AVAMPOSTI – Piccolo Circo Barnum

“Anfratti silenziosi, pupille scintillanti, osservano…” (“Soffia sul caos” – Piccolo Circo Barnum)

Con la pubblicazione dell’album “Avamposti”, la storia del Circo Barnum di Davide Bertello entra nella sua terza fase. Dopo gli esordi noise di inizio millennio – in quella che fu la sua dimensione “Grande” – e il breve intermezzo acustico di una decina d’anni fa, quando un pacato cantautorato indie ne marcò il ridimensionamento a Piccolo Circo, con il disco del 2024 si assiste a una nuova e sorprendente trasformazione. Lo stile del cantautore angrognino, fatto di simbolismo visionario, ermetico e intriso di un affascinante estro lirico, viene rivestito di un nuovo abito dalle marcate tinte elettroniche. La produzione si fa meno scarna rispetto al passato e la cura degli arrangiamenti si avvalora specificatamente con una serie di inattese scelte timbriche. Sintetizzatori, beat elettronici e manipolazioni artificiali si aggiungono, così, alle più tradizionali sonorità circensi, in una stratificazione che, non solo ne rende più articolato il lavoro, ma ne enfatizza ulteriormente anche la dimensione onirica.

Gli “Avamposti” del Piccolo Circo Barnum sono indubbiamente geografici, ma possiedono pure una forte valenza simbolica. Angrogna è un paesino di circa 800 anime, collocato a poco meno di 800 m. di altitudine, il cui territorio, però, è eminentemente montano, con punte che toccano e superano i 1500 metri s.l.m. La sua posizione, dunque, offre interessanti punti di osservazione sul fondo valle. È certamente possibile immaginarvi – anche in senso allegorico – “fortificazioni” immerse nella natura, con prospettive d’osservazione privilegiate e distaccate rispetto alle follie del nostro tempo, cariche di elementi primordiali in grado di ripristinare lo statu quo ante della nostra più recente evoluzione. È in questo contesto che si materializza la quiete di “Soffia sul caos”, splendida apertura di tracklist. La brezza della sera, la luna che illumina i contorni delle montagne, il battito d’ali degli uccelli, il silenzio dei boschi, sono quasi in contrapposizione con le luci artificiali della pianura, magma ribollente della confusione morale contemporanea, che solo il refolo del tramonto riesce a spazzare via. Uno spazio bucolico che diventa l’unico posto in cui abbia senso sperare di ritrovarsi immersi nel momento del risveglio.

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Tutte le componenti testuali dell’album – le canzoni ma anche i commenti autoriali, oltre ai frammenti letterari e simil-epigrafici, contenuti nel booklet – contribuiscono alla costruzione di un immaginario epico ed eroico. Il lessico e l’ambientazione rimandano a scenari da guerriglia partigiana: accampamenti di fortuna, foreste intricate disseminate di trappole, fuggitivi braccati. Si tratta di tessere di un mosaico in cui si dipana uno dei leitmotiv dell’opera, quello della fuga, allontanamento consapevole verso spazi, anche simbolici, di riflessione e crescita o di ripartenza. È il racconto della ricerca di anfratti sicuri, “scheletri di pietre invasi da felci e rovi” che, sebbene diroccati, sappiano farsi ventri accoglienti, ripari da un Medioevo da lasciarsi alle spalle. Il tema si condensa nella canzone “Avamposti per reietti”, singolo che in primavera aveva anticipato l’uscita del disco. È l’anelito di una nuova era, certo, ma è anche il racconto – autobiografico? – di un’ambizione artistica con cui i protagonisti, sedicenti reietti, cicale impegnate nell’eterna lotta contro il meccanico e a-critico conformismo di una società di formiche, perseguono la memoria imperitura attraverso la loro musica. Le parole diventano i segni che, come sigle, nomi e date incise sulle pareti abbandonate, saranno la traccia del loro passaggio.

Nello specifico linguaggio, in abile equilibrio tra narrazione e poesia, riecheggia un pavesiano clima da Resistenza, quello straordinario momento unificante della nostra Storia nazionale che proprio nelle montagne che ci circondano ebbe uno dei suoi teatri più sanguinosi. A conferma anche di un incontrovertibile posizionamento ideologico, il Piccolo Circo Barnum dedica un toccante frammento della sua scaletta proprio alla lotta contro il Nazifascismo, recuperando uno degli episodi più significativi delle vicende partigiane delle nostre valli. “‘Un filo tenace‘ – si legge nel booklet del CD – riporta in versi le frasi estrapolate dal carteggio intrattenuto tra Willy Jervis e sua moglie Lucilla Rochat, durante i mesi di prigionia del marito. Mesi che condurranno ineluttabilmente alla sua fucilazione, avvenuta ad opera delle SS sulla piazza di Villar Pellice il 5 agosto del 1944. Willy […] aveva aderito eroicamente alla lotta di liberazione dal Nazifascismo, […] una vita sacrificata in favore di un ideale di pace e libertà“. Vale la pena ricordare, in questa sede, che la versione integrale del carteggio è stata pubblicata nel libro “Un filo tenace“, edito da “La Nuova Italia Editrice”.

L’aria che si respira dentro “Avamposti” porta con sé un’avida sete di libertà e pace, una brama di concordia universale, l’irrinunciabile connessione con lo stato di natura, la ricerca di luoghi e spazi incontaminati dove ricostruire un mondo allo sfascio. Lo si percepisce anche nella trattazione esotica dell’amore di “Caballero”; nel cielo notturno di “Stelle nuove” (diventato un topos della poetica di Bertello, anche in virtù del legame che unisce Angrogna con l’omonimo asteroide scoperto nel 1996 e che aveva ispirato anche il titolo del precedente lavoro del trio); ce n’è un accenno nel cliché (tale almeno dai tempi di “Puerto Escondido”) del Messico come meta per chi vuole rifarsi una vita, lontani da una terra per la quale anche “gli dei sono stanchi di farsi pregare” (“In Messico”). Come un filo conduttore invisibile, dunque, le parole finiscono per esprimere la concreta e inderogabile necessità di tornare là dove l’immanenza del nostro spirito chiama, “nel regno degli alberi, tra gli anelli della vita”.

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Fanno parte del Piccolo Circo Barnum, oltre a Davide Bertello, il bassista Andrea Astesana e il chitarrista Luca Lentini, qui anche nelle vesti di creativi progettisti delle sezioni sintetiche. È principalmente a loro che si deve la virata timbrica di “Avamposti”, capace di dare nuova linfa allo stile autoriale di Bertello, senza snaturarne le tradizionali determinazioni immaginifiche. Una produzione eccellente, insieme audace e rispettosa, che si è avvalsa anche della collaborazione – in particolare, su “Caballero” e “Soffia sul caos” – della band Lo Straniero, con cui il PCB, lo scorso inverno, aveva condiviso il palco dello Stranamore in un suggestivo live d’autore. “Avamposti” esce su CD – oltre che sulle piattaforme di streaming – corredato da un bellissimo libretto, le cui dimensioni, lievemente maggiori rispetto al formato classico dei jewel case, consentono di apprezzare al meglio anche il concept grafico. Un lavoro di costruzione narrativa che si completa proprio nella continuità tra l’immaginario delle canzoni e gli scatti di Luca Bertolotto. Le fotografie ritraggono la band in vari angoli sperduti dei boschi valligiani, tra sterpaglie, radure e costruzioni abbandonate, in cui si traducono visivamente, e in modo estremamente efficace, le atmosfere appartate, selvatiche e profondamente spirituali dei versi circensi.

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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