La tradizione occitana occupa un posto rilevante all’interno del mondo culturale del nostro territorio. Lingua, musica, costumi sono sempre più oggetto di recupero e riutilizzo, anche al di fuori delle aree più strettamente connesse alla storia etnografica dell’Occitania. L’occitano non è solo una delle lingue tutelate dalla legge 482/99, contesto normativo di riferimento per la salvaguardia di culture e lingue minoritarie in Italia, in ottemperanza alla quale nell’area pinerolese sono stati creati svariati sportelli linguistici a garanzia del diritto dei parlanti. Il patois delle nostre valli, nelle sue innumerevoli micro-varianti, oltre a essere lingua di identificazione primaria per molte comunità, è anche lo strumento comunicativo di tante espressioni musicali e letterarie che proprio in quella cultura affondano le radici. Un utilizzo che, spesso, si è allontanato dal rispetto ossequioso della sua storia, per affrontare rielaborazioni e attualizzazioni via via differenti e personali, che ne hanno dimostrato l’estrema vitalità. C’è chi ha optato, ad esempio, per un “semplice” recupero filologico di musiche, canti e danze tipiche, con un obiettivo sostanzialmente legato al ballo, dando vita a un movimento di appassionati sempre più numeroso. C’è chi ha scelto di rielaborare quegli stessi motivi in chiave pop-rock, attraverso l’accostamento di strumenti tradizionali e sonorità contemporanee. E c’è chi, invece, ha puramente adottato l’idioma occitano per il proprio percorso cantautoriale, eventualmente attingendo storie e personaggi dal repertorio delle nostre valli, ma senza un preciso legame stilistico con ritmi, melodie e altre tipicità folk.

La strada prescelta da Lou Troubadour – pseudonimo con cui il musicista lusernese Simone Malan, verso la fine del 2023, ha pubblicato l’album “A piedi nudi” – è quella del recupero di una certa tradizione coreutica, mediato però dal suo lavoro compositivo originale, snocciolato in undici tracce strumentali per organetto solo. Il tributo alla cultura del suo – e del nostro – territorio avviene, per la verità, con un’accezione allargata. Studio e lavoro l’hanno portato in giro per l’Europa metropolitana (Parigi, Londra, Milano) e ne hanno ampliato la visione, arricchendo un bagaglio artistico già estremamente eterogeneo (non si occupa professionalmente solo di musica, ma anche di grafica, videomaking e arte figurativa in genere, oltre che di formazione e comunicazione). La rilettura che Lou Troubadour fa di una certa frangia della musica popolare, dunque, travalica gli stretti confini delle valli pinerolesi, come erroneamente ci si potrebbe aspettare. Polke, Valzer, ma anche generi meno conosciuti dai non addetti, di origine prevalentemente francese, come lo Scottish, il Circolo Circassiano o l’Hanter Dro, segnalano infatti non solo uno sguardo verso un passato biografico personale, ma anche un interesse più generale per la tradizione di matrice celtica, in un ideale abbraccio che va dalla Scozia, attraversa la Bretagna e arriva direttamente alla terra d’Oc. La suggestione del viaggio, d’altronde, è forse la più caratterizzante dell’intero lavoro. Il titolo stesso sembra volersi soffermare sulla parte del nostro corpo che ci consente di camminare, di percorrere strade e sentieri, alla ricerca di mondi dove si incontrano presente e passato e si sviluppano le storie dei popoli. Ma “A piedi nudi” sembra sottolineare anche la specifica scelta di campo di una musica spogliata dagli orpelli, semplificata nei timbri, a diretto e immediato contatto con la terra, istintivamente orientata alla danza e alla fisicità più primordiale.
Nell’ultimo decennio, Malan si è segnalato per l’eclettismo della sua ricerca. Violoncellista di formazione accademica, ricordiamo i suoi inizi nella formazione folk-metal degli Henderwyd e, più di recente, nel duo Suit & Rocker, a cavallo tra pop e musica classica. Non è la prima volta, dunque, che la sua attenzione si rivolge verso le implicazioni folcloriche della musica, ma ciò che più di tutto ha caratterizzato fin qui la sua storia artistica è la sua ampia apertura mentale e il rifiuto di rigidi approcci dogmatici. Così, anche un lavoro come “A piedi nudi”, apparentemente agli antipodi rispetto al taglio sperimentale cui ci ha abituati, finisce per rientrare in modo perfettamente coerente nel suo universo di ricerca. Si attua qui un viaggio fascinoso e onirico verso il cuore pulsante delle nostre origini ataviche, confermando una spiccata versatilità – anche nel suo specifico “polistrumentismo” – e una rara quanto caratterizzante curiosità intellettuale.
Ones

Bellissima esecuzione della musica delle nostre radici
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