarmonicista Samuele Pigliapochi, filtrate poi dal gusto di altre tre personalità di grande spessore come quelle del bassista Marco Boaglio, del batterista Enrico Piccato e del clarinettista Stefano Cordiero. Come si legge nella presentazione del gruppo, in esse trova spazio “l’arte umana dell’incontro, il confronto scevro da sovrastrutture e la voglia di narrare storie di personaggi appartati ed insoliti, visioni, vagheggiamenti”. È sufficiente fare un tuffo tra i versi di “Arcaica”, traccia d’apertura dell’album, per comprendere fino in fondo cosa questo significhi. Si viene, infatti, sprofondati negli anfratti di in un’esistenza ai margini, dai tratti antichi e dall’ambientazione rurale, che diventa paradigma di un anelato recupero di stili di vita più semplici, lontani dalle ossessioni contemporanee e dalle isterie del vivere quotidiano.

Nell’album si materializza un equilibrio del tutto particolare, grazie alla convergenza di diverse visioni e percorsi stilistici, in cui si mescolano lo spirito da chansonnier di Pasquet con elementi provenienti dal pop, dal jazz e dalla musica classica. Ne esce fuori una miscela molto particolare e raffinata, ascrivibile all’ambito della più tradizionale musica d’autore, qui riletta con un certo gusto retrò dalle evidenti atmosfere folk. Sulla trama di un elegante quanto discreto tessuto musicale, dunque, si adagia il lavoro di cesello letterario, in alternanza tra climi nostalgici e sentimentali, che non rinunciano a originali forme di ironia. Si veda ad esempio lo scherzoso disincanto di “La porta”, in cui un innamorato, di fronte a una delusione sentimentale, finisce per infatuarsi di ciò che lo separa dall’oggetto del suo desiderio, dando il via a una relazione completamente surreale.

La scrittura di Pasquet, però, si sublima soprattutto quando l’impianto complessivo si allontana dalla generica matrice popolare per immergersi in uno spiccato spiritualismo. Lo si nota soprattutto in un alcune ballate di marca pianistica, come “Sala d’aspetto”, coi suoi giochi di assonanze, inanellate in una catena di immagini malinconiche che ci proiettano fotogrammi impregnati di solitudine e rimpianto; o come il racconto di un incontro fugace, incorniciato dagli scorci cittadini di Torino, che prende vita tra le parole di “Un bicchiere di rosso”. L’apice si raggiunge, però, nella splendida “Canto Errante”, visione desolata di uno dei drammi del nostro tempo, in cui cristi neri senza dio su barche tristi in avaria, solcano mari spenti sospinti da venti di morte. Sottolineata dalla tetra e ripetitiva nenia del chorus – motivo tradizionale africano, dalle connotazioni di libertà, emancipazione e riscatto – aleggia la definitiva sentenza secondo cui la sorte del singolo è la sorte di tutti. Nel costringerci a non voltarci di fronte alle tragedie che vanno in scena sui nostri mari, gli Auto Da Fé puntano l’occhio di bue su un dato preciso della contemporaneità e, insieme – per estensione – riescono anche a sintetizzare perfettamente le vicende della fragilità umana.

Gli Auto Da Fé sono inevitabilmente un gruppo dalla spiccata impronta cantautoriale. Ma la bilancia stilistica della scrittura testuale pende decisamente verso le risorse del linguaggio poetico tout court, al punto che, in molti casi, risulta possibile una lettura dei testi anche in situazioni decontestualizzate, senza che ne risenta il livello letterario. Semmai, va sottolineato come l’eleganza dell’accompagnamento musicale riesca ad elevarne il rango anche nel quadro di una produzione discografica, in un circolo virtuoso di reciproci sostegni e arricchimenti. Si nota un bel lavoro sui dettagli, riscontrabile in tutte le sue fasi, dalle scelte lessicali e retoriche, fino alla composizione delle partiture. Nulla, davvero, sembra lasciato al caso. Ma non si può non evidenziare come l’album, in particolare in alcuni momenti specifici come quelli segnalati più sopra, sappia farsi toccante e profondo, per un giudizio positivo che va ben oltre la mera analisi tecnica. Capita di essere investiti da sprazzi di poesia pura, in cui il lirismo simbolista ed ermetico di Fabio Pasquet addirittura si idealizza, raggiungendo vertici di rara bellezza.

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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